ATTUALITÀ
L’eutanasia e i suicidi a catena
dal Numero 7 del 18 febbraio 2018
di Lazzaro M. Celli

Con le DAT si paventa un possibile “Effetto Werther”. Il condizionamento dei media e la tendenza umana ad emulare, infatti, possono trasformarsi in una combinazione fatale per molti pazienti senza speranza.

Nell’essere umano c’è una tendenza ad emulare. Normalmente dovrebbe essere spiccata nei bambini e durare, con diversa intensità, fino all’adolescenza, poi dovrebbe svanire. Dovrebbe, appunto, poiché moltissime volte, invece, permane nonostante l’età adulta e, sebbene non sia il fattore determinante delle proprie scelte, ha, senz’altro, la sua incidenza nel processo di formazione della decisione.
A questa tendenza naturale bisogna aggiungere il ruolo di condizionamento dei media. Pensiamo, ad esempio, quando un male viene presentato come un valore positivo, per cui, a seguito di ciò, anche un comportamento sbagliato diventa qualcosa di moralmente più accettabile e non immediatamente condannabile.
Inoltre, la presentazione di un dato fatto, in sé negativo, ha tante più possibilità di far abbassare la soglia di condanna, quante più volte viene proposto dai media. In tal senso maggiore è il flusso d’informazioni, più facilmente si può ottenere l’effetto condizionante. Naturalmente, anche in questo caso, il risultato non è mai automatico, come se l’uomo fosse una sorta di robot da determinare e programmare, ma dipenderà da una serie di fattori, come, per esempio, la preesistenza o meno di un giudizio rispetto al messaggio trasmesso, e via di seguito.
Senza entrare nel merito delle cause condizionanti nella formazione delle opinioni, la recente pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 16 gennaio 2018, della legge ipocritamente denominata “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, che niente ha a che fare con il consenso informato e che in una sola parola si traduce con il termine eutanasia, pone in risalto il problema dell’“Effetto Werther”.
Si tratta di un comportamento imitativo per il quale si è spinti più facilmente al suicidio sotto l’effetto dell’emulazione. Il nome è mutuato da un’opera di Goethe, I dolori del giovane Werther, dove il giovane innamorato finisce suicida per non essere stato ricambiato dalla donna dei suoi pensieri. Se per definire il fenomeno si parla di Effetto Werther, non è per una semplice analogia. Se fosse stato così, si sarebbe potuto scegliere qualunque altro romanzo in cui l’amante si suicida perché non ricambiato. Il punto è che effettivamente, dopo la pubblicazione del libro, avvenuta nel 1774, tra la gioventù tedesca, ma anche nel resto d’Europa, si ebbe un preoccupante aumento di suicidi di innamorati non ricambiati, tant’è che in più parti si riporta che alcuni governi vietarono la stampa del libro nei loro Stati.
Se per analogia, in seguito all’approvazione della recente legge sull’eutanasia, dovesse verificarsi l’Effetto Werther, anche in Italia ci sarebbe un aumento dei suicidi/omicidi, come già altrove.
Nella fase di una malattia, la disperazione è un fattore determinante per decidere di farsi togliere la vita, ma la disperazione è la conseguenza di una vita vissuta senza Dio e attizzata da un ambiente dove manca l’amore per l’ammalato. Un ambiente relazionale che lo faccia sentire amato, non un peso o, peggio, un costo.
Sempre più orientata verso concezioni materialistiche ed edonistiche della vita, la cultura contemporanea riconosce la dignità dell’uomo solo a chi ha forza e a chi produce. I deboli, sono solo un fastidio.
Quando l’amore non c’è, l’uomo può solo disperarsi di fronte al dolore; quando non accoglie l’amore di Cristo, può solo tormentarsi nell’afflizione e nell’angoscia. Ricordiamoci, però, che Gesù è morto anche per costoro.
Negli scritti della serva di Dio Luisa Piccarreta, si riporta che durante l’agonia di Gesù nell’Orto, il Signore volle soffrire anche per i moribondi, affinché facessero una buona morte. Ella scrive: «Figlia mia, volli soffrire in modo speciale l’agonia dell’Orto per dare aiuto a tutti i moribondi a ben morire» (1). In un altro passo la mistica contempla Gesù mentre sale il Calvario e Gli dice: «O Gesù, Tu mi guardi, e vedo che ripari per quelli che non portano con rassegnazione la propria croce, anzi imprecano, s’irritano, si suicidano...» (2).
Ma ci rendiamo conto del fondo che stiamo toccando allontanandoci da Dio?  


NOTE
1) Luisa Piccarreta, L’orologio della Passione, Edizioni Segno, 2013, p. 57.
2) Ivi, p. 159.