MODELLI DI VITA
La beata Gabriella Sagheddu e la vera anima dell’ecumenismo
dal Numero 3 del 20 gennaio 2019
di Claudia Del Valle

Ripercorrere la vicenda biografica della beata Maria Gabriella dell’Unità, sarà di grande profitto per riportare alla luce quell’“ecumenismo spirituale” tanto raccomandato dal Magistero della Chiesa quanto dimenticato nella frenesia e nel fermento di tante iniziative ecumeniche moderne.

«Perché siano una cosa sola... e siano perfetti nell’unità» (Gv 17,22). Fu questa l’ultima solenne preghiera di Gesù alla vigilia del suo Sacrificio, dal quale sarebbe nata la Chiesa. Poco tempo dopo averla pronunciata, pativa l’agonia nel Getsemani, dove nel torchio del dolore il suo corpo, traspirante sangue, già conosceva e soffriva le lacerazioni che sarebbero nate in seno alla Chiesa, suo Mistico Corpo.
È dunque questo l’esempio che Cristo ci dà: preghiera e sacrificio. Supplica e offerta di sé. Soprattutto questo sono chiamati a fare i cristiani sulle orme di Gesù per impetrare da Dio il dono dell’unità dei cristiani.
Lo aveva capito bene, quasi istintivamente, alla scuola del suo Maestro, una giovane trappista, sarda di origine e romana di adozione. Nata a Dorgali, paesino in provincia di Nuoro, nel 1914, al Fonte battesimale le venne dato il nome più bello e radioso per una bimba: il nome di Maria. Figlia di pastori sardi – la famiglia Sagheddu –, ella crebbe con un carattere un po’ rude e ostinato, contestatario e a volte ribelle, non privo però di un forte senso del dovere, fedeltà, e obbedienza pur dietro apparenze contraddittorie. Dicono di lei: «Obbediva brontolando, ma era docile». «Diceva di no, tuttavia andava subito».


La chiamata alla Trappa

La trasformazione avvenne verso i diciotto anni, grazie anche a delle buone letture che fecero maturare in lei lo spirito di preghiera e carità. Era avvenuta come una pacifica rivoluzione nella sua anima, la rivoluzione interiore del Cristo, di cui ella non parlò mai ma che fu evidente a tutti. Il carattere andò addolcendosi a poco a poco, si estinsero sempre più gli scatti d’ira e acquistò un profilo sempre più pensoso e austero, dolce e riservato. In particolare, la giovane Maria coltivava tra sé il pensiero della consacrazione a Dio. Aveva letto infatti nella Filotea di san Francesco di Sales un’esclamazione tanto semplice quanto solenne: «Quante fanciulle lasciano il mondo per il chiostro!», esclamazione che nel suo intimo ormai raccolto e ricettivo era diventata sempre più interrogativa e diretta a lei. Dopo un periodo più intenso di preghiera, con l’aiuto del suo confessore scoprì la sua chiamata alla vita monastica. Maria Sagheddu si trovò così nella Trappa di Grottaferrata, sui colli albani non lontano da Roma, ricevendo il nuovo nome di suor Maria Gabriella.
La sua vita monastica, anche se breve, fu dominata sempre da un sentimento di gratitudine per la misericordia di cui Dio l’aveva circondata chiamandola ad appartenere totalmente a Lui: amava paragonarsi al figliol prodigo e sapeva dire soltanto «grazie» per la vocazione monastica, la casa, le superiore, le sorelle, per tutto. «Come è buono il Signore!», fu la sua continua esclamazione e questa gratitudine penetrerà anche i momenti supremi della malattia e dell’agonia.
La seconda nota distintiva di quest’anima ormai dedicata solo a Dio fu il desiderio costante di rispondere con tutte le forze alla grazia: “Signore, compi in me l’opera tua!”.
Il 31 ottobre 1937 suor Maria Gabriella fece la Professione religiosa. Era la solennità di Cristo Re. Quel giorno divenne la Sposa di Gesù, Re dell’universo, sì, ma anche Vittima universale del Calvario, del Getsemani.


Una Voce che chiama ancora

Le sorelle nella Trappa ricordano suor Maria Gabriella per la sua prontezza a riconoscersi colpevole per i piccoli sbagli, a chiedere perdono alle altre senza giustificarsi; per l’umiltà schietta e semplice, la disponibilità con cui si prestava volentieri a qualsiasi lavoro. Con la professione, dopo il periodo di formazione, era cresciuta in lei l’esperienza della piccolezza: «La mia vita non vale niente... posso offrirla tranquillamente».
È su questo terreno ben dissodato che cadde un giorno il seme dell’ispirazione divina. Si era nel gennaio 1938 e tutta la Chiesa celebrava già allora, e celebra ancora oggi in tutto il mondo, un ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio. Si tratta di un ottavario offerto con l’intenzione speciale di ottenere da Dio la fine della separazione fra i cristiani.
L’avviso dell’Ottavario di preghiere arrivava ogni anno anche nella Trappa di Grottaferrata e trovava nella badessa, Madre Pia Gullini, una corrispondenza entusiasta. Insieme all’avviso, arrivò alla Trappa anche un breve elenco di anime vittime che si erano offerte a questo scopo in Italia, in Giappone, in Francia, in Inghilterra. Quando suor Maria Gabriella sentì il discorso sull’Unità della Chiesa fatto dalla Madre badessa a tutta la comunità, ciò che la colpì più di tutto fu la conclusione, ossia la richiesta di vittime generose che si immolassero per l’unione dei cristiani.


“Mi lasci offrire la mia vita!”

