
Il professor Graziano Pretto, scomparso nel 2022 all’età di 86 anni, aveva fatto parte di quel gruppo di giovani medici che negli anni Sessanta erano stati chiamati da padre Pio per lavorare a Casa Sollievo della Sofferenza. Era quindi stato testimone di un periodo meraviglioso, in cui il grande ospedale voluto da padre Pio aveva iniziato la sua avventura e lo stesso Frate si occupava con serietà e attenzione della scelta del personale.
«Era sempre presente», mi disse il professore. «Come un genitore premuroso mi proteggeva e mi aiutava. Quando ero giovane e lo vedevo tutti i giorni, non scorgevo in lui la santità e non riuscivo a cogliere i particolari del suo carisma. In seguito, però, ho capito che aveva guidato la mia vita».
Il professor Pretto era stato primario di otorinolaringoiatria a Casa Sollievo della Sofferenza e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «Fu proprio Padre Pio a volermi nel suo ospedale», mi raccontò. «Non volevo andare, ma lui già conosceva tutto di me e sapeva che da San Giovanni Rotondo non sarei più andato via.
Era la metà degli anni Sessanta. All’epoca ero assistente volontario del celebre professor Michele Arslan, primario della clinica universitaria di Padova. Il professor Arslan conosceva padre Pio e un giorno questi gli aveva esplicitamente chiesto di mandargli uno della sua clinica per aprire un reparto di otorinolaringoiatria a Casa Sollievo. Il problema era che nessuno voleva quell’incarico. A quel tempo, San Giovanni Rotondo era come un deserto. In quel paese di contadini non c’era praticamente nulla e trasferirsi là per aprire un reparto in ospedale significava andare allo sbaraglio, partire completamente da zero. Perciò nessun medico se la sentiva di intraprendere quell’avventura. Anch’io la pensavo esattamente così.
Poi un giorno, insieme ad altri due amici, andai a trovare padre Pio. Non ero però spinto da nessun sentimento di devozione, la mia era solo curiosità. Avevo letto sui giornali di questo Frate che viveva sul Gargano e che faceva miracoli e volevo vederlo con i miei occhi. Di quella visita, non ricordo molti particolari, ma due cose mi colpirono e si fissarono nella memoria. Per prima cosa il fatto che, appena messo piede in convento, fui avvolto da un profumo di fiori fortissimo; e poi, lo sguardo di padre Pio. Due occhi così non li avevo mai visti: profondi, sembrava potessero guardarmi dentro. Oltre a questo, non ci fu tra me e padre Pio un vero e proprio contatto. Almeno questo è ciò che credevo. Le cose invece erano diverse.
Nel frattempo, nessun medico si era ancora fatto avanti per andare a Casa Sollievo. E così il professor Arslan chiese a me di partire. “Solo per sei mesi!”, mi disse. Ero l’ultimo degli assistenti e non potevo rifiutarmi. Così, anche se a malincuore, dovetti accettare e partire. Era il 1° luglio 1966.
Dopo soli tre giorni dal mio arrivo a Casa Sollievo, mi dissero che padre Pio voleva essere visitato da me. Confesso che la cosa non mi fece alcun effetto. Come ho detto, non ero devoto, non ero mosso da un richiamo di fede; anzi, mi dava pure un certo fastidio vedere tutta quella gente che si inginocchiava di fronte a padre Pio. “È solo un prete”, pensavo. “Non è mica un santo!”. Con questi pensieri andai al convento e lo trovai seduto in veranda. “Stai attento ai miei piedi!”, mi disse bruscamente non appena feci per avvicinarmi. Rimasi sconcertato dal suo tono e anche parecchio scocciato. Non potevo certo pensare ai suoi piedi feriti e al fatto che, probabilmente, più di una persona glieli aveva toccati maldestramente, facendogli male. In ogni caso, mi comportai da professionista e lo visitai. Padre Pio ci sentiva poco e questo causava dei problemi coi penitenti che, in confessionale, erano costretti a gridare. Decidemmo quindi per alcuni cicli di insufflazioni che gli avrei fatto personalmente. In questo modo, cominciai a frequentarlo.
