MODELLI DI VITA
La beata Teresa Bracco. A 75 anni dal martirio
dal Numero 28 del 14 luglio 2019
di Paolo Risso

Di lei in paese si diceva: «Teresa non è come le altre». Ammirata da molti coetanei, pur sempre gentile e gioiosa, sapeva eludere ogni conversazione e situazione equivoca. Il giglio della purezza, da lei gelosamente custodito nei giorni di pace, resistette senza macchiarsi anche nel giorno della violenza.

Santa Giulia è un borgo del comune di Dego (Savona) tra le Langhe e l’Appennino ligure. Boschi, campi, prati, alberi di castagne, all’intorno, a circa mille metri di altezza. Un paesaggio incantevole.


Una ragazza di campagna

Lì, il 24 febbraio 1924, nel cuore di una famiglia numerosa e bella, nasce Teresa Bracco. Il papà, Giacomo, era uomo forte e gagliardo, dalle fede semplice e grande. La mamma, Angela, una donna mite e soave, di modi affabili e distinti. Agricoltori di vita rude, ma di una certa agiatezza. L’esistenza era intessuta di lavoro nei campi, dall’alba al tramonto. I figli in quella casa crescevano abituati al lavoro sano e duro della campagna, ricchi di buon senso e di fede.
I genitori diedero a Teresa e agli altri figli un’educazione cristiana robusta e gentile, basata su alcuni punti fermi: Dio è nostro Padre buono e provvidente, Gesù è il nostro unico Salvatore, Maria Santissima è nostra Madre; i Comandamenti di Dio sono il nostro stile di vita, la preghiera il nostro respiro quotidiano.
Alla sera, papà Giacomo e mamma Angela raccoglievano la loro “tribù” nella cucina grande e guidavano la recita del Rosario a cui tutti rispondevano certi della protezione materna di Maria. Ogni domenica la Messa festiva cui nessuno poteva mancare.
In questo clima crebbe Teresa, bella, forte, senza alcuna complicazione, innamorata di Dio e piena di carità concreta verso il prossimo. Le scuole elementari fino alla quarta classe. La Prima Comunione in seconda elementare, preparata dal catechismo chiaro e limpido di san Pio X, la Cresima qualche anno dopo, per le mani del vescovo diocesano di Acqui, mons. Lorenzo Del Ponte, segnano una svolta nella sua vita: Teresa diventa un’anima di preghiera, un’anima eucaristica.
Dopo la scuola, il lavoro nei campi. «Le mie figlie non sanno ballare – commenta papà Giacomo – ma sanno vangare senza stancarsi mai!». Ma al mattino Teresa si alza molto presto: va tutti i giorni a Messa, celebrata dal parroco don Olivieri, prete zelante e buono, e riceve la Comunione. Gesù diventa l’Amico, l’Intimo di Teresa, potremmo dire il suo “Sposo”. Nelle lunghe giornate di lavoro, ella, tra le faccende di casa e i lavori nei campi, colloquia con Lui. Don Olivieri è la sua guida spirituale, ma è Gesù che le parla al cuore e la educa a grandi cose.
Nell’andare e nel tornare dalla Messa, prima ancora che spunti il sole, Teresa ha il Rosario in tasca e lo recita, meditando i misteri di Gesù e di Maria Santissima. Nei ritagli di tempo e alla sera, Teresa prega ancora con il Rosario: non lo abbandona mai. Il Rosario è la sua piccola via per vivere unita a Gesù e alla sua e nostra Madre. Ha una confidenza estrema con la Madonna e vuole imitarla nelle sue virtù: vuole amare Gesù, come Maria lo ha amato e lo ama.


