MODELLI DI VITA
Un canto d’amore
dal Numero 29 del 22 luglio 2018
di Paolo Risso

Dichiarata santa da papa Giovanni Paolo II nel 1989, Clelia Barbieri è la più giovane fondatrice della storia. Dopo una vita breve e ardente di amore a Cristo e ai fratelli più bisognosi, ha raggiunto il Cielo all’età di 23 anni, lasciando alle figlie, le “Minime dell’Addolorata”, i luminosi esempi della sua vita.

Tredici febbraio 1847. “Le Budrie” è un borgo di contadini e di braccianti, non lontano da Bologna. Fa ancora freddo, la primavera pare lontana. Alcuni mesi prima era salito al soglio pontificio Pio IX. In Italia si agitano e si preparano cose grosse. L’anno dopo, nel 1848, l’Europa sarà in fiamme. Nell’umile casa di Giuseppe e Giacinta Barbieri, nasce quel giorno la primogenita. Al Battesimo, amministratole il giorno stesso, poche ore dopo la chiamano Clelia. Lì vicino scorre il Samoggia, protetto dai suoi argini.
La vita è tutt’altro che facile. Clelia cresce con l’anima aperta, intelligente, volitiva. Molto presto, fa esperienza del dolore. Nel 1855, mentre infuria il colera, muore suo padre.
È bellissima, la piccola Clelia, ha un volto che si fa guardare. Adolescente, sarà ancora più bella. Dentro è assetata di Dio. Alla sua mamma che la guarda estasiata, attratta da qualcosa di diverso dalle altre bambine, Clelia chiede spesso: «Parlami di Dio». A nove anni, si accosta alla Cresima; a 11 alla prima Comunione. La sua fede diventa sempre più luminosa. Chiede alla mamma: «Come posso farmi santa?».
Dopo pochi anni di scuola, Clelia si avvia al lavoro: umile filatrice della canapa, con la madre e altri piccoli operai. Ha una delicatezza di coscienza eccezionale. Gesù è già il suo unico amore. Ha voglia di avvicinarsi sempre di più a Lui: lo incontra spesso nella Confessione e nella Messa-Comunione eucaristica. Quando la mamma la guarda, prova una strana voglia di inginocchiarsi e di mettersi a mani giunte davanti alla figlia.
La prima Comunione dà a Clelia il senso di una missione da compiere.
Aspetta solo che Dio faccia luce nella sua anima.


Catechista appassionata

La Domenica delle Palme 1857, inizia il suo ministero parrocchiale, a Le Budrie, un nuovo parroco, don Gaetano Guidi. Sarà la fortuna del borgo, e di Clelia in modo speciale. Nella parrocchia, operava da alcuni anni un gruppo di catechisti, “gli Operai della Dottrina cristiana”: il loro leader era il maestro Geremia Neri. Nel gruppo, accanto a adulti e anziani, entra anche una ragazza di 17 anni: Teodora Baraldi.
Clelia cerca amicizie per condividere l’amore a Gesù che le arde in cuore. Si lega in unità di intenti con Teodora. Insieme parlano di “fare del bene”. Meditano La pratica di amare Gesù Cristo di sant’Alfonso, La Filotea di don Giuseppe Riva. Don Guidi dirige spiritualmente queste ragazze desiderose di farsi sante e di essere luce ai fratelli. È un parroco che tiene la sua gente aperta alla conoscenza e alla pratica del Vangelo, al corrente della vita della Chiesa, negli ideali apostolici missionari del grande e santo papa Pio IX e dei vescovi. Forma i catechisti mediante serie letture, come quelle promosse dall’Acquaderni che, con Mario Fani, sarà tra i fondatori dell’Azione Cattolica.
Nel 1860 con il cardinale Michele Viale Prelà, arcivescovo di Bologna, pubblica il suo catechismo La dottrina cristiana elementare, che la censura governativa (massonica) definisce «libro ignobile» (abbiamo fotocopia nelle mani). Il Catechismo diventa il testo-base della formazione e dell’apostolato di Clelia e delle sue amiche. Nel ’62 ella ha 15 anni e, insieme ad alcune ragazze dall’anima ardente come la sua, è maestra di catechismo nella sua parrocchia. Sono “le Operaie della Dottrina cristiana”.
Più bella di un angelo, i suoi occhi riflettono la purezza della sua anima. Molti giovani del paese la guardano con interesse. Clelia però ha un solo amore: Gesù. Ai pretendenti risponde decisa: «Io non mi sposo, andate da mia sorella». Sarà “sposa” di Gesù solo e madre di tante anime. Intanto ci sono alcune ragazze intorno a lei: le più intime del gruppo si chiamano Orsola, Teodora, Violante, e altre pure dall’anima fervente. Pensano soltanto a essere apostoli dei piccoli, degli umili, in semplicità e letizia; vorrebbero vivere in comune, senza formalità, senza dote, fidandosi solo di Dio.
Vengono anni difficili (per molti) ed esaltanti (per pochi): nel 1861 l’Unità d’Italia; nel 1866 la Terza Guerra d’indipendenza, l’estensione all’Italia delle leggi “sovversive” del 1854-’55 del Piemonte, che confiscano i beni della Chiesa e disperdono i religiosi. I cattolici, i preti, nel nuovo Stato sabaudo e liberale, sono perseguitati e anche imprigionati, tutt’altro che vita facile. Anche don Guidi, finisce in prigione per alcuni giorni. A Le Budrie le Operaie della Dottrina cristiana, dirette da don Guidi, non si fermano, vanno avanti, armate solo di fede, di preghiera, pronte a pagare di persona. Clelia ha 20 anni e ormai tutte la riconoscono come la loro guida.


