SPIRITUALITÀ
Verso il Paradiso... passo dopo passo Il vincolo della perfezione
dal Numero 24 del 28 giugno 2026
di Fra Gerardo M. Pio da Osimo
La nostra patria è in Cielo, ma per entrarci dobbiamo raggiungere la perfezione della vita cristiana sulla terra, attraverso l’esercizio della carità, cioè amando Dio e il prossimo.
Ogni vita è caratterizzata da uno sviluppo, una crescita e un movimento che la sostiene continuamente nella propria vitalità, fino al raggiungimento della propria perfezione. Particolarmente la vita cristiana, che è essenzialmente progressiva, conosce, durante tutto il suo corso, una fase graduale di perfezione che culminerà nel “tocco” ultimo e definitivo con il suo termine soprannaturale (Dio) nella «dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli» (2Cor 5,1). Perciò è doveroso per ogni cristiano conoscere in che cosa consista la perfezione cristiana, e viverla così come ci viene rivelata dalla Parola di Dio che ci sprona vigorosamente ad essere «perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). La perfezione, generalmente intesa, consiste nel raggiungimento del fine al quale l’essere è ordinato: in questo senso esiste una “perfezione assoluta”, che appartiene a Dio solo poiché Egli è la perfezione per essenza, e una “perfezione relativa o progressiva” che si sviluppa e progredisce nell’approssimarsi al suo fine naturale: in quest’ultima, propriamente, consiste la perfezione dell’uomo. Orbene, il fine dell’uomo, nell’ordine naturale come pure soprannaturale, è Dio, il «Signore che ci ha creati» (Sal 95,6) scegliendoci «prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1,4) e ciò «perché noi fossimo a lode della sua gloria» (Ef 1,12). Attraverso queste sacre parole è possibile comprendere che l’essenza stessa della perfezione cristiana si identifica nella carità, comprendente l’amore di Dio e del prossimo, che «è il vincolo della perfezione» (Col 3,14). La carità nell’uomo è la misura della sua perfezione soprannaturale, perché soprannaturale è il suo oggetto (Dio), il suo motivo (la fede ce lo rivela infinitamente buono e amabile) e il suo principio (la volontà perfezionata dalla virtù della carità e aiutata dalla grazia attuale). È dunque l’infinità bontà di Dio, considerata in se stessa, il movente naturalmente primario e principale della carità, la cui perfezione consiste innanzitutto nell’amore di Dio e secondariamente nell’amore del prossimo e di noi stessi per amor di Dio (in quest’ultimo ordine, l’amore al bene spirituale proprio è primario e anteriore al bene spirituale altrui che, invece, è da preferirsi al bene materiale proprio). Non si tratta di due virtù separate della carità, ma dell’unica e sola virtù che abbraccia insieme Dio, amato per se stesso, e il prossimo, amato per Dio. Per questo l’apostolo prediletto ed evangelista San Giovanni non si stancava di ripetere che «la carità è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio […]. Dio è carità; chi sta nella carità dimora in Dio e Dio in lui» (1Gv 4,7.16). Dunque, la perfezione consiste nella perfezione della carità, ed essa trova il suo perfezionamento nei due atti principali d’amore per Dio che San Francesco di Sales definisce «uno affettivo e l’altro effettivo, o come dice san Bernardo, attivo. Per il primo noi amiamo Dio e ciò che egli ama, per il secondo osserviamo e facciamo quanto egli ci comanda». La carità affettiva, secondo l’insegnamento del santo, ci fa compiacere in Dio, mentre la carità effettiva ci fa piacere a Dio. Poiché la perfezione cristiana è tanto maggiore quanto più intenso è l’atto della carità e il suo influsso nelle altre virtù, allora conseguenzialmente la nostra perfezione dipenderà primariamente dalla carità affettiva e secondariamente dalla carità effettiva. Tuttavia, è pur vero che la perfezione dell’amore divino, dal nostro punto di vista, si manifesta più evidentemente nell’esercizio della carità effettiva, cioè nella pratica per amor di Dio delle virtù cristiane, specialmente quando ciò comporta grandi difficoltà nelle prove a causa di fatiche o tentazioni. Inoltre, poiché la carità può crescere indefinitivamente in noi uomini ancora viatori su questa terra, allora la perfezione cristiana in questa vita non ha alcun limite. Diversamente, in Cielo, quando l’anima sarà giunta al suo termine terreno, nell’esatto istante in cui entrerà nell’eternità, il suo grado di carità si fisserà secondo l’intensità posseduta in quell’ultimo istante di vita terrena, ovverosia quando sarà terminato anche il tempo per meritare. Nel «Regno dei Cieli» (Mt 3,2) i Santi amano nella beata contemplazione del «volto di Dio» (Sal 42,3) «faccia a faccia» (Nm 14,14). Invece sulla terra, nello stato attuale della natura decaduta, è impossibile amare Dio con un amore effettivo privo di qualsiasi sacrificio per Lui, a causa del disordine insito nelle tendenze delle facoltà sensitive (sensi esterni e interni) e superiori dell’anima (intelligenza e volontà) dalla colpa originale; dunque è impossibile amare Dio senza combattere e mortificare queste inclinazioni disordinate che, come rivela San Paolo, muovono «guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra» (Rm 7,23). È dunque necessario sacrificare generosamente tutto ciò che si oppone a questo amore, giacché «se uno ama il mondo – scrive San Giovanni – l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo» (1Gv 2,15-16). Nell’immolazione di ogni appetito e tendenza contro Dio e nella generosa mortificazione dei piaceri leciti, finalizzata a sottomettere la carne alla «legge dello Spirito» (Rm 8,2), va pure ricordato che l’amore di Dio facilita singolarmente il sacrificio. Infatti Sant’Agostino insegna che «dove si ama, non si soffre, o, se si soffre, questa sofferenza è amata» e ciò perché, come dichiara il serafico San Francesco, «tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto»: questo “bene” è l’eterno e irrevocabile amplesso d’amore con Dio nella “nostra patria che è nei cieli” (cf Fil 3,20). Affrettiamoci a raggiungere la perfezione della nostra vita cristiana orientando tutto il nostro amore a Colui che è infinitamente amabile e infinitamente amante, attestando questo amore non solo con le parole ma con le opere, con il sacrificio e la rinuncia a tutto ciò che non è accetto a Dio, affinché anche noi possiamo così, come il Serafino di Assisi, attendere «il premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,12).
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