PAGINE SCELTE
La vocazione al martirio
dal Numero 5 del 3 febbraio 2019
di Dom Prosper Guéranger

È per istituzione stessa di Dio che la Chiesa è libera, e non è sottomessa ad alcuna potenza terrena. Questa libertà è sacra e colpirla significa mettere allo scoperto non solo la gerarchia ma anche il deposito della Fede. Ecco perché anche la “Disciplina”, come la “Dottrina”, ha avuto lungo i secoli i suoi martiri.

Tutti i fedeli di Gesù Cristo sono chiamati all’onore del martirio, per confessare i dogmi di cui hanno ricevuto l’iniziazione nel Battesimo. I diritti di Cristo che li ha adottati come fratelli si estendono fino ad una testimonianza non richiesta a tutti; ma tutti devono essere pronti a renderla, sotto pena della morte eterna da cui la grazia del Salvatore li ha riscattati. Questo dovere è, a maggior ragione, imposto ai pastori della Chiesa; è la garanzia dell’insegnamento che essi impartiscono al gregge: e gli annali della Chiesa sono pieni, ad ogni pagina, dei nomi trionfanti di molti santi Vescovi che hanno, come estrema dedizione, irrorato col proprio sangue il campo che le loro mani aveva fecondato, e attribuito in tal modo il supremo grado di autorità alla loro parola.
Ma se i semplici fedeli sono tenuti a soddisfare il grande debito della fede con l’effusione del proprio sangue; se hanno verso la Chiesa, attraverso ogni sorta di pericoli, il dovere di confessare i sacri legami che li uniscono ad essa e per essa a Gesù Cristo, i Pastori hanno un dovere in più da compiere, cioè il dovere di confessare la Libertà della Chiesa. Le parole Libertà della Chiesa suonano male all’orecchio dei politici. Essi vi scorgono subito il pericolo dell’umana cospirazione; il mondo da parte sua, vi trova un motivo di scandalo e ripete le altisonanti parole di ambizione clericale; le persone timide cominciano a tremare, e vi dicono che fino a quando la fede non è attaccata, nulla è in pericolo. [...]. La Chiesa ama la bella massima di sant’Anselmo, uno dei predecessori di san Tommaso di Canterbury, secondo cui Dio non ama nulla al mondo quanto la libertà della sua Chiesa; e nel secolo XIX, come nel XII, la Sede Apostolica esclama per bocca di Pio VIII, come avrebbe fatto per bocca di san Gregorio VII: «È per istituzione stessa di Dio che la Chiesa, Sposa intemerata dell’Agnello immacolato Gesù Cristo, è libera, e non è sottomessa ad alcuna potenza terrena» (Lettera apostolica ai vescovi della provincia renana, 30 giugno 1830).


La Libertà della Chiesa

Ora, questa sacra libertà consiste nella completa indipendenza della Chiesa riguardo a qualunque potenza secolare, nel ministero della Parola ch’essa deve poter predicare – come dice l’Apostolo – opportunamente e inopportunamente, ad ogni sorta di persone, senza distinzione di genti, di razze, di età o di sesso; nell’amministrazione dei suoi Sacramenti, ai quali deve chiamare tutti gli uomini senza eccezione, per salvarli tutti; nella pratica, senza controllo estraneo, dei consigli come dei precetti evangelici; nelle relazioni, libere da ogni ostacolo, fra i diversi gradi della sua divina gerarchia; nella pubblicazione e nell’applicazione delle disposizioni della sua disciplina; nel mantenimento e nello sviluppo delle istituzioni che ha create; nella conservazione e nell’amministrazione del suo patrimonio temporale e infine nella difesa dei privilegi che l’autorità secolare stessa le ha riconosciuti, per assicurarne lo svolgimento e la considerazione del suo nuovo ministero di pace e di carità sui popoli.
Questa è la Libertà della Chiesa: e chi non vede che essa è il centro del santuario stesso; che ogni colpo vibrato ad essa può mettere allo scoperto la gerarchia, e finanche lo stesso dogma? Il Pastore deve difenderla d’ufficio, questa santa Libertà: non deve né fuggire come il mercenario né tacere come i cani muti che non sanno abbaiare dei quali parla Isaia (56,10). Egli è la sentinella d’Israele; non deve aspettare che il nemico sia entrato nel recinto per lanciare il grido d’allarme, e per offrire i polsi alle catene e il capo alla spada. Il dovere di dare la vita per il proprio gregge comincia per lui dal momento in cui il nemico assedia quegli avamposti la cui libertà assicura il riposo dell’intera città.
Se poi questa resistenza porta gravi conseguenze, allora bisogna ricordare le belle parole di Bossuet nel suo sublime Panegirico di san Tommaso di Canterbury, che vorremmo qui citare interamente: «È una legge inderogabile – egli dice – che la Chiesa non possa godere di alcun vantaggio che non le costi la morte dei suoi figli, e che per far valere i suoi diritti bisogna che versi il proprio sangue. Il suo Sposo l’ha riscattata con il suo sangue per lei versato, e vuole che essa acquisti a pari prezzo le grazie che le concede. Così il sangue dei martiri ha esteso le sue conquiste molto al di là dell’Impero Romano; il suo sangue le ha procurato la pace che ha goduto sotto gli imperatori cristiani e la vittoria che ha riportato sugli imperatori infedeli. Sembra dunque che dovesse versare il sangue per il consolidamento della sua autorità come l’aveva versato per il consolidamento della sua dottrina; e così anche la disciplina, come la fede della Chiesa, ha dovuto avere i suoi Martiri». 

da: L’Anno liturgico