
Il 16 giugno del 2002, ventiquattro anni fa, Padre Pio veniva dichiarato ufficialmente “santo”. Quel giorno, domenica, ci fu una solenne cerimonia in Piazza San Pietro davanti a 300.000 pellegrini giunti da ogni parte del mondo. Milioni, poi, furono quelli che seguirono l’evento da casa perché fu mandato in onda in Mondovisione. A presiedere il rito, Papa Giovanni Paolo II, ormai molto malato ma desideroso di innalzare agli onori degli altari il Frate con le stimmate di cui anche lui era devotissimo. Protagonista di quella giornata fu anche un bambino di nove anni, paffutello e dallo sguardo attento. Seguì la Messa insieme alla sua famiglia, e poi, accompagnato dal vice postulatore della Causa di canonizzazione di Padre Pio, padre Gerardo da Flumeri, si avvicinò a Papa Wojtyla per salutarlo e baciargli la mano. Quel bambino si chiamava Matteo Pio Colella.
Due anni prima, nel gennaio del 2000, Matteo era stato colpito da meningite fulminante che lo stava portando rapidamente alla morte. La sua famiglia si era affidata in preghiera a Padre Pio e lì in ospedale, sotto il controllo dei medici, Matteo era guarito improvvisamente. Per la Scienza si trattava di qualcosa di impossibile. La Congregazione per le Cause dei Santi che oggi si chiama Dicastero delle Cause dei Santi, aveva attentamente esaminato la guarigione di Matteo, l’aveva riconosciuta “miracolosa” e avvenuta per intercessione di Padre Pio. Il prodigio era quindi servito nella fase finale del processo di canonizzazione.
Questa è una caratteristica molto importante: i processi di canonizzazione necessitano di miracoli. Se al termine delle varie indagini e ricerche si arriva alla conclusione che il candidato è veramente “santo”, la Chiesa non procede subito alla proclamazione perché teme di sbagliare. A quel punto chiama “a testimoniare” Dio in persona. Chiede cioè che Dio compia un miracolo per intercessione del candidato alla santità, in modo da confermare le conclusioni della causa. Sono necessari due prodigi ufficialmente riconosciuti da una commissione scientifica, una commissione teologica e in ultimo dal Papa. Il primo deve essere avvenuto dopo la morte del candidato alla santità e il secondo dopo la sua beatificazione.
Oggi, Matteo Colella è un uomo di trentatré anni, è da pochi mesi diventato papà e fa lo psicologo e lo psicoterapeuta. «Perché voglio aiutare chi ha bisogno», mi ha detto. «È la vocazione della mia vita. Dentro di me, sento che devo in qualche modo restituire quanto ho ricevuto. Non è stato facile crescere sapendo di essere il miracolato da Padre Pio. Mi chiedevo sempre: “Perché è accaduto a me e non ad un altro bambino malato?”. Una domanda che mi metteva in crisi e per la quale non trovavo risposta. Poi col tempo ho accettato la mia guarigione considerandola come un’importante opportunità. Ho capito che se mi è stata ridata la vita, se ho potuto riabbracciare la mia famiglia, se ho avuto la possibilità di crescere, forse era per un motivo preciso. Ecco perché sento fortissimo l’obbligo di ricambiare. Sento forte il dovere di darmi da fare per gli altri. È il mio modo per dire grazie a Padre Pio».
Chiedo a Matteo di raccontarmi la sua guarigione che è ancora oggi considerata una delle più incredibili. Lui sorride e si vede che si emoziona nel ripensarci. «È come se ci fossero due realtà – mi spiega. C’è quanto mi hanno riportato i miei genitori e che io non posso ricordare perché ero in coma. Poi c’è quello che ho visto e sentito mentre ero incosciente. E questa è tutta un’altra storia ed è talmente vivida nel ricordo che mi pare sia accaduta solamente l’altro giorno».
L’avventura di Matteo inizia la mattina del 20 gennaio 2000. «Quel giorno mia madre mi svegliò per andare a scuola, come sempre. Però non mi sentivo molto bene. Ero stanco, come se non avessi dormito abbastanza, e avevo anche un po’ di mal di testa. I miei genitori mi hanno detto che verso le 10:30 del mattino vennero a prendermi a scuola perché avevo la febbre e nel giro di qualche ora la mia temperatura arrivò anche a 40,2 gradi. Avevo anche delle macchie rossastre su tutto il corpo. Mi portarono in ospedale e le mie condizioni peggiorarono drasticamente.
