MARIA SS.
Nazareth. La fiorita di Galilea
dal Numero 10 del 12 marzo 2017
di Carlo Codega

Nonostante caratteristiche di svantaggio, ad una vista puramente umana, Nazareth è stata scelta da Dio per germogliare il Fiore della Redenzione: il Verbo Incarnato. Essa ospita ancora parte della Casetta della Madonna, quella scavata nella roccia, custodita all’interno della celebre Basilica.

A chiunque per la prima volta muova i suoi passi in Terra Santa non può sfuggire l’enorme differenza che separa i tradizionali villaggi arabi, con il loro dedalo di stradine disordinate e case monofamiliari, dai moderni insediamenti ebraici, con i loro grandi edifici plurifamiliari in un contesto urbanistico perfettamente razionale e ordinato. È chiaro che i villaggi arabi, ben più che gli insediamenti ebraici, rappresentano quella tradizione semitica palestinese che più ci può riportare vicini all’epoca di Gesù, soprattutto nelle piccole borgate non toccate dagli interventi razionalizzanti ellenistici e romani. Stradine piccole, contorte e polverose; case irregolari e, a volte, improvvisate, addossate l’una all’altra in maniera claustrofobica; suk e mercatini disordinati con importuni venditori chiassosi e petulanti, sono l’ambiente tipico, che ci riporta alla mente una specie di ginepraio, un roveto che porta tutti i segni al contempo di un’umanità spontanea ma anche del disordine delle passioni e dei sentimenti umani, originato dal peccato originale.

La fiorita di Galilea

Ancora oggi il centro storico di Nazareth, seppur pesantemente rivisto da interventi nel corso della storia, in particolar modo nell’ultimo secolo, porta un po’ i segni di questa mentalità, soprattutto nello spazio che si estende dalla Basilica dell’Annunciazione alla Fontana della Vergine. Un roveto vero e proprio, roveto di strade e di abitazioni, ginepraio d’attività umane, in mezzo al quale però, come una rosa tra le spine, è fiorito il fiore della Redenzione, il Verbo Incarnato. Non a caso il significato letterale di Nazareth, in ebraico, è proprio quello di “fiorita” – come già ricordava san Girolamo –, nome stranamente bello e delicato per designare un ammasso di case a ridosso della roccia, quasi delle “topaie” (come le definisce il Roschini), in un borgo di nessuna importanza, al di fuori delle principali linee commerciali della piana di Esdrelon. Proprio di questo villaggio, infatti, l’apostolo Natanaele avrebbe affermato: “Può mai venire qualcosa di buono da Nazareth”! Eppure il singolare corso delle vicende volle che il nome di questo villaggio, del tutto inadatto da una visuale umana, divenne quanto mai opportuno nel momento in cui il Figlio di Dio prese la sua natura mortale proprio lì, scegliendolo poi anche per viverci, per il qual motivo Egli sarebbe divenuto, nella sua vita pubblica, il “Nazareno” per eccellenza.
Proprio qui, probabilmente poco dopo i dodici anni di età di Maria Santissima, quando ebbe terminato il periodo di servizio al Tempio di Gerusalemme, la Provvidenza divina spinse la famiglia di Maria Santissima ad abitare. Per quanto nata a Gerusalemme, Maria era figlia di un nazaretano di nome Gioacchino: questi era della tribù di Giuda e aveva possedimenti a Gerusalemme, ma era nato a Nazareth probabilmente a causa della politica di ripopolamento della Galilea, che aveva portato la sua famiglia giudea a spostarsi in Galilea. La Galilea da secoli infatti, come ci ricorda la storia biblica, era spopolata, soprattutto di popolazione di sangue ebreo, in quanto aveva dovuto subire l’esilio e la deportazione dei suoi abitanti ebraici sin dal 721 a.C., dopo la distruzione del Regno del Nord da parte di Salmanassar. Il singolare corso della Provvidenza fece incontrare pertanto proprio qui, nella lontana Galilea, la Vergine Maria col suo castissimo sposo san Giuseppe, anch’egli proveniente dalla Giudea (dalla cittadina di Betlemme) e proprio qui i due giovani, uniti da un santo e segreto proposito, decisero di unirsi in un Matrimonio perfettamente casto. Quest’unione perfettamente casta nelle intenzioni divenne, nel misterioso e onnipotente progetto di Dio, la più feconda nella realizzazione: mentre trascorreva il tempo che separava la prima parte della celebrazione del matrimonio ebraico – quando la promessa di amore non comportava ancora l’abitazione in comune – dalla seconda – quando si sarebbe attuata la vera e propria coabitazione – ecco che la Vergine Maria sbocciò, come fiore ai primi raggi della primavera (al 25 marzo la tradizione fissa il concepimento di Gesù). Un Angelo la visitò assorta in meditazione profondissima nella sua casa e, proprio mentre domandava a Dio che si affrettasse il tempo della realizzazione della sua promessa con l’invio di un Messia che avrebbe liberato l’umanità afflitta dal peccato, ecco che l’inviato di Dio le svelò che proprio Lei era la pianta prescelta per fiorire in una gravidanza miracolosa e per germinare il frutto più maturo del piano provvidenziale di Dio: il Verbo Incarnato. Svelando un mistero fino ad allora solo preannunciato oscuramente, il Messia promesso non sarebbe stato altro che lo stesso Figlio di Dio, cosicché Maria divenne da quel momento la “Madre di Dio”. È il punto di svolta della storia umana: dalla promessa si passa al compimento, dall’attesa alla venuta, dalla figura alla realtà.