“La morte, ma non peccati”

In casa Bracco, a Santa Giulia, sono pochi i libri, oltre a quelli che i figli hanno avuto a scuola: il Vangelo, qualche libro di preghiere come Il Giovane provveduto di don Bosco, forse la Storia sacra. Ma arriva una pubblicazione allora assai benemerita: Il Bollettino salesiano. Nel 1933 Domenico Savio (1842-1857), allievo esemplare di san Giovanni Bosco, morto a 15 anni, viene proclamato “venerabile” dal papa Pio XI e il Bollettino salesiano gli dedica un numero unico, con una bellissima immagine del ragazzo santo sulla copertina con la scritta del suo proposito della Prima Comunione: «La morte ma non peccati».
L’immagine e la scritta colpiscono Teresa. La ritaglia e la mette accanto al letto incorniciandola in un piccolo quadro: il venerabile Domenico Savio, così piccolo e così grande, così generoso e puro, sempre intento a pregare, a lavorare, e a far del bene, appassiona Teresa e diventa il suo modello di vita. Ha solo 9 anni, ma crescendo si forma uno stile che ha molto di lui: tutto si traduce in semplicità, in purezza e in dono, la vita come offerta e dono di amore.
Le altre ragazze si truccano il viso. Ella le prende dolcemente in giro e dice: «Anche se non abbiamo la permanente, dove passano gli altri, passiamo anche noi». Una volta il discorso cade su alcune apparizioni della Madonna. Teresa ascolta felice e commenta, con sguardo estatico: «Oh, la Madonna! Potessi vederla anch’io!». Le sue giornate le passa tra la casa e i campi, in mezzo alla gente del suo borgo, sana e bella, con il suo fazzoletto o il cappello di paglia in capo, una vera contadina, guardata e ammirata da molti coetanei. È gentile e gioiosa, Teresa, ma sa eludere discorsi e situazioni che non intende accettare. Custodisce il suo candore con signorilità.
Di lei nel borgo si dice: «Teresa non è come le altre».
Aveva una fede solida come le querce della sua terra. Gesù è il grande Amore della sua vita, quel Gesù che, prima di rivelarsi ai sapienti di questo mondo e agli stessi teologi, si rivela ai piccoli e ai semplici. Che cosa avrebbe fatto della sua vita? Non abbiamo scritti di lei che lo facciano capire. Si sarebbe formata una famiglia bella e grande come quella da cui proveniva? O avrebbe lasciato il mondo per entrare in convento? Non sappiamo. Però è certo che era aperta alla voce di Dio e qualunque strada avesse seguito nel suo domani, la vita di Teresa, sposa e mamma o consacrata a Dio, sarebbe stata un capolavoro di amore e di santità. O segretamente, d’accordo con il suo confessore, aveva consacrato con voto la sua purezza al Signore?
Papà e mamma avevano educato i loro figli alla purezza, al rispetto di sé e degli altri. Teresa era solita dire: «Piuttosto di cedere alla violenza e di fare il male, io mi lascio ammazzare». Era come dire: “Quanto ho di più caro al mondo è Gesù Cristo e solo Lui!”. In quell’ora buia, della lotta tra tedeschi e fascisti da una parte, e partigiani dall’altra, non di rado si sentiva dire di ragazze violate... Teresa lo sapeva e rispondeva con fierezza indomita, più forte di qualsiasi armato: «Gesù solo!».


