
La seconda domenica di Quaresima guida la Chiesa sul monte alto della Trasfigurazione attraverso un percorso che comincia lontano. Parte con le prime pagine della Genesi, quando la voce del Signore si rivolge ad Abramo, e prosegue nel vigore dell’esortazione che San Paolo affida a Timoteo delineando un itinerario unitario, nel quale emerge come Dio guida i suoi servi mediante la sua Parola: il Verbo che crea, illumina, plasma, purifica e conduce verso il suo compimento.
In risposta, il Salmista fa eco alla voce divina e il cuore dell’orante ricerca il volto di Dio: «Il mio cuore ripete il tuo invito: Cercate il mio volto! Il tuo volto, o Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto» (Sal 26,8-9). La Parola precede la voce dell’uomo.
La liturgia odierna ci presenta dunque il dinamismo fondamentale della fede: Dio parla e la sua Parola è un seme che orienta, una vocazione che schiude sentieri impensati, una luce che precede e illumina; l’uomo ascolta e l’ascolto è affidarsi, è l’adesione che accoglie il dire divino. Se l’uomo acconsente, Dio lo accompagna, non per renderlo schiavo, ma per introdurlo nella libertà della sua promessa, di cui Abramo è il primo testimone.
Per comprendere il Vangelo di questa domenica, dunque, non basta contemplare il volto raggiante di Cristo sulla vetta del Tabor: occorre seguire il filo con cui la liturgia ci porta fin lì. È un intreccio che parte dalla chiamata di Abramo, il quale ascolta una parola imprevedibile, capace di sciogliere i nodi della sua storia e di ri-orientare l’intera sua esistenza. Abramo non sa dove sia diretto, non pone domande sulla meta, ma sa da chi è chiamato. Anche senza vedere, pur senza comprendere appieno, viene introdotto in una regione che Dio gli avrebbe mostrato: «Verso la terra che io ti indicherò» (Gn 12,1).
L’inizio della storia della salvezza si manifesta precisamente in questa obbedienza alla Parola che illumina. Dio non rivela la destinazione, non ne pronuncia il nome, non ne descrive le condizioni. Il credente non vede: ascolta. Dio non svela in anticipo quale patria sarà, perché “essa gli sia più cara” e perché ogni passo compiuto nella fede meriti ricompensa. L’obbedienza è resa meritoria proprio dal carattere nascosto del traguardo. La Parola di Dio, pertanto, non mostra subito, ma sospinge. Il comando “Lekh lekha”, che viene tradotto con “vattene”, letteralmente significa “va’ verso te stesso”: non è solo un ordine geografico ma teologico. Dio orienta Abramo verso la promessa, ma anche verso la sua identità più autentica, che solo la Parola può dischiudere.
Abramo, in questo movimento, diventa il paradigma di ogni credente: la fede non è vedere, ma seguire la voce che chiama. L’uomo di fede è colui che “parte come il Signore gli ha comandato”: senza condizioni, senza riserve, senza garanzie.
Su questo stesso asse si colloca l’esortazione paolina a Timoteo. In queste righe risuona un nuovo appello, e il credente vi appare sostenuto non da calcoli umani, ma dalla certezza che Dio, vincendo la morte, «ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo»(2Tim 1,10). A Timoteo, incline forse alla timidezza e alla riservatezza, San Paolo rivolge una parola che ne risvegli il carisma: «Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, [...] ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo» (2Tim 1,8). Il cuore del passo è la dichiarazione che il ministro non opera “secondo le proprie forze”, ma secondo la potenza di Dio.
San Paolo non invita Timoteo a cercare un sostegno psicologico, né gli offre una sapienza puramente umana: gli indica la potenza della Parola che salva, la “vocazione santa” a cui siamo stati eletti, e soprattutto quella luce di Cristo risorto che rende possibile attraversare la sofferenza, l’opposizione e la missione. In altre parole, Timoteo si trova nella stessa condizione di Abramo: deve confidare in ciò che Dio annuncia e non in ciò che le circostanze lasciano intravedere.
Qui emerge la struttura fondamentale della Teologia paolina della vocazione: Dio chiama, e il suo invito è santo, non perché ci trova già santi, ma perché la sua Parola crea ciò che dice. La vocazione è il dono di una identità nuova: Dio “non secondo le nostre opere”, ma secondo il suo disegno eterno, ci ha introdotti in un cammino che precede ogni merito umano.
Passiamo ora al racconto della Trasfigurazione che si colloca immediatamente dopo il primo annuncio della Passione (cf Mt 16,21) e funge da ponte tra la confessione di San Pietro e il secondo annuncio del Sacrificio: un’epifania di gloria incastonata in una sezione dominata dal tema del dolore. La comunità dei Discepoli intraprende, da questo momento, un cammino di incomprensione, scandalo e paura. La manifestazione della sofferenza del Messia, che contraddiceva ogni attesa trionfalistica, rischiava di frantumare la loro fragile fede.
Per questo la Trasfigurazione è data “per rafforzare la fede” prima dello scandalo della croce: la luce del Tabor è medicina preventiva per l’oscurità del Getsemani. L’evangelista San Matteo accentua ancor di più il carattere cristologico del brano nella rivelazione della natura divina del Verbo, che svela il suo volto più autentico prima di entrare nella notte della Passione: un evento che riguarda l’identità del Figlio e il suo legame unico con il Padre.
Sul monte, Dio non si limita a parlare, ma indica a chi dobbiamo prestare ascolto e il comando del Padre è chiaro: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. Questa formula riecheggia il Battesimo di Gesù e l’oracolo del Deuteronomio 18,15: «Dio susciterà un profeta [...] a lui darete ascolto», ma con una differenza decisiva: non dice “ascoltate la Legge”, né “ascoltate i Profeti”, ma “ascoltate il Figlio”. Gesù diviene così l’unico interprete definitivo della Rivelazione, superiore a Mosè ed Elia – i massimi testimoni dell’Antico Testamento –, i quali scompaiono lasciando “Gesù solo”, a indicare che l’intera Scrittura converge su di Lui.
La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa risale il suo monte: non per contemplare la gloria, ma per entrare nella purificazione del Calvario. Tuttavia, il comando del Padre “ascoltatelo” accompagna ogni passo: è ascoltando il Figlio che si attraversa la croce e si giunge alla luce pasquale.
di Reine Akeke