Inizia il bel mese di maggio, il mese per eccellenza consacrato alla Madonna: prendiamo esempio dalla fiducia illimitata che nutriva San Pio verso la Mamma celeste, in modo da vincere ogni tentazione e non fallire mai nella vita spirituale.

La IV Domenica di Pasqua, tradizionalmente detta “del Buon Pastore”, ci colloca nel cuore del Tempo pasquale per contemplare Cristo Risorto che continua a guidare la sua Chiesa, la quale vive nella misura in cui rimane nell’ascolto obbediente della sua voce. L’antifona d’ingresso apre questo orizzonte richiamando insieme la Creazione e la Rivelazione: il mondo è pieno dell’amore del Signore, designato dal termine biblico “?esed”, che indica non un sentimento generico, ma la fedeltà efficace di Dio all’Alleanza. Questa fedeltà si manifesta mediante la Parola creatrice: verbum Domini, “logos” in greco, che non è semplice suono, ma principio ordinatore e fondamento dell’essere. La Parola che ha chiamato all’esistenza i cieli è la stessa che, nella pienezza dei tempi, si è fatta carne, e ora, nella Pasqua, si manifesta come parola vivente che guida e salva.
La Scrittura conosce una voce creatrice, mediante la quale Dio chiama all’essere ciò che non è; una voce apostolica, attraverso la quale l’annuncio pasquale raggiunge i cuori; e infine la voce del Pastore, che nel Vangelo di San Giovanni è riconosciuta come segno di appartenenza: “Le pecore [...] conoscono la sua voce”. La voce di Cristo non è neutra né indistinta: essa è riconosciuta solo da chi gli appartiene, cioè da chi è stato introdotto nell’ovile mediante la fede e il Battesimo.
La prima lettura ci riporta al giorno di Pentecoste, quando San Pietro, stando in piedi con gli Undici, prende la parola davanti a Israele. Siamo nel cuore dell’annuncio pubblico dell’annuncio apostolico, che inaugura la vita visibile della Chiesa. San Pietro non parla a titolo privato né come semplice discepolo illuminato interiormente, ma come portavoce del collegio apostolico e testimone qualificato della Risurrezione. Il centro del suo discorso è espresso dalla proclamazione solenne: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). Dal punto di vista esegetico, è decisivo il verbo greco usato da San Luca: “Epoíesen Kúrion kaì Kristón” cioè lo ha costituito Signore e Cristo. L’aoristo indica un atto puntuale, compiuto, irreversibile, che appartiene all’iniziativa sovrana di Dio. Non è Israele che riconosce Gesù come Signore, ma è Dio che lo costituisce tale. Né il titolo di Signore né quello di Cristo derivano da una progressiva presa di coscienza della comunità, ma dall’evento pasquale stesso: Risurrezione ed esaltazione alla destra del Padre. San Luca afferma che il Crocifisso, proprio Colui che è stato rigettato e messo a morte, è ora manifestato come Signore escatologico e Messia promesso.
Questa parola, proclamata con sobrietà e fermezza, produce un effetto preciso: furono trafitti nel cuore (cf v.37). Non è una reazione emotiva, ma una conversione interiore operata dallo Spirito Santo. Il cuore, nella Scrittura, è il centro della decisione; essere trafitti significa riconoscere la verità su Cristo e su se stessi. Alla domanda che ne nasce, San Pietro risponde indicando il cammino oggettivo della salvezza: fare penitenza ed essere battezzati (cf v.38). L’ingresso nel gregge avviene attraverso la porta che è Cristo, mediante la conversione e il Battesimo. La promessa dello Spirito Santo non è legata a un’esperienza privata, ma all’obbedienza della fede e all’inserimento nella Chiesa.
La seconda lettura approfondisce il volto del Pastore mostrando che la sua guida passa attraverso la croce. Le comunità a cui San Pietro scrive sono provate da sofferenze e ingiustizie: qui Cristo è presentato come hypogrammon, un termine del linguaggio scolastico che indica il modello da ricalcare, l’esempio scritto che l’allievo deve seguire tracciandone le linee. Non si tratta di una semplice ispirazione morale o di un esempio generico, ma di una forma concreta di vita che deve essere riprodotta. L’Apostolo non invita ad imitare alcuni atteggiamenti isolati di Gesù, bensì a seguire l’intero percorso della sua obbedienza al Padre, entrando nel solco che Egli ha tracciato con la sua Passione. Il linguaggio diventa così esplicitamente sacrificale: il Pastore è tale perché “portò su di sé i nostri peccati” (cf Is 53,12). La sua sofferenza non è solo esemplare, ma redentiva: la guarigione dell’uomo avviene proprio attraverso l’obbedienza salvifica del Figlio.
Il vertice del testo petrino è nel ritorno al Pastore: «Ora siete stati ricondotti al Pastore e Vescovo» (1Pt 2,25). Cristo è Pastore perché guida, ma è anche custode e sorvegliante: la sua cura è reale, oggettiva, esercitata nella Chiesa. Non esiste sequela di Cristo che prescinda dalla comunione ecclesiale.
Il Vangelo di San Giovanni raccoglie e porta a compimento questa rivelazione. Il discorso del capitolo decimo segue immediatamente la guarigione del cieco nato ed è rivolto contro i falsi pastori d’Israele. Gesù parla in forma di discorso enigmatico, che resta oscuro per chi presume di vedere e diventa chiaro per chi ascolta nella fede. L’immagine dell’ovile e della porta introduce una distinzione radicale tra chi entra legittimamente e chi usurpa. A questo punto Gesù pronuncia una delle sue grandi autorivelazioni: “Io sono la porta delle pecore”. Cristo non indica una via: Egli è la via. La mediazione della salvezza è esclusiva.
Le pecore riconoscono la voce del Pastore: “Conoscono la sua voce”. Non si tratta di una percezione indistinta, ma di una conoscenza che nasce dall’appartenenza. Per questo il contrasto è netto: pastore, ladro, mercenario. Il ladro viene per rubare e distruggere; Cristo è venuto “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Questa abbondanza non è benessere mondano, ma partecipazione alla vita divina, vita che nasce dalla croce e conduce alla gloria.
La Chiesa, dunque, vive di questo ascolto permanente. Essa non si fonda su un progetto umano, ma sull’obbedienza alla voce del Figlio, resa possibile dallo Spirito Santo. Dove questa voce è accolta, lì l’uomo è ricondotto al Pastore, dove essa è rifiutata o deformata, lì rimane la dispersione. La liturgia di questa domenica invita perciò non soltanto a contemplare Cristo come Buon Pastore, ma a verificare con sobrietà e verità a quale voce stiamo dando ascolto. Da questo ascolto dipendono la vita, la salvezza e la comunione con Dio.