Se per la Madre l’impegno ecumenico era un “segno dei tempi” che stimolava la risposta ecclesiale della sua fervente comunità, per suor Maria Gabriella era il desiderio dello Sposo, a cui aderire con tutta l’anima. Senza indugiare, terminato il discorso della Badessa, si alzò, si avvicinò alla Madre e le disse «supplichevole, umile, dolce e sottomessa come sempre», ma insistente, questa volta: «Mi lasci offrire la mia vita; tanto, cosa vale? Io non faccio niente, non ho mai fatto niente. Lo ha detto lei, che si può, col dovuto permesso». La risposta della Badessa fu senza impegno: «Ci ripensi, rifletta». Dopo qualche giorno suor Maria Gabriella ritornò umile, timida: «Mi par proprio che il Signore lo voglia, mi sento spinta a questo anche senza volerci pensare». «Ebbene – rispose la Badessa – si offra alla Volontà di Dio. Lo chieda anche al padre Cappellano. Farà poi il Signore ciò che vuole». Era il consenso. Suor Maria Gabriella con gli occhi «umidi e raggianti» fece subito la sua offerta, pronta ad ogni evento di dolore, qualunque esso fosse. La sera stessa cominciò ad avvertire un dolore strano alla spalla, primo sintomo della tubercolosi che, dopo un calvario di poco più di un anno, avrebbe consumato il suo corpo fino ad allora sanissimo.
Alcune settimane più tardi, dopo che l’analisi di un espettorato si era rivelata positiva, scrisse alla Badessa alcune righe che rivelano la lotta interiore che il sacrificio, pur desiderato e invocato, comportava: «Il primo giorno ho sofferto molto; poi, ieri pomeriggio, ho sentito una grande forza mettere radici nel mio cuore e mi sono completamente rassegnata alla volontà di Dio, accettando di soffrire per la sua gloria [...]. Le assicuro che il mio sacrificio è totale, perché dall’alba alla sera non faccio altro che rinunciare alla mia volontà, alle mie speranze, ai miei desideri e a tutto ciò che è in me, santo o manchevole che sia, in tutto e per tutto. All’inizio non c’era modo di piegare il mio cuore; ora comprendo veramente che la gloria di Dio e l’essere una vittima non consiste nel fare grandi cose, ma nel totale sacrificio del proprio io». Un mese prima di morire avrebbe confidato alla Badessa: «Dal giorno in cui ho offerto me stessa, non sono più stata bene nemmeno una volta». Ma anche: «Mi sono totalmente abbandonata nelle mani del Signore... Sento di amare il mio Sposo con tutto il mio cuore, ma lo voglio amare ancora di più. Voglio amarlo per coloro che non lo amano, per coloro che lo disprezzano, per coloro che lo offendono: in breve, il mio desiderio non è nient’altro se non amare». Vi si ode l’eco dell’ultimo discorso di Gesù, la sua preghiera per l’unità, nel Vangelo di Giovanni, dal capitolo 13 al 17, capitoli che suor Maria Gabriella lesse con particolare intensità durante la sua malattia finale.
Il 23 aprile 1939, proprio dopo il suo 25° compleanno, suor Maria Gabriella morì fra le braccia di Madre Pia nell’infermeria del monastero. Durante l’ultima agonia la Madre chiese a suor Maria Gabriella con un tremito nella voce: «Offre tutto quel che le rimane di vita per l’unità della Chiesa?». «Sì, eccomi tutta», fu la risposta detta in un soffio. Le campane suonavano a distesa, alla fine dei vespri della Domenica del Buon Pastore, il cui Vangelo aveva proclamato la Voce del Maestro che dice: «Ho altre pecore che non sono di quest’ovile: anche queste io devo condurre. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo ovile e un solo pastore» (Gv 10,16).


Il messaggio della beata Maria Gabriella

Nella basilica di San Paolo fuori le mura, il 25 gennaio 1983, festa della conversione di san Paolo, Apostolo delle genti, a conclusione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, san Giovanni Paolo II, anche alla presenza di numerosi cristiani separati, ha proclamato Beata la giovane trappista, additandola come modello quanto mai significativo di vero ecumenismo. «È precisamente nella fedeltà all’ascolto – ha detto il Pontefice – che Maria Gabriella riuscì a realizzare quella “conversione del cuore” che san Benedetto chiede ai suoi figli; conversione del cuore che è la vera e primaria fonte dell’unità».
La voce di quest’anima santa – del nostro tempo e per il nostro tempo – vuol far comprendere che l’Unità non può essere cercata e costruita solo sul livello orizzontale dello sforzo umano, del dibattito teologico, dell’incontro, ma essa è dono che supera di gran lunga l’umano, è opera soprannaturale, verticale, come la preghiera che è salita al Padre nell’Ultima Cena: ut omnes unum sint! (Gv 17,21), come il Sacrificio che il Figlio ha fatto di sé al Padre sulla croce.
C’è chi ha detto che la vita di suor Maria Gabriella, da monaca, fu come una freccia tirata che fende l’aria, tesa in avanti verso il bersaglio, ma ancor più attirata da esso ad una velocità sempre crescente. Quale bersaglio? La “carità di Cristo che spinge” (cf. 2Cor 5,14) verso l’Unità. Con il nascosto ed eroico sacrificio della sua vita, animato dalla carità e dalla preghiera, certamente suor Maria Gabriella non ha mancato l’obiettivo, mentre è sempre più facile, oggi, in campo ecumenico, perdere di vista il Centro! A chi crede o è tentato di credere che l’unica speranza per l’ecumenismo giaccia in una sorta di liberalismo che tende ad un reciproco accordo, ritenendo possibile quasi una “negoziazione” della Verità, la nostra Beata mostra una traiettoria più eccellente, giungendo dove la ricerca teologica non potrà mai giungere da sola: alla partecipazione personale al Sacrificio redentivo di Cristo, l’unico, solo e autentico generatore della vera Unità.