La Casa della Madonna

Il punto zero della storia dell’umanità va dunque situato nella povera casa di un’umile Fanciulla ebrea, un’abitazione che, come tutte le case di Nazareth, non aveva nulla di confortevole e di ricercato, bensì nella quale la ristrettezza eguagliava la scomodità. Come gli scavi archeologici hanno dimostrato, le case del piccolo villaggio di Galilea non erano altro che un piccolo ambiente a tre pareti addossato ad una roccia che veniva scavata, per ricavarne altre stanze. Come è ben noto a Nazareth della Casa della Madonna è rimasta solo la parte scavata nella roccia, in quanto, la parte in muratura (ovvero le tre pareti) si trova ora nelle Marche, a Loreto, venerata da folle di pellegrini desiderose di venerare quelle mura che hanno ascoltato il solenne “Verbum caro factum est”.
Come è successa questa singolare traslazione che ha privato la Terra Santa di una reliquia tanto preziosa? L’abitazione della Vergine – luogo dell’Incarnazione di Dio – era stata gelosamente custodita da secoli prima da una chiesa-sinagoga, poi da una Basilica bizantina del V secolo e infine dalla grandiosa Basilica crociata, che però nel 1263 venne distrutta dal sultano Baybars. Nel 1291 anche l’ultima presenza crociata in Terra Santa, la fortezza marina di san Giovanni d’Acri, cadeva davanti all’assedio islamico così che anche la Regina di Terra Santa, Maria Santissima, decise che era giunta l’ora di togliere una così preziosa perla dalle grinfie dei violenti e profanatori sultani selgiuchidi: nello stesso 1291 con un miracolo inusitato la Santa Casa prese il volo, sostenuta e guidata da uno stuolo di Angeli, per andare a posarsi nei Balcani prima (Tersatto) e nelle Marche, poi, seguendo così il ritorno in Europa dei valorosi crociati che da duecento anni combattevano sfortunatamente, versando il loro sangue per riconquistare la Terra di Gesù. A Nazareth restò così la grotta annessa alla casa, ben presto segnalata da una piccola e discreta cappella, che rimase comunque meta di pellegrinaggi.
Dobbiamo proprio ai pellegrini che nel corso dei secoli hanno visitato questo luogo, lasciandovi scritte e incisioni devote, la facilità con cui da sempre si poté identificare l’abitazione della Madonna: tra le incisioni spicca soprattutto l’antico “Chaire Maria”, ovvero il saluto angelico (Ave Maria) in lingua greca, tracciato proprio sulla grotta adiacente a quella venerata, come a voler perpetuare e ripetere con la propria presenza quella visita angelica che non aveva dato al mondo solo qualche grazia, bensì la fonte stessa delle grazie, Gesù Cristo. Solo nel 1620 i Francescani di Terra Santa poterono tornare in possesso del luogo e quasi un secolo dopo ottennero il permesso di ricostruirvi una chiesa con una singolare concessione: i Francescani avrebbero dovuto pagare un viaggio dell’emiro e, durante la sua assenza, avrebbero dovuto iniziare e terminare la costruzione del luogo di culto. Nonostante quest’umiliante condizione, una piccola chiesetta poté da quel momento custodire il luogo tanto venerato. 
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