“Madre Clelia”

Nel 1867, Clelia si ammala: tubercolosi. Da qualche tempo, per un desiderio di assomigliare di più allo “Sposo crocifisso”, portava sulla carne una catenella di ferro e un cuore di cuoio con punte aguzze. Sembra giunta alla fine. Riceve il santo Viatico. La campana suona “l’agonia”. Ma Clelia si rialza e dice alla mamma: «Perché piangete? Il Signore non mi prende questa volta. Vuole ancora qualcosa da me».
Poco per volta guarisce. La sua stanzetta di convalescente diventa un ritiro: Clelia, Teodora, Violante, Orsola sono sempre insieme per pregare, pronte a una scelta totale di Gesù per il loro futuro. Con la bella stagione, Clelia esce di casa. Quelle ragazze, vissute fino ad allora con i loro genitori, come consacrate nel mondo, ora pensano a vivere insieme, in una piccola comunità: sarà l’inizio di un grande albero.
Il 22 luglio 1867, il maestro Neri affida la sua casetta a Clelia e alle sue amiche. Don Guidi è titubante. Clelia risponde: «Dio ci verrà in aiuto». Il 1° luglio 1868 (150 anni fa), si apre “il ritiro” delle quattro “sorelle” guidate da madre Clelia. Vivono del lavoro delle proprie mani e di quanto invia loro la provvidenza di Dio. Un giorno dividono un uovo sodo in quattro e lo accompagnano con fette di polenta e acqua di fonte.
Il loro “mestiere”, vivere il Vangelo alla lettera, sentendosi ciò che tutti siamo davanti a Dio: piccolissimi, “minimi”. Pregano a lungo con la tenerezza di un bambino davanti a Dio e alla Madonna, per tutti fratelli, specialmente per più poveri e più abbandonati. Insegnano il catechismo, assistono gli ammalati, specialmente quelli rimasti soli. Nella casetta di “le Budrie”, Clelia è spesso favorita da doni straordinari: va in estasi parla con Gesù e con la Madonna faccia a faccia. Prega, fa penitenza e sorride sempre, piena di interiore letizia. Non è mai turbata, ma luminosa come un angelo.
Le “sorelle” prendono il nome di “Minime dell’Addolorata”.
Di madre Clelia, abbiamo un solo scritto: una “lettera d’amore” a Gesù, che tiene sempre piegata sul cuore. Vi ha scritto (non mancano gli errori ortografici): «Caro il mio Sposo Gesù [...] aprite il vostro Cuore e buttate fuori una quantità di fiamme di amore. E con questi richiami accendete il mio: fate che io bruci di amore».


Una voce bella, gioiosa

Il 13 luglio 1870, Clelia Barbieri è morente. Ha solo 23 anni. Rassicura le sue compagne: «State di buon animo, perché io me ne vado in Cielo, ma sono sempre con voi e non vi abbandonerò mai». Si spegne con il sorriso sulle labbra, angelica come sempre. Le “sorelle”, poco più che ragazzine, hanno una grande fiducia nella promessa di Clelia, si asciugano le lacrime e riprendono il cammino.
Dopo un anno, il 13 luglio 1871, al primo anniversario della morte di Clelia, decidono di trascorrere il giorno intero in preghiera. Cantano i salmi del breviario in modo solenne. Sono in 10. A un certo punto, Orsola ha l’impressione di sentir cantare con loro una voce inconfondibile: la voce di madre Clelia. La stessa voce, bella e gioiosa, la sentono anche le altre. Sono felici. Per sentire ancora quella voce, pregano e cantano tutta la notte. Da quel giorno le Minime dell’Addolorata si diffondono in Italia e nel mondo, in Africa, in India (Kerala). Sentono ancora oggi la voce della loro Fondatrice, la più giovane di tutta la Chiesa, che papa Paolo VI ha proclamato “beata” il 27 ottobre 1968.
Il fatto di sentire la voce di madre Clelia si è ripetuto migliaia di volte e continua a ripetersi nelle case delle Minime. Fenomeno stupendo, forse unico nella storia dei santi. Attraverso la voce di Clelia, si stabilisce un contatto reale con il Paradiso e questo dà a chi la sente una grande gioia. È voce bella, dolce, chiara, come quella di una persona vivente. In genere è luce gioiosa, ma qualche volta è triste e velata di malinconia, come quando sta per morire una sorella, stanno per giungere disgrazie o lutti nella vita della Chiesa. La voce di Clelia si è manifestata anche a persone estranee al suo istituto. Davvero, a quasi un secolo e mezzo della sua morte, Clelia vive e prega, parla e canta ancora con noi.
Ancora oggi, Clelia Barbieri è molto amata e dal Cielo ascolta le preghiere degli umili e dei sofferenti. Il Santo Padre Giovanni Paolo II, il 9 aprile 1989, in San Pietro, a Roma, l’ha iscritta tra i santi. Per quell’occasione, scrivemmo la sua biografia, ispirandoci alle fonti di prima mano, Un canto d’amore (LDC, Torino 1989), che fu subito un best-seller, tradotto inglese, francese, in Kiswaili, in malayano, portando la sua presenza, il suo messaggio in mezzo mondo. Sulla tomba di santa Clelia nella chiesa di “Le Budrie” (San Giovanni in Persiceto-Bologna), arrivano anche gli atei, attratti della sua singolare “storia d’amore”. Attraverso di lei, Gesù continua a mostrare il suo affascinante volto d’amore a ragazzi, giovani, uomini e donne di oggi, ad attrarli a sé, secondo la sua promessa (cf. Gv 12,32). È sempre Lui il Seduttore divino delle anime.