ATTUALITÀ
Le curve dell’infelicità
dal Numero 11 del 18 marzo 2018
di Antonio Farina

Le statistiche registrano un’impennata nel consumo di psicofarmaci e nel numero di suicidi. Gli esperti ascrivono il fenomeno a ragioni meramente materiali ed economiche. Ciò che invece viene sempre ignorato, e può essere una concausa da non sottovalutare, è proprio tale cultura materialista che mortifica l’uomo nella sua dimensione spirituale.

L’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane nasce su iniziativa dell’Istituto di Sanità Pubblica - Sezione di Igiene dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e, in collaborazione con gli istituti di igiene delle altre Università italiane e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali, esperti di Sanità Pubblica, clinici, demografi, epidemiologi, matematici, statistici ed economisti, stila ogni anno il “Rapporto Osservasalute - Stato di salute e qualità dell’assistenza nelle regioni italiane”. Il rapporto si occupa di ambiente, assistenza ospedaliera, sopravvivenza e mortalità della popolazione, disabilità, fumo, alcool, alimentazione, incidenti, malattie, trapianti, tumori e molto altro. Nel capitolo dedicato alla salute mentale e dipendenze vengono presentati alcuni indicatori che forniscono un contributo, seppure parziale, alla comprensione ed al monitoraggio dello stato di benessere/disagio della popolazione del nostro Paese. A corredo dei dati numerici compaiono anche dei grafici molto indicativi. Per illustrare l’andamento del consumo di farmaci antidepressivi si adopera un indicatore che è sostanzialmente una frazione al cui numeratore compare il consumo di farmaci antidepressivi (in Defined Daily Dose = dose giornaliera) moltiplicato x 1.000 e al denominatore figura la popolazione residente moltiplicata per 365. Nel seguente grafico è raffigurato il trend nazionale del consumo (valori in DDD/1.000 ab die) di farmaci antidepressivi relativo agli anni che vanno dal 2005 al 2015 (1).
Come si vede il trend relativo al volume prescrittivo dei farmaci antidepressivi dopo un incremento costante registrato nel periodo 2005-2010, sembrava aver raggiunto, nel periodo 2011-2012, una fase di “plateau”, di “piattezza”, ovvero di stabilità (38,50 DDD/1.000 ab die nel 2011; 38,60 DDD/1.000 ab die nel 2012), ma nel triennio successivo si è, invece, registrato un nuovo aumento: 39,10 nel 2013; 39,30 nel 2014 fino a 39,60 DDD/1.000 ab die nel 2015. Le rilevazioni territoriali hanno mostrato che i consumi di farmaci antidepressivi più elevati per l’ultimo anno di riferimento (2015) si sono registrati in Toscana, nella Provincia autonoma di Bolzano, in Liguria e in Umbria, mentre sono le regioni del Sud ed Isole, con l’eccezione della Sardegna, che presentano i valori più bassi di consumo (in particolare: Basilicata, Campania, Puglia, Molise e Sicilia) (2). È interessante conoscere la spiegazione che gli esperti di salute mentale forniscono per giustificare questi dati: «Il trend in costante aumento su scala nazionale nel corso degli anni [grafico 1] può attribuirsi a numerose concause, tra cui: un diverso approccio culturale e una maggiore sensibilità della società nei confronti della patologia depressiva, con conseguente riduzione di una cosiddetta “stigmatizzazione” che caratterizzava tali tipologie di patologie; una maggiore attenzione del medico di medicina generale (MMG) nei confronti della patologia, con conseguente miglioramento dell’accuratezza diagnostica; l’arrivo sul mercato farmaceutico di nuovi principi attivi utilizzati anche per il controllo di disturbi psichiatrici non strettamente depressivi (come i disturbi di ansia). A ciò si somma l’impiego sempre più cospicuo di tali farmaci come supporto alla terapia in soggetti affetti da gravi patologie oncologiche e cronico-degenerative. Infine, certamente si deve tener conto dell’aumento del consumo da porre in relazione con i mutamenti del contesto sociale, influenzati dalla crisi economica ancora in atto [...]. Ad ogni buon conto, va ribadito che le problematiche legate allo stato di malattia depressiva, a causa del loro costante aumento, registrato a livello non solo europeo, ma anche nei cosiddetti Paesi dalle economie emergenti, rivestono un ruolo sempre più prioritario. A conferma di ciò, vi sono dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che indicano tali patologie tra le principali cause di morte nei Paesi occidentali» (3).
Ansia, depressione, disturbi della personalità, crisi economica, tendenza al suicidio, fattori di tipo culturale, ambientale e socio-demografico... queste le parole d’ordine della nostra società del (ex) benessere per cercare di incasellare in una sorta di “logica-psico-sociologica” il dato incontrovertibile denunciato dall’uso (ed abuso) di psicofarmaci. A corroborare i risultati relativi alla “curva dell’infelicità” testé riportata si aggiunge un altro grafico [grafico 2], ancor più drammatico (se possibile), incentrato sulla rilevazione del tasso (standardizzato e specifico per 100.000) di mortalità per suicidio nella popolazione di età 15 anni ed oltre per genere – anni 2006-2007, 2010-2011, 2012-2013.
