CATECHESI
Quando la preghiera è combattimento
dal Numero 9 del 1 marzo 2020
di Don Leonardo M. Pompei

Le testimonianze dell’Antico e del Nuovo Testamento lo insegnano: la preghiera è lotta. Contro chi? Contro noi stessi e contro il tentatore. Ecco perché il “combattimento spirituale” è sempre unito al “combattimento della preghiera”.

Pochi percepiscono che la preghiera, oltre che un dono di Dio, è anche un grande combattimento, che esige sforzo, costanza e perseveranza. Un combattimento presuppone una guerra e in ogni guerra ci sono due opposte fazioni che si contrappongono. Nel caso della preghiera, da un lato c’è l’anima che desidera stare con Dio, incontrarlo e farne esperienza, sul fronte opposto c’è anzitutto il nemico della nostra salvezza, il cui primo intento è distoglierci dalla preghiera, poi la mentalità del mondo (che distrae e attrae, inducendo a trascurare la preghiera come cosa che giova a poco) e infine quella che la Sacra Scrittura e i maestri di spirito chiamano “la carne”, ossia la nostra connaturale situazione di miseria, debolezza e refrattarietà alle cose di Dio che favorisce il vizio capitale dell’accidia, ossia il tedio e la trascuratezza delle realtà spirituali, per la fatica e l’ascesi che coltivarle comporta a fronte dei ben più immediati e fruibili piaceri terreni e sensibili. Chiunque desidera imparare a pregare e percorrere il cammino della preghiera deve essere ben consapevole di questa realtà. Non per nulla il Catechismo della Chiesa Cattolica dedica un intero articolo proprio a questo tema, ossia il secondo (ed ultimo) del capitolo denominato La vita di preghiera (il terzo della sezione che si occupa della preghiera cristiana).

«La preghiera è un dono della grazia e da parte nostra una decisa risposta. Presuppone sempre uno sforzo. I grandi oranti dell’Antica Alleanza prima di Cristo, come pure la Madre di Dio e i santi con Lui ce lo insegnano: la preghiera è una lotta. Contro chi? Contro noi stessi e contro le astuzie del tentatore che fa di tutto per distogliere l’uomo dalla preghiera, dall’unione con il suo Dio. Si prega come si vive, perché si vive come si prega. Se non si vuole abitualmente agire secondo lo Spirito di Cristo, non si può nemmeno abitualmente pregare nel suo nome. Il “combattimento spirituale” della vita nuova del cristiano è inseparabile dal combattimento della preghiera» (n. 2725).

Con queste splendide parole inizia questo secondo articolo, variamente articolato e che ora ci accingiamo a percorrere. Tra le più comuni e prime «obiezioni alla preghiera» (n. 2726), il testo, con un’analisi davvero acuta e alquanto esaustiva, pone anzitutto quella di “non avere tempo”. Si ha e si trova tempo per tutto e per tutti, meno che per Dio e la preghiera. In realtà più che “non ho tempo”, meglio sarebbe confessare a se stessi, più francamente e schiettamente, che piuttosto “non si ha voglia” di dedicare tempo ad un’occupazione peraltro spesso fraintesa con una non meglio identificabile “operazione psicologica”, oppure un complicato e laborioso “sforzo di concentrazione per arrivare al vuoto mentale”, oppure confusa o ridotta semplicemente ad alcune “parole rituali” da ripetere (quasi sempre a pappagallo).

Seguono una serie di ulteriori obiezioni derivanti «da alcune mentalità di questo mondo» (n. 2727), che possono facilmente contaminare e inquinare i cuori dei figli di Dio: anzitutto alcune pretese del moderno scientismo, per cui ha senso impiegare tempo solo in cose verificate dalla ragione e dalla scienza (con la conseguenza che, essendo la preghiera un mistero, sarebbe occupazione inutile e non profittevole); poi una certa mentalità (che definirei “poietica”) in base alla quale contano solo “i valori della produzione e del rendimento” (ed essendo la preghiera improduttiva per antonomasia, occuparsi di essa sarebbe una perdita di tempo); inoltre l’idolatria del sensualismo e della comodità (la preghiera non ha nulla di sensuale e non trova spazio in una vita comoda) ed infine l’obiezione che chi prega esce dal mondo, fugge, per rifugiarsi in un cantuccio sicuro, lontano dai problemi per la paura di doverli affrontare o per non sentirsi da essi sopraffatti.

Infine c’è una serie di difficoltà legate agli «insuccessi nella preghiera» (n. 2728). Anche qui i punti individuati, oltre che di debita menzione, meritano di essere attentamente considerati e meditati: anzitutto la tentazione dello scoraggiamento, che prende o quando si vivono dei momenti di aridità, o quando ci sembra di non essere esauditi, oppure quando ci sembra di dare poco al Signore. Grandi ostacoli sono costituiti anche dall’orgoglio di chi non prega sentendosene indegno in quanto peccatore (dimenticando le parole di Gesù sulla preghiera del pubblicano), oppure il possedere quei “molti beni” (cf. Mc 10,22) che distolgono mente e cuore da Dio e dalla preghiera.

Si capisce bene, dunque, alla luce di questa splendida sintesi, perché la preghiera sia un vero e proprio combattimento, da cui è impossibile esimersi e che bisogna affrontare con determinazione, coraggio e fiducia, implorando dal Signore umiltà, fiducia e perseveranza.