Non parlavamo molto durante i nostri incontri. Lo raggiungevo in veranda, dove mi aspettava, e gli chiedevo come stava. “Come Dio vuole”, rispondeva sempre. Gli praticavo l’insufflazione e alla fine diceva una frase strana: “Dio ti renda cento, mille doppie per una”. All’inizio non capivo cosa volesse dire, ma poi scoprii che era la sua speciale benedizione con cui mi augurava il bene.
Un giorno mi trovai tra la gente in attesa del passaggio di padre Pio, nel corridoio che portava alla sua cella. Tutti erano in ginocchio: chi chiedeva un aiuto, chi voleva baciare la mano al Padre, chi gli dava una busta con un’offerta per l’ospedale. Lui metteva la mano coperta dal guanto sulla testa ora dell’uno, ora dell’altro. Io non volevo inginocchiarmi, ma sarei stato l’unico a restare in piedi, e allora feci come tutti. Quando padre Pio mi fu davanti, invece di una carezza, mi colpì duramente con le dita. Due volte! E mi fece pure male! Non potevo sapere che quello era il suo modo di rimproverarmi per la mancanza di fede. Aveva già cominciato a leggere dentro di me.
Una sera, stavo guidando verso Foggia in mezzo a un fortissimo temporale. Tuoni e lampi da ogni parte, pioggia da non riuscire a vedere la strada. Ero davvero spaventato, pareva di essere alla fine del mondo. Però, a un certo punto, non so perché, pensai: “Beh, sto curando padre Pio. Di sicuro mi proteggerà”. E subito mi tranquillizzai. Il mattino dopo avevo appuntamento con lui per il solito trattamento. Non appena varcai la porta, mi puntò il dito contro: “E tu dove eri ieri con quel temporale?”, mi chiese. Rimasi di sasso. Senza volerlo gli risposi con un “grazie, Padre”. Mi accorsi che stavo cambiando. So che non è oggettivo, che non si può dimostrare, ma mi sentivo davvero protetto da lui. In tutto quello che facevo. Ero un giovane medico senza esperienza cui era stata data la grandissima responsabilità di organizzare dal niente un reparto che poi divenne un “fiore all’occhiello” per l’ospedale. Pensavo di essere solo, invece padre Pio era sempre presente, specialmente in sala operatoria.
Ricordo un fatto. Stavo eseguendo un intervento alla parotide e, per uno sbaglio dovuto all’inesperienza, tagliai un ramo del nervo facciale. Ero, sono sicuro di averlo tagliato, eppure il paziente non riportò neppure la più piccola conseguenza. Una cosa inspiegabile perché invece avrebbe dovuto esserci una paralisi dell’occhio. In un’altra occasione, stavo eseguendo la mia prima laringectomia. Ero tesissimo. Alla fine, andai dalla moglie del paziente per spiegarle tutte le possibili complicanze ma la trovai sorridente. “Non si preoccupi – mi disse –, so che è andato tutto bene perché ho sentito il profumo di padre Pio!”.
Anche se le cose a San Giovanni Rotondo procedevano bene, io volevo tornare a Padova. Una volta stavo per parlarne con il professor Arslan e convincerlo a farmi tornare, ma accadde un fatto strano. Ricevetti un telegramma da San Giovanni Rotondo che diceva: “Padre Pio necessita sua assistenza. Pregasi rientrare”. Subito salii in macchina, guidai tutta la notte e al mattino ero in Casa Sollievo. “Cosa è successo?”, chiesi preoccupato al direttore sanitario. “Nulla”, rispose. “E il telegramma?”. “Quale telegramma?”, disse. Chiesi a tutti, in ospedale e nel convento, ma nessuno ne sapeva nulla. A quanto pareva, nessun telegramma era mai stato spedito. Allora chi lo aveva mandato? Col tempo mi venne il dubbio che fosse tutta opera di padre Pio: aveva voluto che restassi accanto a lui!».
di Roberto Allegri