28 agosto 1944

Con questo stile di vita, Teresa è giunta ai 20 anni. Quando era bambina aveva visto morire due dei suoi fratelli in tenera età. Sapeva che cos’è il dolore. Ora il mondo era scosso dalla guerra. Dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi percorrevano le colline, i monti e le pianure dell’alta Italia, da nemici. Violenze, rastrellamenti, fucilazioni. Un clima di odio da far paura. I partigiani, dal Monferrato alle Langhe, combattevano per respingere i tedeschi... E non mancava tra di loro la violenza e il sopruso.
Nella zona di Dego gli scontri tra partigiani e tedeschi iniziarono nel luglio del 1944, con feriti e morti da ambo le parti. Il 25 luglio i tedeschi si diressero verso Santa Giulia sparando all’impazzata. Le famiglie fuggivano terrorizzate. Poi per circa un mese non capitò più nulla di grave. Il 13 giugno 1944, in casa Bracco, stroncato da un male incurabile, era morto il papà di Teresa. Uno schianto, rasserenato solo dalla fede. I giorni passarono e si giunse al 28 agosto 1944: i tedeschi iniziarono un minuzioso rastrellamento; la gente scappava.
Quella mattina, Teresa era andata alla Messa e aveva ricevuto Gesù nella Comunione: prestissimo, ché non era ancora spuntato il sole. Con le sorelle Adele e Anna (che lo scrivente ha conosciuto di persona) era poi andata a lavorare nei campi. La mamma e l’altra figlia, Maria, erano in casa. Qualche ora dopo, giunse la notizia che stavano per arrivare i tedeschi. Teresa e sorelle tornarono a casa, aiutarono la mamma a mettere via qualcosa e presero, come altri, la via per i boschi. Teresa portò con sé la foto del babbo, defunto da poche settimane, e il Rosario, mormorando: «Papà, aiutaci».
Nei boschi si ritrovarono con altre persone. Spari all’intorno. Teresa commentò con una vicina: «Piuttosto di essere toccata, preferisco morire». Alle 12.00 mamma e figlie mangiarono un boccone. Teresa disse: «Appena finito, reciteremo il Rosario». Iniziarono a pregare con la corona, invocando anche l’Angelo custode. A un certo momento, sentirono i tedeschi avvicinarsi con fragorosi spari. Teresa, la mamma e le altre sorelle furono costrette a unirsi al gruppo dei rastrellati dai tedeschi. Sopraggiunse una donna con un bambino in braccio. I tedeschi le ordinarono di andare con loro. Quella protestò che aveva altri bambini. Un soldato ordinò a Teresa di andare con la donna a prendere gli altri piccoli. Il suo ultimo atto di bontà.
Stava andando incontro alla morte, come una vergine della stessa razza di quelle delle prime generazioni cristiane.
All’indomani Teresa non era ancora tornata. Il 30 agosto 1944 il parroco che era presente alla tragedia incaricò alcuni uomini di fare diligenti ricerche. In un intrico di piante e di arbusti, a circa cento metri dall’abitato, la triste scoperta: Teresa giaceva uccisa nel suo sangue. Era evidente che era stata strangolata e poi finita con alcuni colpi di arma da fuoco.
Da quanto si poté accertare, era chiaro che Teresa era caduta per difendere la sua verginità, da chi voleva offenderla nella sua dignità più alta.
Chi dopo tre giorni ne raccolse la salma, rimasta tutto quel tempo sotto il sole rovente di agosto, dichiarò con giuramento: «Non ho sentito alcun cattivo odore, sembrava morta un istante prima». Era il profumo della sua purezza. Don Olivieri celebrò i funerali della sua “santina”, più forte del “grande Reich”, degna e grande più degli antichi eroi. Nel cimitero di Santa Giulia, sulla sua umile tomba si scrisse: «Ventenne vittoriosa, imporporò di sangue il giglio di virtù di cui si abbella il Cielo».
Nessuno più dimenticò Teresa. Il vescovo di Acqui, mons. Dell’Omo, parlava di lei come della gloria della sua diocesi. Altrettanto faceva l’acquese mons. Cannonero, vescovo di Asti. Alla sua tomba venivano giovani e ragazze in silenziosa preghiera. Si scrissero le sue memorie. Si cominciò a raccogliere le testimonianze della sua vita e della sua fede eroica.
Il 24 maggio 1998 il Santo Padre Giovanni Paolo II, in visita a Torino per venerare la Sindone, con la solenne beatificazione elevava Teresa Bracco alla gloria degli altari, “vergine e martire”. I suoi resti mortali sono oggi venerati nella piccola chiesa della sua parrocchia di Santa Giulia, diventata il santuario della beata Teresa Bracco, dove non mancano mai i pellegrini nonostante il luogo impervio.
Sicuramente non è solo una ragazza eroica della resistenza ma esempio forte della dignità della donna, modello luminoso di dedizione a Gesù e di purezza per le famiglie e i giovani d’oggi.