CATECHESI
Gli Angeli nella Beatitudine eterna
dal Numero 26 del 2 luglio 2017
di Padre Angelomaria Lozzer, FI

Come sono diversi i compiti dei vari gradi militari durante la battaglia e dopo il trionfo, così variano i ruoli degli Angeli sulla terra e in Paradiso. Tuttavia, essi continueranno sempre, anche quando gli uomini saranno nella Gloria, a svolgere verso di loro un ruolo di illuminazione, poiché la loro carità non verrà mai meno.

Dovremmo avere la grazia dell’apostolo san Giovanni, ed essere come lui trasportati da un angelo «sopra un monte eccelso», per poter farci un’idea della beatitudine eterna e contemplare la Città Santa. È là che gli angeli adorano Dio e lo lodano in un canto continuo. In quella beatitudine eterna incontreremo l’angelo custode che si rivelerà come il nostro più grande amico. Così si esprime san Francesco di Sales: «Colà i nostri buoni Angeli ci causeranno una gioia più grande di quanto si possa dire, allorché si faranno riconoscere da noi, e ci faranno conoscere con molto amore la premura che hanno avuto per la nostra salvezza durante il corso della nostra vita mortale; ci faranno ricordare le sante ispirazioni che ci avevano suggerito, come un latte salutare che andavano ad attingere al seno della divina Bontà, per invogliarci a ricercare quelle ineguagliabili dolcezze di cui allora godremo». Il beato Angelico ha voluto immortalare quell’incontro, raffigurando un uomo che contempla il compagno di viaggio, che l’ha seguito con amore lungo il pellegrinaggio terreno, mentre è abbracciato e accarezzato dal suo celeste amico. Ora sono ambedue nella pace e nella gloria di Dio!
La missione dell’angelo non è però ancora finita. Infatti san Tommaso spiega che: «L’esercizio... dei loro uffici in qualche modo resterà e in qualche modo verrà a cessare dopo il giorno del giudizio. Cesserà in quanto gli uffici sono ordinati a condurre altri al loro fine: resterà invece nella misura in cui potrà coesistere con la consecuzione ultima del fine. Altri, per esempio, sono i compiti dei gradi militari durante la battaglia, altri durante il trionfo». Essi, infatti, continueranno a svolgere un compito di illuminazione dell’uomo, secondo quanto lascia intendere la scrittura: «Le stelle rimangono nel loro ordine e continuano la loro corsa» (Gd 5,20). Così scrive il Padre Hophan: «La bontà degli angeli nei confronti degli uomini non cessa neppure nella vita eterna. Senza invidia, disinteressati, cedono a noi in proporzione alla nostra capacità di assimilazione, parte della loro profonda conoscenza di Dio. Questo affetto ci procurerà una particolare beatitudine».
Se è vero che in qualche modo, come scrive san Bonaventura, gli angeli sono sulla terra ancora in veste di pellegrini (adhuc viatores ratione ministerii) in ragione del loro ufficio, dobbiamo però affermare che la loro beatitudine non è legata al nostro ingresso in Cielo. Essi, anche mentre sono sulla terra al nostro fianco, non sono turbati da nulla, dedicandosi con perfetta quiete e senza sforzo al nostro servizio. La loro gioia, però, aumenterà ulteriormente quando si aggiungerà alla beatitudine fondamentale del possesso di Dio anche la gioia sovrabbondante del nostro ingresso in Cielo. Anche se va specificato: «non è la nostra salvezza il motivo più profondo del gaudio degli angeli nel giorno eterno», quanto piuttosto «la realizzazione piena dell’ordine cosmico, quale il Creatore l’aveva immaginata sin dall’inizio che li riempie d’una gioia inesprimibile» (O. Hophan).
Gli uomini prenderanno il possesso dei seggi vuoti degli angeli ribelli e insieme canteranno a Dio «una voce dicentes» e «una voce, sine fine» il Trisagion. Allora «non vi saranno due comunità, l’una di uomini e l’altra di angeli, ma una sola. Infatti la beatitudine di tutti loro è l’appartenenza ad un unico Dio» (Sant’Agostino). San Gregorio Magno afferma: «La città celeste è piena di angeli e di uomini. A essa crediamo che debbano salire tanti uomini quanti sono gli angeli fedeli a Dio che vi rimasero. Sta scritto infatti: “Stabilì il numero delle genti secondo il numero degli angeli di Dio” (Dt 32,8)».
