ATTUALITÀ
DAT: il cerchio si chiude. I 50 anni del ’68
dal Numero 9 del 4 marzo 2018
di Carlo Codega

Dalla “libertà” sessuale alla “libertà” di morire, passando per la “libertà” di dare la morte ai propri bambini: ecco come l’eredità ideologica e politica della Rivoluzione sessantottina ha lasciato il suo doloroso e disastroso segno nella società e nella legislazione italiana contemporanea.

L’anno 2017 – con tutti i suoi epocali anniversari – è ormai tramontato sulla volta celeste della nostra povera terra, ma non meno carico di significati è l’anno del quale da poco l’umanità ha scorto l’alba. Il 2018, seppur all’apparenza meno significativo, è anch’esso foriero di anniversari che spingono a riflettere seriamente sul significato provvidenziale e teologico degli eventi storici, in questo caso particolare di quelli negativi.
Gli anniversari di questo nuovo anno non riguardano le grandi svolte epocali e mondiali della Rivoluzione protestante (1517), della Rivoluzione francese nel suo preludio settario (la fondazione della massoneria nel 1717) e della Rivoluzione bolscevica in Russia (1917), ma eventi relativi in particolar modo al contesto italiano: nel 2018 infatti dobbiamo tristemente ricordare non solo i 50 anni dalla Rivoluzione sessuale del ’68 – particolarmente influente sulle sorti della società italiana – ma anche i 40 dall’introduzione dell’aborto, con la famosa legge 194 del 22 maggio 1978. All’inizio di questo nuovo anno 2018, poi, è entrata in vigore la legge sulle DAT (disposizioni anticipate di trattamento) o Testamento biologico, che costituiscono una non troppo celata porta d’ingresso all’eutanasia nell’ordinamento giuridico italiano. Dalla “libertà” sessuale alla “libertà” di morire, passando per la “libertà” di dare la morte ai propri bambini: una macabra danza che da cinquant’anni sinistri trovatori nichilisti, travestiti da cantastorie della libertà e dei diritti umani, suonano incessantemente. Ma il loro arpeggiare ammaliante – sempre pronto a travestire una perversione e un crimine con l’apparenza di un “diritto umano” – non può mascherare agli attenti osservatori le dita nocchierute e ossute che lo producono: i trovatori della morte con i loro ossessivi ritornelli vogliono trasformare una società cristiana in una sfrenata orgia di adoratori del demonio, il signore della morte, pronti a sacrificare prima il futuro della loro società e poi la loro stessa vita pur di affermare in un’inconsulta rabbia blasfema la loro ribellione totale a Dio, al mondo e a se stessi.

Eutanasia e testamento biologico

Prima di affrontare il legame consequenziale e logico tra la Rivoluzione sessantottina e le DAT, è necessario chiarire di cosa stiamo parlando. Il fronte progressista ha ormai intrapreso da anni una campagna a livello mondiale ed europeo perché i vari Paesi depenalizzino e accettino nella loro legislazione il “diritto” di ogni uomo di togliersi la vita, sia come eutanasia attiva (somministrazione medica di sostanze che causino la morte), che come eutanasia passiva (interruzione di cure che permettono di continuare a vivere) o come suicidio assistito (assistenza medica al suicidio senza un ruolo attivo di altre persone oltre al soggetto stesso). Tra il 2001 e il 2009 il Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo sono i soli tre Paesi ad aver affermato positivamente il diritto di ogni uomo cosciente a procurarsi la morte (o a dichiarare precedentemente tale volontà in caso di caduta in stato di incoscienza) in condizioni di sofferenza fisica e morale gravi. Altri Stati come la Svizzera o alcuni Stati degli USA, hanno invece approvato solamente il suicidio assistito, in cui lo Stato si “limita” a fornire al soggetto i mezzi per suicidarsi, senza svolgere alcun ruolo attivo nel suicidio stesso, come accaduto l’anno scorso nel caso mediatico del dj Fabo. Nel caso italiano delle DAT – così come nella maggior parte degli altri Paesi del mondo – la contesa si svolge invece per il momento attorno all’eutanasia passiva, ovvero alla possibilità per un malato di rifiutare delle terapie necessarie alla sopravvivenza.
Di per sé questo in Italia è già concesso con la legge sul Consenso Informato, sennonché le DAT lo estendono anche al caso di un paziente che rimanga dopo un incidente e una malattia privo di coscienza e della possibilità di rifiutare una cura: ci sarebbe così il diritto di affermare in precedenza – con una sorta di “testamento” – la propria volontà di non ricevere cure in queste situazioni. Oltre a questa estensione peraltro, come già era ampiamente prevedibile, la legge recentemente approvata dal Parlamento considera come terapie che il paziente può legittimamente rifiutare anche l’alimentazione e l’idratazione. Pur essendo il campo dell’“accanimento terapeutico” un terreno delicato e che richiede spesso conoscenze tecniche, si può affermare con certezza che l’alimentazione e l’idratazione artificiale (così come la ventilazione) non possono essere considerate un accanimento terapeutico e nemmeno una terapia, in quanto sono – come è evidente – un aspetto della normale cura e attenzione che si deve avere per il prossimo, anche di colui che non possa assumerle e riceverle con le proprie forze ma necessiti dell’uso di macchinari. È evidente infatti che una madre che non nutra il suo bambino, oppure un figlio che non nutra il suo genitore inabile, sarebbero da considerare degli omicidi, per aver omesso una cura basilare a cui erano tenuti per giustizia, quindi non si comprende come qualcuno possa evitare di somministrare l’alimentazione e l’idratazione senza commettere un omicidio, o collaborare a un suicidio.
Da questi aspetti e dalle malcelate intenzioni che sottostanno a questa legge – più che dai singoli articoli di questa – emerge in effetti che le Disposizioni Anticipate di Trattamento si configurano come una legge che legittima casi di eutanasia. A confermare e aggravare ciò va detto che anziché di “dichiarazioni” si è preferito utilizzare il termine “disposizioni”, per sottolineare che il medico non possa allontanarsi dalla volontà del paziente, anche quando sia evidentemente macchiata da volontà eutanasica e suicida.

