RISPOSTA AI LETTORI
Un “dialogo” a rischio
dal Numero 16 del 24 aprile 2016

Salve, mi chiamo Mariano e ho trentotto anni. Da alcuni anni affianco mio zio nel suo lavoro e, in un futuro ormai prossimo, dovrò prenderne il posto. Mio zio è quello che si può definire un cristiano d’altri tempi, senza compromessi. Per anni ha diretto l’attività editoriale da lui fondata, che lo ha messo in contatto con diversi scrittori e giornalisti di diverso calibro, cultura e convinzioni religiose. Il suo parlare franco e la sua intransigenza in fatto di contenuti e messaggi trasmessi nei libri da pubblicare, ha più volte incrinato rapporti di lavoro e compromesso collaborazioni importanti, incidendo anche sul profitto dell’azienda. Certamente è giusto testimoniare con fermezza la propria fede, ma ritengo che in certi ambiti si debba possedere una certa elasticità mentale e favorire quel “dialogo” religioso che può arricchire tutte le parti. D’altronde Cristo non ha dialogato con gli uomini del suo tempo? Mio zio dice che è molto rischioso... secondo me vale la pena rischiare...

Mariano de’ P.

Nel “dialogo”, praticato anche da Gesù nel Vangelo, ad esempio nell’incontro del Signore con la Samaritana (cf. Gv 4,4-42) o con Nicodemo (cf. Gv 3,1-21), c’è sempre il rischio tutto umano di adeguarsi completamente all’interlocutore, rinunciando a contraddire chi dice cose contrarie alla Fede per puro desiderio di piacergli o renderlo felice. Questo non è però l’atteggiamento del Signore. Egli cerca di convincere gli altri delle sue idee (sia Nicodemo, sia la Samaritana) perché sa di essere portatore di una verità che non è sua in quanto creatura terrena, ma del Padre che sta nei cieli: «La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato» (Gv 14,24).
Il dialogo che Cristo fa consiste nell’annunciare principalmente la Parola del Padre e poi di scendere sul terreno delle idee degli uomini per far entrare in loro questa verità, l’unica Verità perché proveniente dal Padre di ogni cosa.
La possibile adulterazione della Parola di Dio dipende sostanzialmente da due atteggiamenti spirituali: l’egoismo o il malinteso altruismo, che sono poi il cattivo frutto della stessa radice: il peccato.
Per mezzo dell’egoismo «vogliamo sostituire quello che è più brillante e più suggestivo al vero Vangelo spesso nudo, scarno, poco attraente. Invece di servire la Parola ci serviamo della Parola. La parola per noi, per la nostra verità, per la nostra superbia... [il malinteso altruismo] è una carità malintesa ossia in fondo una carità già di per sé adulterata; è una carità che pretende di generare il Verbo anziché esserne generata... È il desiderio di venire incontro all’altro, di appianare le differenze, di superare le distanze, di fare insomma “l’unità degli spiriti”, ciò che induce talvolta a scendere a compromessi sul terreno dottrinale, a detrarre il Vangelo per compiacere l’uomo» (Franco Amerio, La dottrina della fede, Milano 1987, pp. 726-727).
Caro Mariano, ora che ti appresti a prendere le redini di questa attività, il nostro consiglio è quello di seguire le orme di chi l’ha fondata. Rimanendo quindi fedele alla tua Fede, con fortezza e coerenza, ne guadagnerai certamente, se non in termini economici, in meriti per l’eternità.