Secondo alcuni autori le anime dei giusti si trovano in Cielo pertanto secondo una gerarchia, per cui alcuni assomigliano ai serafini, altri ai cherubini, ecc. Così scrive sempre san Gregorio: «Ci sono molti che conoscono soltanto piccole cose di quel che riguarda Dio, ma non trascurano di annunziare quelle cose ai loro fratelli. In tal modo essi corrono alla schiera degli Angeli. Ci sono, poi, quelli che, pieni del dono della divina larghezza, possono comprendere e annunziare la sublimità dei segreti celesti... Altri fanno miracoli, operano segni meravigliosi... Ci sono quelli che cacciano gli spiriti maligni dal corpo degli ossessi, per virtù della loro preghiera... Ci sono anche alcuni che dominano in se stessi tutte le forme di vizio e di cattivo desiderio... Ci sono altri che abbondano nell’amore di Dio e del prossimo, da potere essere detti con ragione Cherubini... Ci sono finalmente alcuni che, accesi dalla fiamma della celeste contemplazione, sospirano soltanto all’amore del loro Creatore...». E ammonendo i cristiani dice: «Vedete se la sorte della vostra vocazione è già tra quelle schiere delle quali abbiamo ora parlato. Guai a quell’anima che non riconosce in sé qualcuno dei beni da noi numerati».
Ugualmente san Bernardo: «Per questo infatti Dio ha creato gli uomini fin dall’inizio, perché occupino i posti che questi hanno lasciato vuoti, e le rovine di Gerusalemme siano ricostruite. Sapeva che per gli angeli non si apriva nessuna via di ritorno. Conosceva la superbia di Moab, che è molto superbo, e la sua superbia non accetta il rimedio della penitenza, e per questo non accetta neppure il perdono».
Secondo san Bonaventura, però, non tutti gli uomini prenderanno il posto dei seggi lasciati vuoti dagli angeli caduti perché una parte di essi costituirà il decimo coro, secondo quanto sembra significare la decima dramma perduta del racconto di Gesù. Dello stesso parere è sant’Anselmo d’Aosta. Così riassume il suo pensiero il Lavatori: «Gli uomini sono chiamati a sostituire gli angeli ribelli, poiché questi non possono convertirsi e tornare al loro stato primitivo; è dunque necessario che gli uomini prendano il loro posto. Tuttavia, precisa Anselmo, ciò non significa che il numero degli uomini eletti sia uguale a quello degli angeli caduti; esso piuttosto è di molto superiore. Infatti gli uomini non sono stati creati unicamente per riempire il vuoto lasciato dai demoni, ma anche per la perfezione voluta dalla sapienza di Dio».
San Tommaso si distacca da questa posizione asserendo che, «se gli ordini angelici vengono considerati tenendo conto solo del grado della natura, gli uomini in nessun modo potranno essere aggregati a tali ordini; perché la distinzione di natura sussisterà sempre», ma, se si considera la grazia, essi possono giungere all’altezza degli angeli come afferma lo stesso Gesù: «Saranno come gli angeli». «Infatti – continua san Tommaso – ciò che è natura costituisce nell’ordine soltanto l’elemento materiale; mentre il coronamento dell’ordine deriva dal dono della grazia, la quale dipende dalla liberalità di Dio, e non dalla nobiltà della natura. Quindi gli uomini, mediante il dono della grazia possono meritare tanta gloria, da uguagliare gli angeli, a qualunque grado questi appartengano. E questo equivale ad aggregare gli uomini agli ordini degli angeli». Poi, contraddicendo san Bonaventura, afferma: «Alcuni... vogliono che agli ordini angelici non siano assunti tutti coloro che si salvano, ma solo i vergini e i perfetti: gli altri invece costituirebbero un proprio ordine a parte, distinto da tutta la società angelica. Ma tale opinione è contraria a sant’Agostino il quale dice “che non vi saranno due società, quella degli uomini e quella degli angeli, ma una sola: perché per tutti la beatitudine consiste nell’adesione all’unico Dio”».
Comunque siano le cose, è certo che sarà una celeste armonia, dove i giusti vivranno senza fine in compagnia degli angeli. Là, come dice sant’Ireneo, ci sarà «una profonda comunione», dove uomini e angeli canteranno incessantemente il loro Te Deum a Dio.
Il Padre Hophan poeticamente dipinge la Vergin Santa in atto d’intonare l’arcano inno, a cui fanno seguito tutti gli angeli con le potestà, i cherubini e i serafini, quindi gli apostoli, i profeti, i martiri, l’intera Chiesa, per finire con il Trisagion, «questa volta ampliato, parafrasato e ingrandito» di tutti gli abitanti celesti, sia uomini che angeli. «Te deum laudamus... Tibi omnes angeli, Tibi coeli et universae potestates... Tibi cherubin et seraphin... Te gloriosus apostolorum chorus... Te prophetarum numerus... Te martyrum candidatus... Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia... Patrem immensae maiestatis... Venerandum tuum verum et unicum Filium... Sanctum quoque Paraclitum Spiritum...».