L’eutanasia dietro il velo delle DAT

Al di là di queste distinzioni e puntualizzazioni – pur utili e, a tratti, necessarie – non va persa di vista la mentalità unitaria sottostante a tutti questi interventi legislativi in campo sanitario e, ancor più, non bisogna dimenticare che gli araldi del nichilismo e della dissoluzione – a differenza dei buoni – adottano una strategia e sanno aspettare i tempi e mettere passo dopo passo, senza voler arrivare subito al traguardo. Il fatto che oggi si discuta della sola eutanasia passiva e di testamenti biologici non esclude che, appena abbattuto questo baluardo, si incominci immediatamente una nuova battaglia, ancor più aggressiva, per portare ancora più in là il fronte dello scontro, verso l’eutanasia attiva, il suicidio assistito e, infine, l’eugenetica. Il metodo è lo stesso utilizzato da cinquant’anni a questa parte dal Partito Radicale, una nullità quanto a voti raccolti dagli elettori, ma di incredibile impatto per quanto riguarda la pressione sul Parlamento e sui partiti: prima si crea il caso, poi si ottiene nei tribunali o nella Corte costituzionale un’interpretazione tendenziosa della Costituzione che neghi esplicitamente i divieti legali, e, infine, si fa passare una nuova legge che regolarizzi ormai una prassi già consentita da giudici e tribunali. Per chi non ha memoria corta fu così per l’aborto, quando il caso della nube tossica di Seveso fu utilizzato per applicare – mediante un terrorismo psicologico degno dei migliori totalitarismi – per la prima volta l’aborto in casi specifici, il quale, una volta entrato nella prassi, di lì a poco – con la connivenza di tribunali e giudici – divenne anche legge. Lo stesso avviene oggi con casi come quelli del dj Fabo o di Piergiorgio Welby, dove il dolore e la disperazione di alcuni, viene adoperato da gruppi di pressione legati al Partito Radicale per ottenere – mediante uno sfruttamento ad arte della psicologia umana e dei sentimenti – modifiche legislative, che autorizzino la soppressione (per ora volontaria ma domani non si sa) di esseri umani infelici. In questo senso non si può che deprecare quei cattolici che, pur dicendo di non approvare la legge sulle DAT, non vi vedono esplicitamente una legalizzazione dell’eutanasia: questi al pari di quelli che hanno consentito l’introduzione delle unioni civili per omosessuali – contrattando per il momento l’esclusione dell’adozione per le coppie gay – sono gli «utili idioti» che tutte i rivoluzionari conoscono come migliori alleati per ottenere i loro scopi!
Per comprendere invece come queste leggi siano già un passo nel campo dell’eutanasia, dobbiamo scendere in profondità nella considerazione delle conseguenze etiche che comportano questi interventi – per il momento ancora “moderati” – nel campo del fine della vita. Ci aiuta con una luminosa osservazione l’ottimo Tommaso Scandroglio: che si accordi a qualcuno per via legislativa di decidere di poter morire, interrompendo le cure necessarie o la stessa alimentazione, significa affermare che la morte è un bene, qualcosa cioè che perfezioni la persona, che la renda migliore. Questo d’altronde significa affermare che la morte diviene un diritto per ciascuno: poste queste basi non bisognerà andare troppo in là per una rivendicazione piena e completa dell’eutanasia anche attiva e persino del decidere per altri e non solo per se stessi. Se la morte è un bene tutti la possono chiedere come diritto e la si può anche domandare per altri, così come si domandano un lavoro, una casa e l’assistenza sanitaria, con la sola differenza che la morte è più facile da ottenere che queste altre cose!

