RISPOSTA AI LETTORI
Da cosa ci ha liberato Cristo?
dal Numero 33 del 23 agosto 2015

[...] Sento parlare sempre più spesso di “Teologia della liberazione”. Mi potete spiegare brevemente in che cosa consiste? Mario T.

Si tratta di un fenomeno molto complesso, per lo più legato alla situazione sociale e culturale dell’America Latina. La povertà estrema di certe popolazioni e il desiderio di ascesa sociale legato alla sottomissione secolare delle popolazioni indigene ha spinto alcuni teologi cattolici latino-americani ad avvicinarsi a teorie marxiste di rivoluzione e promozione sociale.
Non che il Cristianesimo non abbia affrontato temi sociali, soprattutto con i Pontefici del XIX e XX secolo che da Leone XIII in poi hanno affrontato la questione sociale in una prospettiva cristiana ed evangelica a partire dall’enciclica Rerum Novarum (1891).
L’errore più volte condannato dal Magistero della Chiesa dei teologi della liberazione, soprattutto sotto il Pontificato di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, è di aver identificato radicalmente il messaggio evangelico di Gesù con la liberazione semplicemente sociale e con la lotta di classe.
In fondo si è tentato di ridurre il Vangelo al bene sociale che l’uomo può procurarsi con la rivoluzione su questa terra. Si nota l’immanentismo scoperto di queste teorie che prescindono ad esempio dal cammino personale di conversione e dalla vita spirituale, facendo confluire tutte le forze dell’uomo, anche religiose, in un cammino di integrale liberazione sociale.
Per un teologo della liberazione non vi è Vita eterna, né Paradiso, forse neppure Dio, se non come simboli di una nuova società, di un nuovo uomo perfettamente realizzato in questo mondo, latore di tutti i diritti umani e di tutte le libertà sociali possibili, compresa quella sessuale, oltre a quella economica e politica.
Giova ricordare un famoso intervento della Congregazione della Dottrina della Fede per correggere alcuni aspetti estremistici e politicizzati della teologia della liberazione del lontano 6 agosto del 1984: «Il Cristo, nostro Liberatore, ci ha liberati dal peccato, e dalla schiavitù della legge e della carne, che è il contrassegno della condizione dell’uomo peccatore. È dunque la nuova vita di grazia, frutto della giustificazione, che ci costituisce liberi. Ciò significa che la schiavitù più radicale è la schiavitù del peccato. Le altre forme di schiavitù trovano dunque la loro ultima radice nella schiavitù del peccato. Per questo la libertà nel senso cristiano più pieno, in quanto caratterizzata dalla vita nello Spirito, non deve mai essere confusa con la licenza di cedere ai desideri della carne. Essa è, infatti, vita nuova nella carità». Per contrasto, contro l’estremismo politico della teologia della liberazione si ribadiva l’errore di identificare il povero di Jahvè con il “proletario” marxista: «Le “teologie della liberazione”, che pure hanno il merito di avere ridato importanza ai grandi testi dei profeti e del Vangelo sulla difesa dei poveri, procedono ad un pericoloso amalgama tra il povero della Scrittura e il proletariato di Marx. In questo modo il significato cristiano del povero è sovvertito e la lotta per i diritti dei poveri si trasforma in lotta di classe nella prospettiva ideologica della lotta delle classi. La Chiesa dei poveri significa allora una Chiesa di classe, che ha preso coscienza della necessità della lotta rivoluzionaria come tappa verso la liberazione e che celebra questa liberazione nella sua liturgia».
Per una più approfondita conoscenza di tutti gli aspetti della teologia della liberazione si può consultare il recente libro di J. Loredo, Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, edito da Cantagalli nel 2014.