Da quel momento, non ricordo più nulla. Mi hanno detto che non respiravo, che ero in stato di shock. Venni portato in rianimazione e poi andai anche in arresto cardiaco per quasi un’ora, cosa che avrebbe dovuto comportare dei danni cerebrali irreversibili. I medici mi misero in coma farmacologico e nel frattempo si cominciò a capire quale era il problema. Ero stato colpito da una meningite fulminante così forte che aveva dato luogo ad una setticemia, cioè un’infezione causata da batteri nel sangue. In maniera molto veloce, l’infezione aveva compromesso diversi organi del mio corpo. Per dare un’idea della terribile gravità della situazione bisogna considerare che quando un’infezione di questo tipo arriva ad interessare sei organi, la mortalità è del 100%. Nel mio caso, l’infezione aveva colpito nove organi! Erano stati coinvolti il sistema nervoso, quello respiratorio, quello cardiovascolare, i reni, il fegato, il sangue, le ghiandole surrenali, l’intestino e la pelle. Tutto questo significa che era impossibile guarire. Con un quadro clinico così non c’erano assolutamente possibilità di sopravvivenza! I medici se ne accorsero e non poterono dare alcuna speranza alla mia famiglia.
Ovviamente i miei genitori erano devastati. Mamma mi ha raccontato che vivevano immersi nel dolore e nella paura e non aveva più lacrime da versare. Lei e papà sono entrambi devoti di Padre Pio e a lui quindi si rivolsero con tutta la forza della fede. Soprattutto mia madre. Da bambina lei aveva anche visto di persona Padre Pio. I suoi genitori la portavano spesso da Foggia a San Giovanni per assistere alla Messa del Padre, alle cinque del mattino. Se lo ricordava bene ed era poi cresciuta sentendo parlare di lui e considerandolo il proprio padre spirituale. Io ero in ospedale ormai in fin di vita e solo un miracolo poteva salvarmi. Così mia madre si attaccò a Padre Pio con una tenacia da leonessa, coinvolgendo in una incessante catena di preghiere i parenti, gli amici e persino gli operatori dell’ospedale. Mamma andava a pregare nella cella di Padre Pio per sentirlo ancora più vicino e poi nella cripta dove era sepolto e vi restava quasi tutto il giorno. Conosceva bene i frati del convento e uno di questi, padre Paolo Covino che fu accanto a Padre Pio negli ultimi suoi giorni, le diede una reliquia del Padre che lei poi mise sotto il cuscino.
Ad un certo punto, fra Modestino, il confratello di Padre Pio che era considerato un po’ il suo erede spirituale, disse a mia madre: “L’ho chiesto a Padre Pio. Gli ho detto: prega per Matteo, fa che questo sia il miracolo per la tua santificazione!”. Questo è un particolare importante perché pochi giorni prima di morire, Padre Pio, nel regalargli il proprio Rosario personale, aveva promesso a fra Modestino: “Ricordati che da me avrai sempre ciò che vorrai”. Le preghiere di fra Modestino quindi, quelle degli altri frati, di mamma e papà e di tutta la gente di San Giovanni andarono a segno. Smossero il Cielo e l’impossibile si verificò.
Il 31 gennaio, cioè undici giorni dopo il mio ricovero, mi svegliai. E già il giorno dopo chiesi la Coca Cola da bere e la Play Station per giocare. I medici erano allibiti, spaesati. Non esiste nella letteratura scientifica una cosa del genere. Non solo ero sopravvissuto ma mi stavo riprendendo completamente senza alcun danno e questo era senza precedenti. Tanto è vero che in una ventina di giorni venni dimesso e ripresi ad andare a scuola.
Una settimana dopo il mio risveglio, mentre ero ancora in ospedale, raccontai a mia madre cosa avevo visto mentre ero in coma. Fu lei a chiedermi se avessi per caso sognato e io le dissi che no, non avevo fatto alcun sogno. Ma che mi ero visto. Proprio così. Riuscivo a guardare me stesso nel letto e mi pareva di farlo da lontano come se la stanza fosse enorme. Mi vedevo sdraiato nel letto dell’ospedale ma nella stanza non c’erano medici, infermieri e neppure mamma e papà. Però non ero solo. Vicino a me vidi infatti un signore anziano. Portava la barba bianca e un vestito marrone che gli arrivava fino ai piedi. Mi teneva stretta la mano. Mi sorrise e mi disse: “Matteo, non ti preoccupare. Tu guarirai presto”. Nel sentire queste parole, mia madre ebbe un sobbalzo. Prese una immaginetta di Padre Pio e me la mostrò. Immediatamente lo riconobbi. Era lui! Era Padre Pio che mi aveva tenuto la mano. Se chiudo gli occhi ancora lo vedo, è un’immagine che non dimenticherò mai e poi mai».
di Roberto Allegri