La solennità di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci invitano a elevare i nostri pensieri alle realtà dei Novissimi, memori
che tutti siamo destinati alla Vita eterna, la qual sorte dipenderà
dalla vita vissuta su questa terra.

Le festività più grandi del mese di novembre, che invitano il cristiano a riflettere molto seriamente sulla propria vita, sulla salute della propria anima e sul destino di essa nella Vita eterna, sono le celebrazioni di Tutti i Santi (1° novembre) e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti (2 novembre). Se la festa di Tutti i Santi attira il cristiano alla memoria della ricompensa che essi godono in Cielo, la Commemorazione di tutti i fedeli defunti sollecita il fedele a «pensare che anche noi dovremo morir presto, e presentarci al tribunale di Dio per rendergli conto di tutta la nostra vita». In entrambe le festività, quindi, la Chiesa dispone il credente a meditare sulla Vita eterna, che, come spiega San Pio X nel suo Catechismo, «significa che il premio, come la pena, durerà in eterno, e che la vista di Dio sarà la vera vita e felicità dell’anima, mentre la privazione di Lui sarà la massima infelicità e come una morte eterna» (n. 159).
Con la morte del corpo organico, l’anima immortale riceve immediatamente «la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre» (CCC, n. 1022). Questo è quello che ci attende al termine della nostra vita terrena: cessando il tempo della prova, la nostra anima entrerà nello stato definitivo dell’eternità, ove verrà giudicata in quello che propriamente è chiamato “Giudizio particolare” e nel quale, come spiega San Giovanni della Croce, «saremo giudicati sull’amore», su quell’amore che, se è stato alimentato e dilatato in questa terra, ci avrà resi «conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8,29).
Se ci ricordassimo frequentemente che ogni nostro pensiero, parola, opera e omissione verranno vagliati e giudicati singolarmente dalla Giustizia divina nel nostro Giudizio particolare, immediatamente dopo la morte, e che per ciascuno di essi corrisponderà il premio o la pena eterna, quanti peccati in meno commetteremmo. Infatti, nella prima grande solennità del mese, nella quale festeggiamo Tutti i Santi, la Chiesa ci esorta a meditare sulla gloria dei beati comprensori che, conducendo eroicamente la loro vita sull’esempio mirabile del divin Maestro, hanno meritato di «prendere parte alla gioia del loro Padrone»
(Mt 25,14-30). Insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il Cielo”. Il Cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva» (n. 1024). Per giungervi è necessario morire in grazia, privi anche della più piccola macchia di peccato ed essere perfettamente purificati.
Nella eterna beatitudine del Paradiso, i Santi contemplano Dio nella sua gloria e godono di quella che la Chiesa chiama “visione beatifica”. Quando, poi, i corpi dei morti risorgeranno alla fine del mondo, quello dei Santi godrà di tre proprietà (spiritualità, immortalità, incorruttibilità) e di quattro doti (impassibilità, sottigliezza, agilità, chiarezza).
Tuttavia la solennità di Tutti i Santi invita a riflettere anche su di un’altra realtà eterna, opposta alla prima, identificata in quello «stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (n. 1033). In questo luogo vi entrano solo coloro che lo vogliono perché «Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale), in cui si persiste sino alla fine» (n. 1037).
Quello che fa soffrire terribilmente le anime dei dannati «consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (n. 1035). Alla privazione della visione beatifica, si aggiungono la pena del “fuoco inestinguibile” (cf Mc 9,43-48) e di tutti i mali fisici e morali. Per questo la Chiesa nei secoli non ha mai esitato di chiamare questo stato di massima infelicità “morte eterna”, immensamente peggiore della morte fisica. Alla risurrezione della carne, i corpi dei dannati non saranno spiritualizzati, ma pesanti, deformi, ripugnanti, tenebrosi, insopportabili all’anima, eternamente tormentati.
Diversamente da queste realtà eterne, la Commemorazione di tutti i fedeli defunti rivela ai cristiani l’esistenza di un terzo luogo non eterno, ma temporaneo e misurato alla purificazione di coloro che «muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati. [...] La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti» (n. 1030, 1031). Qui le anime soffrono immerse in un fuoco purificatore «al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo» (n. 1030). Al fine di ottenere la liberazione di queste anime dal Purgatorio, la Chiesa, fin dai primi tempi, ha esortato i fedeli a offrire suffragi, in particolare la Santa Messa, per donare loro, nel minor tempo possibile, la visione beatifica di Dio. Sia questo il nostro impegno in questo mese: offriamo preghiere, sacrifici e Sante Messe per le anime che soffrono immensamente tra le fiamme purificatrici del Purgatorio, ricordando che su questa terra siamo noi, con la nostra fede e le nostre opere, a scegliere la retribuzione che ci verrà data nella Vita eterna.