SPIRITUALITÀ
San Giuseppe patrono degli operai
dal Numero 15 del 26 aprile 2026
di Padre Stefano M. Pio Manelli
Tutti i lavoratori cristiani possono avere in San Giuseppe il loro patrono: egli comprese bene l’importanza del lavoro per la propria santificazione; infatti svolgeva il suo mestiere di falegname con grande impegno e dedizione, ma anche con molto sacrificio per le necessità della Sacra Famiglia.
La Sacra Famiglia, in realtà, era una vera famiglia operaia. San Giuseppe, infatti, esercitava il mestiere di artigiano-falegname lavorando indefessamente nel suo povero laboratorio-bottega a Nazareth, per procurare il necessario sostentamento quotidiano della piccola famiglia. Maria Santissima, la Regina universale, come scriveva anche San Bonaventura da Bagnoregio, filava e cuciva, cucinava e puliva, secondo i bisogni della famiglia. Gesù, a sua volta, man mano che cresceva imparava il mestiere di falegname dal padre e aiutava la Mamma in molti servizi. Anche uno dei primi Santi Padri della Chiesa, San Giustino, apologeta cristiano, scriveva già, nel suo libro Dialogo con Trifone, che San Giuseppe lavorava da falegname costruendo anche carri, aratri e gioghi per i buoi, e Gesù, ragazzo e giovane, imparava anch’egli a conoscere e a costruire con il padre questi strumenti di cui parlerà qualche volta anche nei suoi discorsi evangelici, dicendo appunto quelle dolci parole: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi [...]. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore [...]. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30). C’è da sapere, a questo riguardo, che il lavoro manuale da artigiano e operaio non era affatto disdegnato, a quei tempi, neppure dalle persone più colte e dotte. Si può pensare a San Paolo, ad esempio, il quale, oltre che dotto nella legge in Israele, era anche un esperto lavoratore di tende, impegnandosi in questo lavoro anche durante le sue grandi predicazioni. E così, si sa molto bene che anche i rabbini e i capi del Sinedrio esercitavano l’uno o l’altro lavoro di sarti, falegnami, tintori, panettieri. San Giuseppe, quindi, pur essendo della nobile stirpe regale per la sua discendenza davidica, non solo non rifuggiva dal lavoro di operaio, ma, al contrario, era seriamente impegnato al suo lavoro di falegname, svolgendolo con molto onore e molta dedizione, secondo la volontà di Dio, oltre che con molta pazienza e sacrificio, per le condizioni di povertà sociale in cui si trovava nella piccola Nazareth. È per il grande esempio di San Giuseppe, quale modello di lavoratore santo, che il Venerabile Papa Pio XII il 1° maggio del 1955 istituì la festa liturgica di San Giuseppe artigiano, proponendo appunto San Giuseppe quale celeste “Patrono” di tutti i lavoratori cristiani, specie i più bisognosi di lavoro e pane quotidiano. Per questo, San Giuseppe comprendeva e comprende bene il valore e l’importanza del lavoro per tutti gli uomini e può quindi intercedere più efficacemente presso Dio per tutti coloro che non hanno lavoro e lo cercano con grande ansia per il necessario sostentamento del vivere quotidiano. E oggi, soprattutto, con le condizioni della società anche opulenta che non sa dare il lavoro a tanti uomini, è grande il grido dei papà di famiglia che cercano lavoro per dare da mangiare alla famiglia da portare avanti. Ricorso a San Giuseppe San Bartolo Longo riferisce un bell’episodio di aiuto da parte di San Giuseppe ad una famiglia ridotta alla fame. «Una povera vedova, madre di 5 figli, disse a loro un giorno: “Io non ho per oggi un tozzo di pane, né un pugno di farina, né un uovo. Andatevene con Dio e raccomandatevi a San Giuseppe che è tanto ricco”. Uno dei figlioletti, mentre va a scuola digiuno, passa nella Chiesa e dice forte a San Giuseppe: “Tu che sei tanto ricco, non ci devi lasciar morire di fame. La mamma non ha un tozzo di pane, né un pugno di farina, né un uovo: aiutaci tu”. Dopo la scuola, il ragazzo torna a casa e con meraviglia dice alla madre: “Come mai questo bel pane? E la farina e le uova? Te le ha forse portate un angelo?...”. “No, no – dice la mamma –, ma la donna del sindaco ti ha sentito pregare in chiesa San Giuseppe ed ella è l’angelo che San Giuseppe ha mandato in nostro soccorso”». Venerabile Guglielmo Massaia A questo grande missionario si era offuscata la vista, talché nel ritorno dall’Italia alle sue missioni s’era provveduto di parecchie paia di occhiali di varia grandezza, nel probabile caso di crescente debolezza. E questa progredì realmente di tal fatta che, adoperati già gli occhiali più forti, e tuttavia aumentando, si teneva umanamente disperato e costretto fra non molto a ritornarsene in Europa perché cieco. In tale frangente ricorse, com’era solito, a San Giuseppe. Presi tutti i suoi occhiali li depose sull’altare del Santo, là nella sua chiesa di Escia, e lo pregò che, se era volontà di Dio che continuasse nelle missioni, gli restituisse la vista. La domanda fu esaudita: d’allora in poi, finché visse, fino agli ultimi suoi anni, non ebbe più bisogno di occhiali. San Giuseppe l’aveva guarito. Procuriamo di imitare anche noi gli esempi di San Giuseppe, che fu un prodigio di santità, particolarmente per i lavoratori, e se teniamo conto delle situazioni tristi e dolorose in cui la stessa nostra società si trova spaccata fra uomini ricchi e facoltosi rispetto a tantissimi uomini senza lavoro e senza risorse per sostentare le loro famiglie, è proprio a San Giuseppe lavoratore e patrono dei lavoratori che bisogna ricorrere senza indugi con le più fervide preghiere e suppliche, affinché egli ci ottenga da Dio, nella sua grande carità, che gli ordinamenti della società siano ispirati alla giustizia lavorativa e retributiva per il giusto lavoro e sostentamento di ogni famiglia.
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