Diamo inizio al racconto di come il più bel fiore dell’Ordine dei Minori, Sant’Antonio di Padova, abbia incontrato per la prima volta i Francescani e abbia compreso che il Signore lo voleva figlio del Poverello di Assisi.

«Ho lasciato il mondo, ma il mondo non mi vuole lasciare»
Il quindicenne Fernando, figlio di don Martino de’ Buglioni e donna Maria Taveira, nativo di Lisbona nel Portogallo del 1195, decise di entrare in monastero fra i Canonici Regolari di Sant’Agostino per dedicarsi in modo assoluto a Dio. Giovane brillante e di doti eccezionali per l’apprendimento delle scienze, si dedicò allo studio assiduo della Regola, per poter così mettere in pratica tutti gli insegnamenti di essa e poter così raggiungere la perfezione evangelica nella vita religiosa appena intrapresa. Senonché...
Col passare dei mesi egli si accorse che il proposito fattosi di lasciare il mondo per Dio gli era difficilmente realizzabile. Infatti, a Lisbona, nell’abbazia di San Vincente de Fóra, fondata da Alfonso I e dalla sua consorte Mafalda di Savoia, dove egli fece la sua entrata in monastero, notò che il mondo non voleva decidersi a lasciarlo... Le visite dei parenti e degli amici erano continue, ed egli, pur nutrendo un tenero amore verso i suoi familiari, si addolorava, poiché tali frequenti visite gli turbavano la pace del cuore che egli cercava nel silenzio del chiostro. I suoi biografi non si limitano ad annotare le sole visite dei parenti, ma sottolineano anche la presenza di amici che, probabilmente, vista la nobiltà del casato che Fernando aveva lasciato, cercavano di scuotere la sua vocazione, di scoraggiarlo e indurlo ad uscire dal monastero, insinuandogli che la sua entrata era solamente un capriccio giovanile, un “fuoco di paglia”. Non mancarono in ciò le astuzie femminili: prima che egli entrasse, vi erano tra le famiglie nobili diverse pretendenti, e queste ebbero l’ardire di presentarsi al monastero per poter parlare con lui. Ora, tutte queste industrie, che inevitabilmente erano macchinate dal maligno, non fecero altro che confermare ancor più saldamente la vocazione di Fernando: egli vuole servire Dio e non il mondo.
Alla ricerca della perfezione
Si abbandonò come un figlio delle mani del Signore e della Beata Vergine Maria, invocando il loro aiuto, che non tardò ad arrivare. Iniziò, infatti, ad accarezzare il desiderio di cambiare monastero... Pregò, pregò assiduamente e un giorno si presentò al Priore e gli manifestò il suo desiderio. Alla domanda del Priore che voleva sapere i motivi del possibile trasferimento egli alluse al turbamento che gli procuravano le continue visite dei parenti, amici e conoscenti. Nascose, però, per delicatezza di coscienza e non permettendosi assolutamente di formulare un’accusa contro il Priore e i confratelli, riconoscendo che era troppo giovane per fare tali osservazioni, la realtà del rilassamento presente nel monastero... Difatti, Fernando, essendosi per due anni applicato allo studio delle norme e del regolamento, e mettendo scrupolosamente in pratica la santa volontà di Dio espressa nella Regola, acquistò meriti davanti a Dio e la sua condotta fu fin dall’inizio un pungente rimprovero per i confratelli che purtroppo non erano zelanti nell’adempimento dei doveri.
Il Priore accettò con benevolenza la richiesta del diciasettenne Fernando e lo fece trasferire a Coimbra nel grande monastero di Santa Croce, fondato nel 1131 dall’arcidiacono Tellone, dove riceverà anche l’Ordinazione sacerdotale. Purtroppo, anche qui, godendo il monastero della diretta protezione del Re e avendo grandi estensioni di campi e vigneti, saline e altri censi, si assicurava in tal modo copiose rendite e ciò procurava al monastero un vivere comodo e agiato, nonché il rischio per i religiosi di adattarsi e rilassarsi, il che dolorosamente avvenne.
Le scienze divine che conducono a Dio
Don Fernando si ingannò, egli andava a Coimbra per cercarvi la solitudine, la pace e l’osservanza perfetta della vita monastica, ma non vi trovò questa realtà.
Scoraggiarsi? No. Desistere dal desiderio di raggiungere la perfezione? No. Egli si propose di vivere internamente quella solitudine e quel raccoglimento che esternamente non trovava nel monastero. Si formò, ad imitazione del Serafico Padre San Francesco – che ancora non conosceva –, una celletta nel cuore e vi si immerse giorno e notte, riuscendo così a vivere in continua unione con Dio.
Ovviamente, c’erano anche delle caratteristiche buone nel monastero. Esso conservava un ottimo centro di studi filosofici e teologici. Ferdinando si immerse negli studi e frequentò le lezioni traendone immenso profitto. La sua preferenza fu per lo studio della Sacra Scrittura e degli scrittori ecclesiastici, Santi Padri e Dottori della Chiesa. Egli, per poter penetrare il vero senso della Parola di Dio, volle rendersi padrone della lingua ebraica e probabilmente anche di quella greca. Per ben otto anni perseverò nel suo proposito di crescere spiritualmente e di arricchire la sua bella mente delle verità divine per poter meglio servire il Signore. Egli amava la scienza non per se stessa, ma come mezzo che lo guidava e conduceva a Dio, vera scienza eterna.