Quale significato hanno le parole contenute nella profezia che Simeone fece durante la Presentazione di Gesù al Tempio? Il mariologo padre Stefano M. Manelli, con il suo accurato studio, ci apre alla conoscenza del mistero in esso racchiuso.

«Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria sua madre: “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori”» (Lc 2,33-35a).
Deve essere stato spontaneo lo stupore di Maria e di Giuseppe nel vedere e sentire queste cose durante la sosta nel Tempio di Gerusalemme. Poveri e sconosciuti, umili e raccolti, essi non hanno potuto fare a meno di meravigliarsi nel sapersi in certo senso scoperti e fatti segno a manifestazioni di ammirazione e di lode per il Bambino da parte di due sconosciuti, il vegliardo Simeone e l’anziana Anna.
Ciò che Maria conosceva già dall’annuncio dell’Angelo, custodendolo nel cuore insieme agli eventi che via via le capitavano (cf Lc, 2,19), trova verifica e conferma di volta in volta con nuovi dettagli e risvolti anche sorprendenti.
Il vecchio Simeone, dopo aver benedetto sia Giuseppe che Maria, si rivolge direttamente a Maria, mosso dallo Spirito, e le comunica due dati importantissimi, uno riguardo al Bambino e uno riguardo a Lei stessa: il Bambino sarà «segno di contraddizione» e a Lei «una spada trafiggerà l’anima». Sono due dati terribili, due profezie di dolori per la Redenzione degli uomini. L’Angelo Gabriele, nell’annuncio a Maria, aveva rivelato in modo implicito le sofferenze del “salvatore” (Gesù). Simeone, invece, sta rivelando in termini espliciti e drammatici sia la sofferenza del Redentore che la sofferenza della Madre, associata ai dolori del Figlio.
Il Messia è “segno di contraddizione” (sêmeion antilegomenon) ossia è causa di “rovina” e di “resurrezione” per “molti”. La contraddizione è data dal doppio effetto che la Redenzione provoca negli uomini secondo le loro disposizioni: “rovina” in chi la rifiuta, “resurrezione” in chi l’accoglie. Simeone non dice se sono di più coloro che si rovinano o coloro che si salvano: egli adopera lo stesso termine – “molti” – per gli uni e per gli altri.
Come si spiega tale “segno di contraddizione”? Si spiega con la libertà dell’uomo. La Redenzione operata da Cristo non agisce automaticamente senza l’adesione libera dell’uomo. Gesù vuole salvare e salva tutti coloro che vogliono salvarsi, credendo in Lui, accettando Lui. Coloro, invece, che non vogliono credere in Lui né accettarlo (ecco “i pensieri di molti cuori”), si rovineranno. Per tutta l’umanità, ora, Gesù è realmente lo spartiacque della rovina e della salvezza eterna.
«E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35b).
La “spada” di cui parla San Luca (hereb in ebraico, romphaia in greco) «era la spada dei Traci – scrive Pier Carlo Landucci – e di altri popoli barbari, ben più grossa e massiccia della piccola spada o sciabola makaira». In senso metaforico essa poteva significare la lingua (cf Sal 59,8; 64,4), il castigo o rovina (cf Ez 5,1-7; 14,17), il giudizio della parola di Dio che è «più tagliente di una spada a doppio taglio» (Eb 4,12).
Di quale “spada”, in realtà, si tratta nei riguardi
di Maria? Dobbiamo pensare, in ogni caso, a un’arma che infligge un dolore mortale. Il discorso si allarga subito al richiamo della dimensione soteriologica dell’Incarnazione redentrice del Verbo e della Maternità corredentiva di Maria Vergine. Il dolore del Figlio Redentore si configura come “segno di contraddizione”, che comporta lo “scontro” diretto con chi lo rifiuta e respinge, rovinandosi; il dolore della Madre Corredentrice si configura, invece, come una “spada” che trafigge e trapassa la sua anima.
Secondo alcuni, se Maria rappresenta Israele, la “divisione”, che il “segno di contraddizione” opererà in Israele, attraverserà anche l’anima di Maria. Secondo altri, invece, più fondatamente, in senso primario è lo schianto della morte di Gesù che trafiggerà l’anima di Maria, a richiamo del testo giovanneo: «Guarderanno a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37).
In sostanza, si può dire che ambedue le spiegazioni debbano integrarsi, come dice il Laurentin, perché «sembra conforme alla natura stessa dei fatti e alla tradizione dei Padri che Maria sia stata colpita e dalle sofferenze di Cristo e dalla divisione del suo popolo».
Si tenga presente, del resto, che, estendendo lo sguardo alla globalità del disegno salvifico di Dio, tutte le sofferenze di Maria, ab initio, hanno valore corredentivo, in forza dell’associazione con il Redentore. «Le sofferenze della Madonna – fa notare il Pietrafesa – non sono in funzione del dramma della passione e morte di Gesù, ma sono insite nella stessa missione di Corredentrice che iniziò ufficialmente fin dall’Annunciazione, continuò nel periodo delle angustie del suo sposo, Giuseppe, nella nascita di Gesù a Betlem, e in tutto il corso della sua vita. Simeone illumina la Madonna sulla missione dolorosa in quanto Madre del Contraddetto in tutti gli stadi del percorso terrestre di lui».
Possiamo pensare alla sofferenza che trafigge Maria di fronte all’opposizione degli scribi e farisei, di fronte al rifiuto aperto del Salvatore da parte di molti che si rovineranno. Questa “spada” che penetra sempre più a fondo, trapasserà poi completamente la sua anima ai piedi della Croce, quando un’altra lancia trapasserà il cuore stesso di Cristo (cf Gv 19,34).
È veramente profondo, quindi, il contenuto di fede delle parole rivolte da Simeone a Maria. Giustamente il Papa Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Redemptoris Mater, ha scritto che «quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell’incomprensione e nel dolore. Se un tale annuncio, da una parte, conferma la sua fede nell’adempimento delle divine promesse della salvezza, dall’altra le rivela anche che dovrà vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza a fianco del Salvatore sofferente, e che la sua maternità sarà oscura e dolorosa» (n. 16).
In conclusione, possiamo dire con il Nicolas: «Questo mistero è uno dei più sublimi della nostra fede. Esso rinnova il mistero dell’incarnazione; esso anticipa quello della redenzione; e li unisce nella più augusta cerimonia».