Quando un crimine diviene un diritto

È impressionante osservare come, sia nel caso dell’aborto che in quello dell’eutanasia, un colpo di spugna legislativo possa rendere quello che era un crimine un diritto. Così, se prima del 22 maggio 1978 una donna che avesse compiuto un aborto avrebbe dovuto (teoricamente e giuridicamente) essere condannata per omicidio, il giorno seguente sarebbe stata invece una donna che utilizzava pienamente di un suo diritto accordato dalla legge. Allo stesso modo, mentre ora l’“angelo della morte” Marco Cappato – che ha accompagnato il dj Fabo a suicidarsi in Svizzera – dovrebbe essere condannato per istigazione e collaborazione al suicidio, domani dovrà essere considerato un benefattore che ha aiutato un altro uomo ad usare un suo diritto, come ha già tentato di fare il pubblico ministero (cioè la figura che dovrebbe guidare l’accusa!!!) nel suo discorso al processo (1).
È evidente che la nozione di diritto in questo modo viene talmente frustrata e svuotata da divenire un’etichetta da applicare di volta in volta a ciò che l’arbitrio di politici, giudici e ideologi ritengono sia utile: in tal modo – come ha osservato il giurista Carlo Cardia – «il concetto di diritto si affievolisce, si attenua, evapora in altri concetti, quelli di interesse, aspirazione, desiderio, generici e inafferrabili». Questa crescita e moltiplicazione spasmodica dei diritti umani (veri o presunti) che segue la storia mondiale dalla Rivoluzione francese in poi, si manifesta così come una crescita tumorale all’interno della morale e delle legislazioni degli Stati occidentali. Come il tumore non è altro che un agglomerato di cellule umane impazzite che crescono disordinatamente all’interno dell’organismo umano, così che la loro crescita e vitalità anziché promuovere la vita dell’intero organismo finisce per comprometterla, allo stesso modo questa crescita disordinata di presunti diritti umani all’interno delle legislazioni finisce per compromettere la vita degli uomini e dell’intera società. Non a caso il “diritto” di abortire sta uccidendo la società italiana ed europea, e il diritto eutanasico a morire arriva a proclamare come un bene ciò che non è altro che il male radicale per ogni essere umano, cioè la sua morte.

In principio fu la Rivoluzione francese...

