ATTUALITÀ
La Chiesa Cattolica e la fecondazione artificiale: una questione sempre più rilevante
dal Numero 7 del 15 febbraio 2026
di Padre Maurizio M. Mazzieri
Quando la generazione umana viene sottratta al suo corso ordinario e affidata alla tecnica, si altera l’ordine naturale e morale della procreazione: ciò non può essere accettato. L’insegnamento della Chiesa è molto chiaro: il figlio non è un “prodotto” della scienza, ma è un “dono” di Dio.
Introduzione: la modernità tecnica e l’origine della vita umana La trasformazione culturale contemporanea è caratterizzata dall’espansione della tecnoscienza, dalla crescente gestione biopolitica della corporeità e dalla diffusa ideologia del superamento dei limiti biologici. La medicina riproduttiva, potenziata dalle biotecnologie, non si limita a curare la sterilità, ma tende a ridefinire il significato stesso della generazione, trattandola come processo manipolabile e programmabile. In questo scenario la nozione di “transumanesimo” rappresenta l’esito più coerente di tali tendenze: l’uomo non solo desidera dominare la natura, ma ambisce a trasformare radicalmente se stesso, “potenziando” le condizioni della propria esistenza, compresa la capacità generativa. La fecondazione artificiale diventa pertanto un “nodo antropologico” essenziale, poiché coinvolge l’origine stessa della vita umana. Secondo l’insegnamento della Chiesa, la procreazione non è un semplice fatto biologico, ma un atto personale degli sposi, nel quale essi cooperano simultaneamente e immediatamente a dare origine a una nuova vita. Quando la generazione viene sottratta all’atto coniugale e affidata alla tecnica, si altera l’ordine naturale e morale della procreazione, si compromette il rapporto originario che unisce il figlio ai suoi genitori e si introduce un dominio della tecnica sull’identità stessa dell’embrione. In questo contesto, il Magistero cattolico assume un ruolo peculiare come custode di un’antropologia integrale, nella quale corpo e anima formano un’unica realtà e nella quale la procreazione non è mai separabile dal significato relazionale dell’“essere generati” e dall’atto di dono che qualifica la maternità e la paternità. La Dignitas personæ (Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede pubblicata il 20 giugno 2008 con l’approvazione di Papa Benedetto XVI) ribadisce che la persona è tale “dal concepimento”, e che per tale ragione la procreazione coinvolge la totalità della persona, nella sua dimensione corporea e spirituale. La diagnosi profetica di Pio XII Già tra il 1949 e il 1956 la Chiesa aveva individuato il nodo teologico e antropologico della modernità tecnica: la tendenza a sostituire l’atto generativo con il procedimento tecnico. Tale discernimento è particolarmente evidente nel discorso ai medici cattolici del 29 settembre 1949, nel quale Pio XII ammoniva il medico cristiano di mantenersi “sempre guardingo” di fronte al “fascino della tecnica” e alla tentazione di impiegare le competenze scientifiche per fini estranei alla cura del paziente, snaturando così l’ordinamento morale della medicina. In questo monito risuona un’analisi sorprendentemente attuale: la tecnoscienza possiede una forza intrinseca che tende a sostituirsi all’agire personale, riducendo il corpo umano a materiale manipolabile e distaccando l’atto medico dalla sua finalità personale. Nel medesimo discorso Pio XII introduce la distinzione che diventerà il principio architettonico di tutta la bioetica cattolica successiva: è lecito solo ciò che assiste l’atto coniugale a raggiungere il suo fine naturale; è invece illecito tutto ciò che sostituisce l’atto, sottraendo la procreazione alla cooperazione personale degli sposi. Tale criterio, che sarà assunto integralmente e sviluppato dalla Donum vitæ (Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede, pubblicata il 22 febbraio 1987 con l’approvazione di papa Giovanni Paolo II) e dalla Dignitas personæ, impedisce che il desiderio legittimo di un figlio diventi la giustificazione per l’uso di mezzi contrari alla dignità dell’origine umana. Il discorso alle ostetriche del 29 ottobre 1951 aggiunge una precisazione importante: l’atto coniugale è “cooperazione simultanea e immediata” degli sposi, un’azione personale che coinvolge l’intero essere, non riducibile a mera funzione organica. Pio XII sintetizza questa verità nella celebre espressione: «Ridurre la coabitazione dei coniugi ad una pura funzione organica per la trasmissione dei germi sarebbe come convertire il focolare domestico, santuario della famiglia, in un semplice laboratorio biologico». Con tale giudizio egli fonda il principio dell’inscindibilità del significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale: ciò che nel matrimonio unisce gli sposi è lo stesso gesto che apre alla vita; la tecnica non può destrutturare questa unità senza snaturare la verità della generazione. La terza allocuzione, al Congresso di fertilità e sterilità del 19 maggio 1956, completa il quadro, condannando con chiarezza la fecondazione artificiale extracorporea, tanto eterologa quanto omologa, come pratica che sottrae l’origine della persona al gesto coniugale e la consegna al potere tecnico: «A riguardo dei tentativi di fecondazione artificiale umana “in vitro”, è sufficiente osservare che sono da respingersi come immorali e assolutamente illeciti». In tutti questi insegnamenti, Pio XII afferma con chiarezza che la vita e l’identità dell’embrione non possono essere poste sotto il potere dei medici e dei biologi, poiché ciò instaurerebbe un’indebita forma di dominio tecnico sull’origine umana, incompatibile con la dignità degli sposi e del figlio. L’antropologia cristiana della procreazione Sulla base di questa linea magisteriale si comprende come la Chiesa interpreti la procreazione non come un processo meccanicistico, ma come un atto umano totale, in cui corpo e spirito operano all’unisono. La persona, infatti, non è una dualità associata, ma un’unità indissolubile. Ogni atto che riguarda il corpo riguarda la persona nella sua totalità: questo vale in modo particolare per l’atto generativo. L’atto coniugale è un gesto personale di dono, attraverso il quale gli sposi cooperano con Dio all’origine di una nuova vita. Il significato unitivo e quello procreativo non possono essere separati, perché appartengono alla struttura ontologica dell’atto stesso. L’intervento tecnico che sottrae la procreazione al gesto unitivo degli sposi non solo frantuma tale unità, ma altera il linguaggio stesso del corpo, che è ordinato a esprimere il dono e ad aprirsi alla vita. In questa prospettiva, la generazione artificiale dissocia ciò che la natura e la volontà divina hanno congiunto: la relazione personale, la fecondità, la corporeità e la cooperazione con il Creatore. Il figlio non è mai un “diritto” né un “prodotto”: è sempre un dono. Per questo la Chiesa rifiuta ogni tecnica che trasformi la generazione in produzione e che riduca il nascituro a un oggetto di progettazione o selezione tecnica. Dignitas personæ riprende esattamente tali criteri, affermando che la procreazione appartiene al matrimonio e che ogni intervento tecnico deve rispettare l’unità dell’atto e la dignità della persona sin dal concepimento.
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