800 ANNI DELLA REGOLA BOLLATA
La Regola francescana e la povertà serafica
dal Numero 45 del 26 novembre 2023
di Juliana de Silva

La povertà serafica professata secondo la Regola bollata vuole spogliare l’anima francescana di tutto perché possa possedere il Tutto, vuole elevare e arricchire della vera Ricchezza: Dio. Ma questa povertà è solo per i figli del Poverello?

San Francesco d’Assisi, con la sua Regola serafica, ha segnato nella storia della Chiesa e di tutta l’umanità una vera e propria rivoluzione.
Uno sguardo al contesto storico nel quale la Regola è stata scritta e approvata, farà comprendere il suo valore inestimabile e, soprattutto, la preziosità che detiene ? per ogni francescano, in particolare, e per l’intera Chiesa, in generale ? una vita di povertà vissuta secondo i suoi dettami. Il XIII secolo era gravato da due piaghe, diametralmente opposte ma ugualmente pericolose. Da un lato c’era la piaga del lassismo nella realtà monastica e tra il clero che, immersi nella compagine economica e politica della società, si arricchivano sempre più, nonostante i vari tentativi di riforma. Dall’altro lato c’erano, invece, movimenti ereticali, come quelli dei Catari o Albigesi, dei Valdesi e degli Umiliati, i quali, oltre a diffondere dottrine erronee, praticavano la povertà per se stessa e non come mezzo ascetico di perfezione.
In questo contesto storico il Poverello di Assisi, additando con la sua Regola la via giusta da intraprendere, rispose nel modo più efficace alle necessità della sua epoca, bisognosa di una riforma ispirata a quella povertà vissuta da Gesù e insegnata dal Vangelo. Egli fu il primo fondatore a fare della povertà assoluta il principio fondamentale della vita ascetica e apostolica del suo Ordine perché, mentre il voto di povertà degli altri Ordini obbligava alla sola rinuncia del possesso dei beni personali, quello voluto da san Francesco esigeva la rinuncia della proprietà sia a livello personale che comunitario, impegnando anche ad un uso limitato e necessario delle cose materiali, contro ogni forma di cupidigia o avarizia (cf Rb VI).
La grandezza della povertà della Regola francescana è la sua radice eminentemente evangelica. Tanti infatti sono i passi evangelici che consigliano la povertà, ma basterebbe qui ricordare la prima delle beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3). Povertà nel modo di seguire Cristo (cf Rb I), nel non interessarsi ? i frati e i ministri ? delle cose temporali di coloro che desiderano entrare nell’Ordine, nelle abitazioni, nel modo di vestire e di mangiare (cf Rb II), povertà quale movente del lavoro e della mendicità (cf Rb V), ma soprattutto la povertà più alta ed eccellente, che è quella che ci fa essere umili, minori, poveri di noi stessi (cf Rb X): tutto ciò fa della Regola di san Francesco un tesoro di inestimabile valore mediante il quale l’Ordine Serafico, chiamato a essere sostegno vitale della Santa Chiesa, può vivere una vita perfettamente evangelica. 
A questo punto, un interrogativo sorge spontaneo: la povertà evangelica secondo la Regola di san Francesco può giovare anche a coloro che non professano la Regola? L’interrogativo è lecito, e rispondiamo subito che, se ogni cristiano è tenuto all’osservanza del santo Vangelo, e se la Regola francescana è, come diceva san Francesco, il “midollo del Vangelo” (cf 2Cel 208: FF 797), la Regola può essere per tutti, se non una norma di vita da professare, almeno un esempio luminoso di come bisogna seguire Gesù, che «si è fatto povero per noi in questo mondo» (Rb VI). E ciò vale senz’altro anche ? e forse soprattutto ? in tempi come i nostri, nei quali sono dominanti il benessere, l’edonismo, il consumismo. 
Ciò che dell’ideale della povertà francescana contenuto nella Regola può essere abbracciato da tutti è l’esistenza di un bene superiore alle cose di quaggiù, un Bene assoluto ed eterno, che bisogna conquistare con il distacco dai beni effimeri e passeggeri, perché, come è scritto nel capitolo VI della Regola, è proprio la povertà che «costituisce eredi e re del Regno dei cieli». 
Per comprendere il profondo significato del mistero della povertà serafica e la dignità regale che essa conferisce a chi la abbraccia, è bene contemplare il mistero dell’Incarnazione del Verbo, il quale da ricco si è fatto povero per amore dell’uomo (cf 2Cor 8,9). Solo la povertà serafica, vissuta con amore e per amore di Nostro Signore Gesù Cristo e della sua Santissima Madre, distacca il cuore dalle cose terrene, dai beni materiali e da ogni cosa caduca e rende ricchi di Dio, ricchi di virtù, ricchi di grazia, permettendo di affermare con san Francesco «mio Dio e mio tutto!».  

Casa Mariana Editrice
Sede Legale
Via dell'Immacolata, 4
83040 Frigento (AV)
Proprietario: Associazione CME Il Settimanale di Padre Pio. Tutti i diritti sono riservati. Credits