Il primo evento a confondere sostanzialmente il concetto di “diritto umano” fu in realtà proprio quello che è celebrato come il fenomeno storico che ha fondato questo: la Rivoluzione francese. La celebre Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – manifesto acclamato della Rivoluzione giacobina – fu in realtà il canto del cigno dei diritti umani. Il grande difetto di questa Dichiarazione non è solo quello già fatto osservare dalla filosofa ebrea Annah Arendt, secondo cui alla fin fine per i rivoluzionari l’uomo si identifica con il cittadino, così che chi è al di fuori di questa categoria non detiene più diritti: in base a ciò i contadini cattolici vandeani poterono essere sterminati dai liberatori giacobini in quanto inutili e dannosi allo Stato, e quindi non detentori dei diritti dei “cittadini”. L’ancor più grave difetto di questa Dichiarazione è che affida alla politica e allo Stato lo scopo di determinare quali siano i diritti dell’uomo: in sé non sarebbe un male se lo Stato si limitasse a scoprirli nella natura umana e a imporli per via legislativa, ma tale processo si carica di ambiguità quando lo Stato incomincia ad “inventare” arbitrariamente i diritti umani, stabilendo quali siano utili alla sopravvivenza dello Stato e sopprimendo quelli che non lo siano. In tal senso infatti la stessa Dichiarazione del 1789, che viene celebrata come la liberazione dell’umanità dai ceppi del feudalesimo, è davvero la magna charta dei totalitarismi del Novecento.
In realtà i veri diritti umani costituiscono quella che la tradizione cattolica ha chiamato “legge naturale”, ovvero qualcosa che precede e fonda lo Stato, in quanto rappresentano l’ordine che Dio ha immesso nella Creazione e che l’uomo, grazie all’uso della ragione, può comprendere e scoprire, per uniformarsi e raggiungere il suo fine. La politicizzazione dei diritti umani e la loro subordinazione all’utilità dello Stato ha invece distrutto il concetto di “legge naturale”, rendendo tali diritti non fondati sulla volontà di Dio e sulla natura umana immutabile, bensì sulla mutevolezza delle situazioni storiche, della mentalità e della politica. Il concetto di diritto infatti non si presenta se non accompagnato a quello di dovere: in quanto l’uomo ha il dovere di raggiungere il proprio fine – la perfezione umana che coincide con il Paradiso e si acquista tramite una vita virtuosa – allora ha il diritto che gli altri uomini con cui si trova a vivere rispettino il suo diritto a compiere il suo dovere. Perché io adempia i doveri religiosi del buon cristiano, per esempio, lo Stato mi deve accordare la libertà di professare la vera Fede. Proprio per questo la brillante intelligenza di Simone Weil arrivò a proporre – a scandalo dei benpensanti – una Dichiarazione dei doveri dell’uomo scrivendo che «la nozione di dovere sovrasta quella di diritto, che le è relativa e subordinata».

...e in seguito il Sessantotto

Il richiamo alla precedenza dei doveri umani sui diritti umani rimase però inascoltato, così che i diritti umani – privati del loro fondamento nel dovere umano di giungere al proprio fine – divennero veramente un tumore interno alla società occidentale.
Il sinistro cammino della Rivoluzione che connota la storia moderna era arrivato nel corso di quattro secoli a negare e a rivoltarsi prima contro la Chiesa in nome di Cristo (Rivoluzione protestante), poi contro Cristo in nome di “Dio” (Rivoluzione francese) e infine direttamente contro Dio in nome dell’uomo (Rivoluzione comunista). La Rivoluzione è però – come diceva mons. De Ségur – «la ribellione eretta a principio e diritto, ovvero la teoria della ribellione, l’apologia e l’orgoglio della ribellione, la consacrazione legale del principio stesso di ogni rivolgimento». Essa non ha un fine e un obiettivo, non è destinata a riposarsi definitivamente in qualche forma, ma, dopo qualche eventuale sosta, riprende la sua marcia tanto sostenuta quanto furiosamente cieca, come quella di un bastoncino di legno in una rapida di montagna, destinato a venir inghiottito nella massa d’acqua di una cascata per schiantarsi contro qualche pietra. Ecco perché la Rivoluzione che era arrivata ad affermare l’uomo contro la Chiesa, Cristo e Dio, finisce per divorare persino l’ultimo suo prodotto e lanciarsi in un salto nel vuoto ancor più buio del nichilismo. L’uomo “finalmente” emancipatosi dalla sottomissione alla Chiesa, dalla sequela e dalla mediazione di Cristo e persino dal fine ultimo che è Dio, si scopre presto solo in questo universo e in una rabbia folle e omicida vuole distruggere se stesso come ultimo atto della sua fedeltà alla Rivoluzione.
La Rivoluzione del ’68 in tal senso non fu solo una Rivoluzione sessuale – l’affermazione empia dell’autonomia del proprio corpo e della propria sessualità – bensì la Rivoluzione totale, una Rivoluzione che coinvolge l’uomo non più in una sua dimensione (religiosa, politica, economica...) bensì nella sua totalità. Se con le altre rivoluzioni l’uomo aveva “pugnalato” la Chiesa, Cristo e Dio, ora rivolge l’empia lama verso se stesso e la affonda follemente nel suo torace: la Rivoluzione totale del ’68 fa piazza pulita dell’uomo e non ha più intenzione di proporre un ordine falso e apparente, ma vuole distruggere persino il concetto stesso di ordine, per sancire il trionfo del caos e del disordine, cioè le avanguardie della morte. I diritti rivendicati dal ’68 non sono più diritti che, seppur in maniera falsa e disordinata, ricerchino qualche bene umano bensì sono esplicite e folli richieste di morire, di annullarsi, di distruggere se stesso (eutanasia) e la società (aborto).

