CATECHESI
“Venga il tuo Regno”
dal Numero 26 del 28 giugno 2020
di Don Leonardo M. Pompei

Con questa invocazione la Chiesa guarda principalmente al ritorno di Cristo e alla venuta finale del regno di Dio. Ma prega anche per la crescita del regno di Dio nel presente delle nostre vite, dedicandosi con fervore alla missione di annunciare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo, di cui sulla terra Essa costituisce il germe e l’inizio.

Questa seconda petizione del Padre nostro, come è agevole comprendere dalla lettura dell’articolo del Catechismo ad essa dedicata, è forse la più problematica tra le sette domande. La stessa predicazione evangelica di Gesù, fortemente imperniata sull’avvento del Regno di Dio, è ammantata da un alone di mistero. Cosa sia esattamente questo “regno di Dio” e se, come e quando debba venire sulla terra, sono interrogativi che hanno provocato l’attenzione di vari scrittori ecclesiastici ad ogni livello, dando luogo a variegate letture e interpretazioni. Nel Catechismo troviamo, al riguardo, anzitutto queste considerazioni essenziali e basilari: «Nel Nuovo Testamento la parola “Basileia” può essere tradotta con “regalità” (nome astratto), “regno” (nome concreto) oppure “signoria” (nome d’azione). Il regno di Dio è prima di noi. Si è avvicinato nel Verbo incarnato, viene annunciato in tutto il Vangelo, è venuto nella morte e risurrezione di Cristo. Il regno di Dio viene fin dalla santa Cena e nell’Eucaristia, esso è in mezzo a noi. Il Regno verrà nella gloria allorché Cristo lo consegnerà al Padre suo: “È anche possibile che il regno di Dio significhi Cristo in persona, Lui che invochiamo con i nostri desideri tutti i giorni, Lui di cui bramiamo affrettare la venuta con la nostra attesa. Come Egli è la nostra risurrezione, perché in Lui risuscitiamo, così può essere il regno di Dio, perché in Lui regneremo” (San Cipriano di Cartagine)» (n. 2816).

Certamente il fatto che Gesù ci abbia indotto nella preghiera del Padre nostro a pregare perché “il regno di Dio venga” è chiaro ed evidente sintomo del fatto che, allo stato attuale, Dio purtroppo non regna sulla terra. Non è certamente un caso che, nel Vangelo di san Giovanni, Gesù chiama il diavolo «il principe di questo mondo» (Gv 12,31, 14,30 e 16,11) e che lo stesso Apostolo prediletto nella sua prima Lettera affermi con malinconica e amara constatazione che «tutto il mondo giace sotto il potere del maligno» (1Gv 5,19). È assai importante che i battezzati siano pienamente consapevoli di questa realtà: nel mondo c’è già, purtroppo, un regno, entrato in esso col peccato originale a causa della libera volontà dell’uomo, un regno di tenebre e di male, un regno governato dal principe degli angeli ribelli, che odia infinitamente Dio (con cui è in perenne guerra) e gli uomini (che vuole attirare e trascinare nella propria rovina e disperazione), un regno dai confini ampi, spesso subdoli e invisibili, che provoca schiavitù, dipendenza e tirannia, che scatena odi, violenze, guerre, immoralità di ogni genere, angoscia, disperazione. Come giustamente afferma il Catechismo, con l’Incarnazione di Gesù il regno di Dio ha cominciato la sua lenta opera di ripresa del suo possesso e dominio sull’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio per essere membro eletto e felice del suo regno di giustizia, di amore e di pace, un’opera tuttavia che è ancora ampiamente in corso e che trova nella Chiesa il suo inizio, come chiaramente spiega la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II Lumen gentium: «La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo Fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria» (n. 5, i corsivi sono miei).

I santi, evidentemente, sono una stupenda espressione di un primo compimento del regno e della signoria di Dio sulle anime e sui cuori. Essi hanno combattuto la buona battaglia della fede, liberandosi, con l’aiuto della grazia con cui hanno attivamente e operosamente collaborato, dalla schiavitù del peccato e del diavolo e immettendosi dentro quel regno di Dio che ha fatto germogliare in loro i fiori e i frutti di ogni virtù e santità. La Chiesa – in cui i santi hanno vissuto, che hanno amato e da cui sono stati nutriti e santificati – possiede tutti i mezzi per immetterci nella vita di questo regno (la pienezza della verità, la pienezza dei mezzi di grazia, il legame perenne col suo Fondatore grazie alla Successione apostolica), ma non cessa di invocarlo ininterrottamente perché sa che pur essendo già presente e all’opera al suo interno, è tuttavia ancora un piccolo germe in confronto alla colossale e malefica piovra del regno del nemico. Certamente verrà la piena signoria di Cristo e lo stabilirsi perfetto del suo regno alla fine della storia. La Chiesa tuttavia, obbediente alle parole del suo Signore, ne invoca e ne spera l’avvento anche in questo mondo, attraverso l’incessante invocazione dello Spirito Santo affinché Egli possa portare a perfezione l’opera già realizzata da Cristo e compiere ogni santificazione (cf. Messale Romano, Preghiera eucaristica IV; CCC 2818).

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