ATTUALITÀ
Sofferenze a confronto...
dal Numero 4 del 28 gennaio 2018
di Lazzaro M. Celli

Tra l’eliminare il dolore e l’eliminare la vita il passo è breve, se la preoccupazione suprema di chi assiste i moribondi non è più il loro bene fisico e spirituale, ma solo e assolutamente quella di “non farli soffrire”. Non c’è dignità maggiore di quella dell’uomo che, a immagine di Gesù Cristo, affronta con coraggio e pazienza la morte. Ad insegnarcelo, questa volta, è un bambino.

La triste vicenda di Marina Ripa di Meana è nota a molti. Giunta in una fase avanzata del tumore, ha deciso di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera. Un’amica le ha consigliato la sedazione profonda, un intervento che si può praticare anche stando a casa, ed ella ha avvertito il dovere di far conoscere agli italiani questa possibilità che ha pubblicizzato attraverso un video.
La locuzione sedazione profonda nasconde una realtà che, non chiarita, rischia di confondere le idee a chi non è addetto ai lavori. In campo medico, afferma il dottor Renzo Puccetti, non è corretto parlare di sedazione profonda. O c’è la sedazione palliativa o la sedazione eutanasica. La prima consiste nell’alleviare il dolore, ed è lecita, la seconda fa cadere il paziente in un sonno profondo, simile alla morte e fino ad arrivare alla morte. Pertanto, la soluzione scelta da Marina Ripa di Meana è eutanasia. In questo modo, un altro velocissimo passo verso il “diritto” a farsi uccidere è stato compiuto.
La scelta di Marina Ripa di Meana ci porta a confrontarci con la dimensione dolorosa della vita. La sofferenza resta un argomento incomprensibile se non la si vede con gli occhi di Dio; senza quello sguardo perde irrimediabilmente il suo orizzonte di senso; un orizzonte che manca anche in chi, nel momento in cui la sofferenza rende più stanchi di lottare e la lucidità è offuscata dai tormenti, anziché sostenere l’ammalato, si abbandona ad un falso pietismo e dispone il morente verso la soluzione che racchiude il massimo disprezzo per la vita. Malato e assistente sono accomunati dalla perdita di Dio, da una cultura che non Lo riconosce e che uccide ancor prima dell’eutanasia.
È difficile ricordare il senso della sofferenza negli ultimi momenti dell’esistenza umana, anche perché la morte non s’improvvisa, la si prepara giorno per giorno. È ancora più difficile quando bisognerebbe ricordarlo a chi ha vissuto una vita intera ubriacato dai piaceri mondani, come se la realtà fosse solo quella terrena. Quando manca Dio, l’afflizione è più facilmente l’unica risposta al dolore. Certo, anche chi ha fede può avere momenti di afflizione, di rabbia, di ribellione, ma si tratta di stadi che poi si superano e che si traducono nell’acquisizione di una maturità spirituale maggiore.
Com’è accaduto ad un bambino di nome Manuel Foderà che viveva in un paese posto quasi alla punta occidentale della Sicilia, Catalafimi. Un giorno una notizia trafigge il cuore della famiglia: Manuel, di appena 4 anni, è affetto da una seria forma di tumore. Per cinque lunghi anni lotterà contro questa malattia, fino al 20 luglio del 2010, giorno in cui s’incammina lungo i viali della vita eterna e della gioia piena.
Gesù gli parla nel cuore e gli chiede di soffrire per ottenere la redenzione delle anime. Manuel accetta fino a dire: «Non pregate per la mia guarigione, perché con Gesù ho fatto un patto. Il Signore mi ha chiesto se volessi accettare una missione precisandomi che in cambio non c’era la mia guarigione fisica, e io ho risposto che accettavo»1.
Manuel accetta la sofferenza e non lo fa a cuor leggero. Sebbene le sfumature dei dialoghi con il Signore si conservino dentro un simbolismo linguistico tipico del mondo dei bambini, non mancano i segni di un grande equilibrio e serietà che lo porteranno a rifiutare finanche gli antidolorifici. Tutta la sua forza la trova nella recita del Rosario e nell’Eucarestia. Il bambino impara a lasciarsi consumare dal dolore e ad offrirlo per la conversione dei peccatori.
Manuel ha il conforto umano nell’amore della sua famiglia, che matura spiritualmente insieme al piccolo eroe. Mamma Enza gli è sempre vicino e alle sofferenze fisiche del bambino unisce quelle interiori che solo una madre può provare. Ad immagine della Madonna che restò sotto la croce del Figlio, Enza non lascia mai Manuel durante il suo piccolo calvario. E quando sembrava che stesse per spiccare il volo, quando i valori scesero al minimo inconcepibile per pensare di restare ancora in vita, quando i medici interruppero le trasfusioni, Manuel continuò a vivere e a soffrire ancora per quattro giorni. La madre che aveva imparato a leggere qualcosa del mondo spirituale del figlio gli chiede se avesse fatto un nuovo patto con Gesù. Manuel risponde di sì. Soffrire per convertire anime. Per la conversione di chi e di quanti sia stata offerta quella sofferenza finale del bambino, non ci è dato sapere. Noi speriamo che nel novero ci sia anche Marina Ripa di Meana.
E se il piccolo Manuel avesse potuto lasciare un messaggio agli italiani avrebbe certamente detto: offrite le sofferenze e i sacrifici per la conversione dei peccatori. E aveva solo nove anni!

NOTA
1 Enza Maria Milana - Valerio Bocci, Manuel. Il piccolo guerriero della luce, Elledici, 2015, p. 156.