La rivoluzione totale: la libertà umana in lotta contro la natura umana

Eppure non sembrava così: il popolo del ’68, i contestatori radicali della società borghese, non sembravano affatto un popolo della morte, una collettività assassina e suicida, che prima ha ucciso la società con l’aborto e ora arriva a uccidere se stessa con l’eutanasia. Spesso anche i loro avversari e i loro critici ne ammettevano e continuano ad ammetterne una certa positività in quella carica vitale e dinamica che apportavano nella loro contestazione all’ingessata società borghese del “si fa così perché è così”. In mezzo a tutti i disordini e alle violenze, il ’68 non può non lasciare – che lo si consideri positivo o negativo – una certa impressione di vitalità, di dinamicità, di energia, ribelle certo, ma comunque energia vitale. Eppure questo volto vitale, giovanile e dinamico della rivoluzione sessantottina, nasconde in realtà il vero volto tetro del nichilismo più radicale, della negazione completa di ogni realtà trascendente e – come si vede sempre più oggi – la sua profonda disumanità.
La grande parola d’ordine della Rivoluzione totale del ’68 fu “libertà”, una libertà come liberazione dai lacci che ancora costringono l’uomo che non sono – come pensava Marx e il comunismo classico – i lacci del potere economico dei capitalisti, che alienano l’uomo, ma i lacci delle autorità, della legge naturale, delle norme morali, delle consuetudini, della famiglia e della prole, di tutto ciò che eserciti un influsso sull’uomo e lo costringa a essere qualcuno e ad avere un dovere. In altre parole una libertà sociale e personale tanto sfrenata da non accettare neppure i limiti della natura umana. Le stesse correnti filosofiche che accompagnarono – e in parte sostennero – la Rivoluzione sociale totale del ’68 si accomunavano in un punto: negare totalmente l’esistenza di una “natura umana” fissa e determinata, per insistere invece sulla libertà di farsi da parte di ogni soggetto umano! “Fantasia al potere” non fu un mero stupido slogan di buontemponi anarchici, ma la convinzione profonda e radicale – seppur illusoria e drammaticamente diabolica – che l’uomo possa scegliere chi essere e addirittura cosa essere, che l’uomo sia un progetto sempre aperto e sempre rivedibile.
Non è difficile vedere dietro questi principi – forse poco compresi ma sicuramente sufficientemente vissuti – i problemi attuali dell’omosessualismo, della transessualità e del gender oltre a quelli più inquietanti del transumanesimo. Ma cosa rimane dell’uomo se lo si priva della sua natura? Nient’altro che un coagulo di sensazioni e sentimenti: l’uomo non è più un essere che sente, ma – privato della sua natura – rimane solo la sensazione, così l’uomo si identifica con ciò che sente, ciò che sperimenta, ciò che gli provoca piacere così che se smette di sentire piacere e di godere, smette persino di essere. Da qui la ricerca spasmodica del piacere, soprattutto di quelli più bassi, immediati e bestiali, perché nulla più nutre un uomo privo della sua natura e della responsabilità verso se stesso e verso la società, se non il piacere sessuale e carnale effimero e passeggero, privo di conseguenze scomode e del sacrificio che accompagna ogni vero atto di amore.