Anche in questo caso spicca, vistosa, un’impennata dei suicidi degli “over 70” nell’intervallo temporale 2006-2013, lo stesso periodo in cui è aumentato l’uso degli psicofarmaci. Il commento degli studiosi è quasi laconico: «Il suicidio è, indubbiamente, un fenomeno connesso alla salute mentale della popolazione, ma può anche essere letto come un indicatore di disagio e di mancata coesione ed integrazione sociale. Dietro e, forse, al di sopra della cortina di numeri e delle statistiche che fotografano in modo impietoso lo stato di salute mentale della popolazione (anche europea) resta una sensazione di inadeguatezza nell’eziologia del fenomeno cioè delle cause che lo determinano. L’approccio culturale, fattori ambientali, la accuratezza diagnostica della patologia depressiva, l’ansia, la crisi economica»... Indubbiamente le difficoltà economiche giocano un ruolo decisivo ed hanno un influsso negativo sullo stato psicologico degli individui, però c’è da considerare che l’Italia (e l’Europa) ha vissuto anni ben peggiori di quelli che stiamo vivendo adesso. La guerra, la miseria, la distruzione di ogni manufatto, i bombardamenti, le deportazioni, le violenze, i genocidi... Allora non c’erano gli psicofarmaci ma la gente non pensava neanche minimamente di suicidarsi, anzi. Poi c’è il dato conturbante e, di fatto, inspiegabile che proprio in concomitanza del maggior benessere economico e proprio nei Paesi europei con organizzazione sociale più avanzata come la Finlandia, il Belgio, l’Olanda e un po’ tutte le nazioni del Nord Europa hanno registrato una analoga espansione del consumo dei farmaci e delle sostanze psico-attive. Non risulta ben chiara e delineata neanche la distinzione tra sintomo e causa: l’ansia è un sintomo della difficoltà di vivere o una causa di essa? La fumosità dei termini e la vaga indeterminazione nel proporre una chiave di lettura generale del fenomeno tradiscono la poca comprensione di esso. Possibile che nessuno, ma proprio nessuno, si sia accorto della correlazione (che non è un legame acclarato di causa-effetto ma una “concordanza” statistica dei dati) esistente tra il progressivo avanzare della depressione e la perdita dell’identità religiosa in Occidente? Nessuno ha notato che il dilagare dei problemi psichici e psichiatrici, del “malessere” profondo che attanaglia la società moderna, dei crolli psicologici individuali e collettivi si è accompagnato ed ha fatto da sottofondo all’abbandono della Fede, all’aumentare dell’ateismo e del paganesimo, alla corsa sfrenata (post-sessantottina) verso un ideale di vita consumistico, godereccio, libertino, materialista, sensuale ed epicureo? È fin troppo facile bollare questo punto di vista come superficiale, moralistico, vacuo, bacchettone, farisaico, da baciapile... Si ha un bel dire. Rimane la constatazione amara ed incontrovertibile che quanto più ci si allontana da Dio, quanto più si vuol eclissare la Sua divina presenza e, parallelamente, ci si ostina a negare la dimensione spirituale dell’uomo, tanto più aumenta la sua sofferenza intima, il disagio interiore, la sensazione di morte incombente, la disperazione perfino. Si può dissimulare i propri conflitti interni, si può anche imparare a conviverci in una sorta di larvata, ossessiva, sterile parvenza di normalità, ma non li si potrà mai negare. Nel fondo del cuore umano si conserva, inamovibile, granitico, celato dietro una moltitudine di paraventi colorati, il dissidio insanabile tra l’anima che anela a Dio e un ego che la incatena in un vortice infinito di desideri carnali inappagati. Al contrario non è un mistero ma cosa evidente che la pace, l’equilibrio, la speranza, la serena accettazione delle difficoltà della vita, il distacco dalle lusinghe e gli inganni di questo mondo, sono il frutto e conseguenza virtuosa della vita di grazia, della fede in Dio, dell’affidamento totale alla Madre Santissima del Signore. «Passa la scena di questo mondo!» (1Cor 7,31) avverte corrucciato l’Apostolo delle genti.
Gli psicofarmaci ed anche altre sostanze stupefacenti riescono a controllare i neurotrasmettitori e producono per via farmacologica una sensazione di sollievo, di conforto, di letizia perfino, tanto fugace quanto effimera ma, come ricorda Georges Minois nella sua Storia del mal di vivere (2003), non possono far nulla contro il pessimismo che si insinua nell’anima. Paradossalmente al tempo di Davide profeta, tremila anni fa, si aveva una cognizione più chiara, più vasta, più profonda del problema: si attingeva alla sfera spirituale. «Questo povero grida e il Signore lo ascolta, / lo libera da tutte le sue angosce... Gli occhi del Signore sui giusti, / i suoi orecchi al loro grido di aiuto. / Il volto del Signore contro i malfattori, / per cancellarne dalla terra il ricordo. / Gridano e il Signore li ascolta, / li salva da tutte le loro angosce» (Sal 34,7-16). Oggi chi grida più al Signore per essere liberato dalla depressione, dall’angoscia, dai fantasmi oscuri che si agitano nella mente? Pochi. Quei pochi che lo fanno trovano in Lui ogni consolazione: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2Cor 1,3).
Noi invece pensiamo stoltamente che sia più facile voltare la schiena, allungare la mano ad una scatoletta, estrarne un blister farne uscire una pillola piccola piccola ed annegare... nell’oblio.  

NOTE
1) Fonte dei dati: http://www.aifa.gov.it/sites/default/­files/Rapporto_OsMed_2015__AIFA.pdf
2) http://www.osservatoriosullasalute.it/wp-content/uploads/2017/05/ro-2016.pdf, p. 237.
3) Ivi, pp. 244-247.