Sono molti i benefici legati all’osservanza del digiuno, una pratica che da sempre ha contraddistinto la Quaresima. I Santi Padri affermano infatti che esso irrobustisce l’anima, scaccia gli spiriti maligni, ci rende più vigilanti, e non solo: fa bene pure al corpo!

Il numero di quaranta giorni previsto per la Quaresima non è stato stabilito dagli uomini, ma consacrato da Dio. Esso non è il risultato di considerazioni terrene, ma è “ordinato dalla celeste Maestà”. I richiami biblici al numero di quaranta sono molteplici, ma a noi interessa guardare al divin Modello, che ha digiunato nel deserto per quaranta giorni e quaranta notti. Questo sacro tempo di penitenza, vissuto dal Signore sulla terra, aveva la funzione di causa esemplare per noi, viatori in questa valle di lacrime, in continuo pericolo di peccare e deviare dal retto sentiero che conduce a Dio.
I Padri della Chiesa hanno espresso unanimemente e con diverse sfumature l’importanza del digiuno. Dice, ad esempio, San Pietro Crisologo: «Il digiuno è pace del corpo, forza delle menti, vigore delle anime»; e ancora: «Il digiuno è il timone della vita umana e regge l’intera nave del nostro corpo». Sant’Ambrogio risponde così alle eventuali obiezioni contro il digiuno: «La carne, per la sua condizione mortale, ha alcune sue concupiscenze proprie: nei loro confronti ti è stato concesso il diritto di freno. La tua carne è sotto di te: non seguire le sollecitazioni della carne fino alle cose illecite, ma frenale alquanto anche per quanto riguarda quelle lecite. Infatti, chi non si astiene da nessuna delle cose lecite, è prossimo pure a quelle illecite».
In un sermone, San Giovanni Crisostomo parla di medicina del digiuno che “il nostro filantropico Signore, da Padre amorevole” escogitò per noi. Siccome volentieri l’uomo, dando libero sfogo alla sua natura, si lascia andare al piacere e non sa contenersi nella giusta misura, allora deve sempre tornare a digiunare, per liberarsi interiormente dagli assilli per le faccende di questo mondo c potersi rivolgere alle cose spirituali. Cassiano ritiene che troppo cibo ottunde il cuore e, “se lo spirito ingrassa come il corpo”, allora attizza della “maligna esca per il peccato”. Infatti – come spesso ripetevano gli antichi – molto cibo assopisce la vigilanza spirituale dell’uomo.
Questo principio ricorre di continuo negli scritti dei primi monaci e dei Padri della Chiesa. Dice ad esempio Sant’Atanasio: «Vedi dunque cosa fa il digiuno! Guarisce le malattie, libera il corpo dalle sostanze superflue, scaccia gli spiriti maligni, espelle i cattivi pensieri, dà allo spirito una grande chiarezza, purifica il cuore, spiritualizza il corpo, in una parola fa accedere l’uomo dinanzi al trono di Dio... Grande forza è il digiuno, e porta a grandi vittorie!». Ma Sant’Atanasio non si ferma solamente all’efficacia del digiuno sul corpo. Secondo lui, il digiuno scaccia gli spiriti maligni, espelle i cattivi pensieri e induce una maggiore chiaroveggenza dello spirito. Purifica dunque corpo e anima insieme, divenendo un mezzo ascetico di straordinaria efficacia.
Nei suoi sermoni, anche San Basilio Magno sottolinea di continuo l’efficacia salvifica del digiuno sul corpo e sull’anima. Rammenta come i medici prescrivano il digiuno ai malati e come un corpo che si contenta di un’alimentazione parca e leggera eviti le malattie meglio d’un altro che invece esagera in cibi pesanti, di difficile assimilazione. Ne conclude che il digiuno è un’efficace medicina contro il peccato. Si dev’esser contenti d’avere questo rimedio per il peccato, e perciò con spirito lieto si deve digiunare, invece di darne spettacolo per apparire grandi asceti dinanzi agli altri; altrimenti il digiuno non serve.
San Giovanni Climaco attribuisce al digiuno analoghi effetti: «Il digiuno blocca il profluvio delle chiacchiere, allevia l’inquietudine, favorisce l’ubbidienza, rende gradevole il riposo, sana i corpi, placa gli animi». Soltanto discordia proviene invece dall’intemperanza, dall’imperversare delle passioni e degli istinti. Il digiuno obbliga l’uomo alla disciplina, lo libera dal predominio delle sue passioni e così gli dà intima pace. Una pace che non è puramente spirituale, ma anche dei corpi, come dice il Crisologo. Il corpo s’acquieta, sia perché non più sfiancato da pesanti digestioni, sia perché i suoi istinti vengono imbrigliati.
Nei Padri della Chiesa il digiuno non è pura disciplina esteriore, un’opera di cui ingemmarsi davanti a Dio, ma un salutare esercizio, una benefica pratica che deve guidare tutto l’uomo – corpo e anima – al dominio delle passioni per avvicinarsi sempre più profondamente e meno indegnamente al suo “Ottimo Dio”.
Norme della Chiesa sul digiuno
La Chiesa stabilisce dei giorni penitenziali in cui i fedeli devono sacrificarsi compiendo più fedelmente i propri doveri e osservare il digiuno e l’astinenza a norma dei canoni nn. 1245-1252 del Codice di Diritto Canonico che seguono (si veda inoltre Pænitemini, III; EV 2/647):
I tempi di penitenza stabiliti dalla Chiesa
coincidono con tutti i venerdì dell’anno e il tempo di Quaresima. Bisogna astenersi dalle carni tutti i venerdì dell’anno, eccetto che coincidano con un giorno annoverato tra le solennità (come ad esempio il 19 e il 25 marzo). L’astinenza e il digiuno, invece, devono essere osservati il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì della Passione e Morte del Signore Nostro Gesù Cristo; se ne consiglia l’osservanza anche il Sabato Santo fino alla Veglia pasquale.
Sono obbligati all’astinenza
tutti coloro che hanno compiuto il quattordicesimo anno di età; alla legge del digiuno, invece, tutti i maggiorenni fino al sessantesimo anno iniziato. Dall’osservanza dell’obbligo della legge del digiuno e dell’astinenza può scusare una ragione giusta, come ad esempio la salute. Il parroco, per una giusta causa e conforme alle disposizioni del Vescovo diocesano, può concedere la dispensa dall’obbligo di osservare il giorno di penitenza, oppure commutare in altre opere pie.
La legge del digiuno obbliga
a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate. La legge dell’astinenza proibisce l’uso delle carni, dei cibi e delle bevande che, a un prudente giudizio, sono da considerarsi come particolarmente ricercati e costosi.