Il trionfo della morte: morire per eccesso di libertà

Una libertà senza contenuto e senza finalità, una libertà che non sia un mezzo per scegliere il bene ma che diventi un fine, è un fucile automatico in mano a bambini irresponsabili, che non sanno quanto ci si possa far male adoperando in maniera disordinata di un’arma di tale valore. Il diritto alla morte che i fautori dell’eutanasia e dell’aborto hanno imposto e stanno imponendo alla nostra società è una contraddizione in termini e un empio e furioso grido di odio contro se stessi. Un diritto serve all’uomo per acquistare un bene, qualcosa che lo perfezioni e lo renda migliore, ma quale bene e quale perfezionamento possono venire dalla morte? La morte è la fine della vita terrena, la negazione di essa, l’esatto contrario della vita: come si può pensare che proprio la morte possa essere un diritto? O come si può affermare che il diritto a morire sia in realtà un diritto ad una vita degna di essere vissuta, se la morte nega alla base la vita stessa? Evidentemente i fautori di questa cultura della morte amano nascondere la loro rabbia nichilista e disumana dietro i paraventi di parole belle ma purtroppo svuotate del loro senso, come “libertà” e “diritto”.
La nostra società sta morendo e sta morendo per un eccesso di libertà – per il “tumore” dei diritti umani – come già aveva intuito Dostoevskij nella tetra figura del nichilista Kirillov ne I demoni: «Io sono obbligato a uccidermi, perché il momento più alto del mio arbitrio è uccidere me stesso». La libertà per Kirillov si attua pienamente nel suicidio e davanti all’obiezione che lui non sarebbe l’unico suicida, è significativa la sua risposta: «Molti si uccidono con una ragione. Ma senza alcuna ragione, ma solo per l’arbitrio, sono l’unico». Non sei l’unico, caro e sfortunato (ma grazie a Dio immaginario) Kirillov, perché l’umanità del post ’68 muore e fa morire per affermare la libertà e i diritti, come Marco Cappato, convinto e pronto a sottoporsi persino alla giustizia per accompagnare il dj Fabo in una delle case svizzere della morte. Il povero ragazzo infelice e ingannato, non ha capito però che con quella sciagurata iniezione non si è liberato solo della sua infermità e della sua triste condizione ma si è liberato anche della sua vita, di tutto ciò che aveva di più grande e fondamentale, di ciò che in primo luogo lo collegava a Dio, suo Creatore e suo ultimo fine.

Il trionfo della morte

La logica che lega Sessantotto-aborto-eutanasia e chiude nel trionfo della morte un itinerario partito all’insegna del trionfo della libertà e dell’esuberanza vitale giovanile, è d’altronde comprensibile in un concetto della persona umana, che non prevede più la considerazione della natura umana ma che riduce l’uomo al sentire, al godere e al piacere. È triste constatare che le grandi (e sbagliate) idealità del Movimento giovanile Sessantottino si riducano alla fine a quello stesso edonismo borghese che si erano proposte di combattere: la generosità retorica e ideale del ’68 si rivela in realtà l’apoteosi dell’egoismo sensuale e godereccio. Il “diritto” di una donna ad abortire, a spezzare una vita nel bocciolo, è alla fin fine giustificato dal “diritto” della donna di disporre del proprio apparato sessuale (“L’utero è mio e me lo gestisco io!”), rompendo il suo significato e scopo naturale – che è quello della procreazione – per utilizzarlo allo scopo di sperimentare liberamente il piacere sessuale senza “spiacevoli” conseguenze. L’uomo che ha rinunciato a essere un uomo per farsi un agglomerato di piacere e di sensualità, è proprio l’uomo capace di negare la naturale finalità procreativa della sessualità, fino a sopprimere la vita umana scaturita naturalmente con una pompa della bicicletta, pratica di cui la disonorevole Emma Bonino è stata accanita sostenitrice e praticante. Non diversa è la logica che sostengono i fautori del diritto all’eutanasia: se l’uomo si realizza solo nel piacere e nel godimento, cosa fare davanti al dolore e alla sofferenza, loro negazione? Lo slogan “Il corpo è mio e lo gestisco io!”, risuonato qua e là negli ultimi mesi, aiuta a capire che così come si può spezzare la vita dell’embrione indifeso, si può arrivare a spezzare anche la propria vita, in un grido tanto “liberatorio” quanto blasfemo, in cui l’uomo pur di non porre fine all’egoistica catena del piacere – l’unica in grado di farlo sentire vivo – decide di spezzare la propria vita, pensando che ciò salvaguardi la propria dignità e felicità, che ciò lo salvi da quel dolore in cui vede il fallimento della propria esistenza. Eppure quel grido e quella scelta non lo salvano ma lo uccidono, perché per salvarsi avrebbe dovuto guardare a quel Cristo che, venendo duemila anni fa a insegnare all’uomo chi è veramente l’uomo nel progetto di Dio, gli insegnò anche a fare della sofferenza un’offerta per il prossimo, vincendo con la forza dell’amore la morte, quella stessa morte a cui la nostra società in declino rivolge quotidianamente i sacrifici umani dei bambini abortiti e dei suicidi.  


NOTA
1) Empia, scandalosa e mistificatoria poi è la conclusione del pm, che va a recuperare la figura di san Tommaso Moro, senza competenza né filosofica né canonistica, per affermare: «Moro fu giustiziato per le sue idee, ma cinquecento anni dopo la Chiesa lo ha canonizzato come martire. Non vorrei – ha concluso il pm con una battuta – che oggi condannassimo Cappato per poi vederlo santificato tra cinque secoli».