
Raffaelina Cerase nacque a Foggia il 1° novembre 1868. Dalla corrispondenza epistolare che ebbe con San Pio, leggiamo questi cenni autobiografici: «Fino ai sette anni in monastero, dai sette ai ventuno mondo, mondo, mondo (padre, inorridite, nemmeno il santo precetto), dai ventuno fino ad oggi peccati e peccati; cieca, sorda, scellerata» (Ep. II, n.31). La sua conversione dunque avvenne nel 1889 e con gli anni la sua vita spirituale si sviluppa e si perfeziona sempre più.
Durante il suo esilio in questo mondo, vide tramontare precocemente la vita di tre fratelli e dei suoi genitori. A causa di una controversia sull’eredità familiare, Raffaelina stette lontana dalla casa paterna per ben sette anni (1907-1914), vivendo in altre abitazioni prese in affitto assieme alla sorella Giovina. Alla fine di questo periodo, tramite padre Agostino da San Marco in Lamis, iniziò la corrispondenza epistolare con Padre Pio.
Nell’agosto del 1915 Raffaelina avvertì i primi sintomi rivelatori di un tumore; sotto il comando di Padre Pio si fece visitare da un medico specializzato di Bologna, per poi affrontare l’operazione di asportazione della zona malata. Quest’ultima riuscì e in pochi giorni Raffaelina poté essere dimessa dall’ospedale e tornare a Foggia. Provvidenza volle che Padre Pio in quel periodo venisse trasferito da Pietrelcina al convento cappuccino di Sant’Anna a Foggia; dopo quasi tre anni di direzione spirituale per corrispondenza epistolare, Padre Pio e Raffaelina finalmente poterono conoscersi personalmente e parlare a lungo dei problemi che tanto stavano loro a cuore.
Il male di Raffaelina non scomparve, ma si ripresentò una seconda volta, costringendola a letto. Nel frattempo Padre Pio la visitava ogni giorno trattenendosi a lungo con lui in colloqui spirituali. Tutto questo durò fino alla morte di Raffaelina avvenuta il 25 marzo del 1916. Era un’anima santa, come riferiva Padre Pio al padre Agostino: «Stamane dalle ore quattro abbiamo acquistata un’altra anima interceditrice presso il trono dell’Altissimo. Raffaelina ha consumato il suo corso, ha celebrato le nozze col divino Sposo» (Ep. I, p. 333).
Ma come riuscì Raffaelina a condurre una vita virtuosa dopo un’adolescenza vissuta nella mondanità? La risposta risiede in Padre Pio, il quale ha guidato quest’anima alla perfetta spogliazione di se stessa per ardere di amore di Dio e del prossimo; l’amore è l’ingrediente cruciale per raggiungere la santità e di conseguenza «celebrare le nozze col divino Sposo».
In una lettera indirizzata a Raffaelina, il Santo spiega con chiarezza cos’è l’amore di Dio. Egli suddivide questo amore in due parti: l’amore di Dio sostanziale e l’amore di Dio accidentale. Quest’ultimo si suddivide a sua volta in amore accidentale sensibile e amore accidentale spirituale. Così afferma Padre Pio: «L’amore di Dio sostanziale è quell’atto di preferenza semplice e nudo, con cui la volontà antepone Iddio ad ogni altra cosa per la sua infinità bontà. Chi ama in tal guisa Iddio, lo ama con amore di carità sostanziale. Ma se questo amore di Dio sostanziale viene accoppiato con la soavità, se detta soavità si contenga e si restringe tutta nella volontà, noi avremo l’amore accidentale spirituale; se poi la detta soavità scenda nel cuore, e vi si faccia sentire con ardore, con dolcezza, noi avremo ancora l’amore accidentale sensibile [...]. Iddio volle guadagnarci a sé col farci provare abbondantissime dolcezze e consolazioni in ogni nostra divozione, tanto nella volontà, che nel cuore [...] è facile che la povera anima si attacchi alle accidentalità della divozione e di quell’amore sostanziale, che solamente la rendono cara ed accetta a Dio [...]. Volendo [Dio] promuoverla ad una maggiore santità di vita, le toglie quella dolcezza di affetti, che fin qui ella ha sperimentato in tutte le sue meditazioni, orazioni ed altre sue divozioni [...]. Alla purgazione di un tale amore è seguito tutto questo nuovo stato penosissimo [...]. Raffaelina, la contemplazione è cosa tutta spirituale e fino a quando l’anima non si sarà del tutto spiritualizzata, ella non potrà né possederla perfettamente, né conoscerla». In questo estratto della lettera indirizzata a Raffaelina, il Santo spiega come l’amore vero di Dio non consiste nel sentire qualche cosa, ma nel saperlo amare anche nelle contraddizioni e nelle avversità. Anzi, possiamo ben capire che quando sentiamo consolazioni nella vita spirituale e tutto sembra “filare liscio”, allora siamo solo all’inizio e dobbiamo ancora progredire molto; al contrario, quando gli occhi della nostra anima sono immersi in una fitta nebbia spirituale, che non ci permette nemmeno di intuire cosa voglia fare Dio in noi, San Pio ci risponde in questo modo: «Ciò che la povera anima chiama abbandono [ossia essere nello stato di aridità spirituale] non è altro che una singolarissima e specialissima cura del Padre celeste per lei».
Infine il Santo chiude la lettera affermando: «Correte, vi dico, ché la strada è lunga ed il tempo è assai breve». Saggio ammonimento poiché il perdere tempo in angustie o scrupoli spirituali, senza consultare il proprio direttore spirituale, è un’arte diabolica per farci sciupare il brevissimo tempo che Iddio ci dona per farci santi. L’Immacolata, Madre del Buon Consiglio, ci accompagni in questa valle di lacrime e ci aiuti a operare sempre con retta intenzione per guadagnare meriti e anime per il Paradiso.
di Fra Pio M. da Verona