«La vergine non ha ancora l’età del supplizio, ed è già matura per la vittoria»: con queste e altre sublimi parole Sant’Ambrogio celebra le gesta della tredicenne Sant’Agnese, che con indomito coraggio non cedette a turpi minacce ma rimase fedele al celeste Sposo.

Nata a Roma, nel III secolo, da genitori cristiani, Agnese in tenera età decise di consacrare al Signore la sua verginità. Quando era ancora tredicenne, scoppiò una persecuzione e molti furono i cristiani che rinnegarono la fede. Agnese rimase fedele a Cristo e gli sacrificò la sua giovane vita. Fu denunciata come cristiana dal figlio del prefetto di Roma, invaghitosi di lei e da lei respinto per mantenere fede al suo voto di verginità. Fu esposta nuda al Circo Agonale, un luogo di piazza Navona (oggi cripta di Sant’Agnese) delegato alle pubbliche prostitute. Un uomo che cercò di avvicinarla cadde morto prima di poterla sfiorare e altrettanto miracolosamente risorse per intercessione della Santa. Gettata nel fuoco, questo si estinse per le sue orazioni; fu allora trafitta con un colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli. Per questo nell’iconografia è raffigurata spesso con una pecorella o un agnello, simboli del candore e del sacrificio.
La Chiesa nell’Ufficio della festa riporta le meravigliose parole che Sant’Ambrogio, nel suo libro sulle vergini, ha consacrato alla lode di Sant’Agnese. La vergine di Cristo – commenta dom Guéranger – «non poteva desiderare miglior panegirista del grande vescovo di Milano, il più eloquente dei Padri in tema di verginità, e il più persuasivo, poiché la storia ci dice che, nelle città in cui predicava, le madri trattenevano in casa le figlie per timore che le ardenti parole del prelato accendessero in loro un così ardente amore per Cristo da vederle rinunciare al matrimonio».
«È oggi la festa d’una Martire – scrive il Vescovo di Milano –: immoliamo vittime. È oggi la festa di sant’Agnese [...]. Si narra che aveva tredici anni quando subì il martirio. Orribile crudeltà del tiranno, che non risparmia un’età così tenera; ma, più ancora, meraviglioso potere della fede, che trova testimoni di quell’età! C’era posto in un corpo così piccolo per le ferite? La spada trovava appena su quella fanciulla un luogo dove colpire; eppure Agnese aveva in sé il modo di vincere la spada. [...] Agnese rimane immobile sotto le pesanti catene che la opprimono; ignara ancora della morte, ma pronta a morire, presenta tutto il corpo alla punta della spada d’un soldato furente. Viene trascinata, suo malgrado, agli altari: essa stende le braccia a Cristo attraverso i fuochi del sacrificio, e la sua mano forma, fin sulle mani sacrileghe, quel segno che è trofeo del Signore vittorioso.
Passa il collo e le mani attraverso i ferri che le vengono presentati; ma non se ne trovano che possano stringere membra così esili.
Nuovo genere di martirio! La Vergine non ha ancora l’età del supplizio, ed è già matura per la vittoria; non è ancora matura per il combattimento, ed è già capace della corona; aveva contro di sé il pregiudizio dell’età, ed è già maestra in fatto di virtù. La sposa non va verso il letto nuziale con la stessa premura di questa Vergine che avanza piena di gioia, con passo veloce, verso il luogo del supplizio, ornata non d’una capigliatura acconciata a regola d’arte, ma di Cristo; incoronata non di fiori, ma di purezza.
Tutti piangevano; essa sola non piange. Ci si meraviglia che offra così facilmente la vita che ancora non ha gustata e che la sacrifichi come se già 1’avesse esaurita. Tutti stupiscono che sia già il testimone della divinità, ad un’età in cui non potrebbe ancora disporre di se stessa. Le sue parole non avrebbero valore nella causa d’un mortale, ma sono credute oggi nella testimonianza che rende a Dio. Infatti, una forza che è al di sopra della natura non può derivare che dall’Autore della stessa natura.
A quali terribili minacce non ricorse il magistrato, per spaventarla, a quali dolci lusinghe per convincerla, e di quanti aspiranti alla sua mano non le parlò per farla recedere dal suo proposito! Ma essa: “È un’offesa allo Sposo attendere un amante. Mi avrà chi mi ha scelta per primo. Carnefice, perché indugi? Perisca questo corpo: esso può essere amato e desiderato, ma io non lo voglio”. Stette ferma, pregò, chinò la testa.
Avresti potuto vedere il carnefice trepidare, come se il condannato fosse lui, tremare la destra del boia, impallidire il volto di chi temeva il pericolo altrui, mentre la fanciulla non temeva il proprio. Avete dunque in una sola vittima un doppio martirio, di castità e di fede. Rimase vergine e conseguì la palma del martirio».
Di lei uno dei responsori della liturgia della festa, con accenti vibranti d’amore, così canta: «Io amo Cristo, e sarò la sposa di Colui la cui Madre è Vergine, di Colui che il Padre ha generato spiritualmente, di Colui che già fa risuonare ai miei orecchi le sue armoniose note: se l’amo, sono casta; se lo tocco, sono pura; se lo possiedo, sono vergine».
Questa inclita sposa di Cristo che a 13 anni conseguì la doppia palma del martirio e della verginità, è entrata nel Canone romano della Santa Messa a perpetuo suggello della sua fede e della sua purezza.