RECENSIONI
Figli di un’etica minore
dal Numero 48 del 7 dicembre 2014
di Fabrizio Cannone

di M. Palmaro e T. Scandroglio (a cura di)
Editori Riuniti, Roma 2014, pp. 206, € 14,90

La bioetica è certamente la scienza del futuro. E tanto più il futuro sarà fatto di invenzioni, apparecchiature sofisticate oggi solo in germe, micro e macro tecnologie, computer di immensa potenzialità (per scopi medici, industriali, agricoli, militari, ecc.), tanto più la bioetica sarà interpellata.
Non si dimentichi però che la bioetica, o etica della vita, se nasce negli ultimi decenni a seguito dell’inatteso sviluppo tecnologico-industriale, fa comunque parte di quell’ambito, antico quanto l’uomo e il pensiero, che sta sotto il nome ben più aulico di “Morale”.
Quella Morale che proprio negli ultimi decenni, specie dopo la pseudo-rivoluzione del ’68, è stata collocata sul banco degli imputati da autori come Freud, Marx, Nietzsche, Sartre, Simone de Beauvoir e moltissimi altri profeti della modernità. Chi fino a ieri parlava in pubblico di Morale e di moralità era giudicato dai più come un moralista, un fascista, un bigotto, un retrogrado, un relitto della storia. Ma poi, negli ultimi 20 anni, la possibilità di produrre pillole che uccidono bambini innocenti, di creare in vitro e in laboratorio veri esseri umani, e quindi di selezionarli e venderli, di affrettare la morte dei malati gravi (e a volte di procurarla ai sani se da loro richiesto), ha fatto sì che la Morale, bandita dai media, tornasse indubbiamente d’attualità. È lecito infatti che lo Stato cinese costringa ad abortire le donne dal secondo figlio in poi? È giusto che una deformazione, ancorché minima come il labbro leporino, giustifichi la soppressione di una creatura innocente? E uccidere il nascituro sulla base del sesso dello stesso? Una cosa è certa: se tutto è lecito e se non si deve censurare nessuna condotta pratica (“Vietato vietare”), è inutile parlare di norme da rispettare, di bioetica e di questione morale. Ma così si finisce a poco a poco nell’anarchia e nella legge del più forte (che spesso coincide con il più cattivo e con il peggio intenzionato).
Per valutare il tasso di adesione dei giovani italiani alle norme bioetiche dettate dalla ragione (prima ancora che dalla Chiesa), alcuni studiosi, come l’indimenticabile Mario Palmaro, hanno stimolato un’indagine scientifica, commissionata dall’associazione Difendere la Vita con Maria, svolta nella provincia di Novara. Così nel 2010 sono stati intervistati 350 giovani di entrambi i sessi dai 14 ai 25 anni in modo da valutare il loro personale punto di vista sui temi principali del dibattito bioetico contemporaneo come l’aborto, la contraccezione, la famiglia, l’omosessualità, la droga, l’eutanasia, l’alcolismo, la fecondazione artificiale, ecc. Il testo in questione, curato dai bioeticisti Palmaro e Scandroglio, riporta interamente il questionario (pp. 153-202), suddividendo gli intervistati in base all’orientamento religioso (cattolico praticante regolare o occasionale, cattolico non praticante, di altra religione, ateo o agnostico, credente senza appartenenza).
Cosa ne è venuto fuori? Il giudizio degli studiosi è unanimemente critico, seppur da prospettive diverse e convergenti. I commenti alle risposte dei giovani offrono un ampio prospetto di punti di vista: così la prospettiva sociologica è stata curata da Luigi Berzano e Maria Letizia Viarengo, quella bioetica da Palmaro stesso, quella giusfilosofica da Scandroglio, l’ambito medico viene analizzato da Renzo Puccetti e la valutazione pedagogica è a cura di Maria Paola Tripoli.
Nell’introduzione i curatori notavano con tristezza il superficialismo e l’emotivismo soggiacente alle risposte dei nostri giovani, per i quali «la fonte della moralità non è più la recta ratio [...] bensì lo slancio emozionale, l’intuizione epidermica da cui germina il quadro assiologico di riferimento» (p. 12). Dopo aver notato la distanza tra il sentire maggioritario dei giovani e la legge naturale difesa dalla Chiesa (l’82% per esempio ammette tranquillamente l’uso degli anticoncezionali) nelle conclusioni gli studiosi notano che «il credente, e a maggior ragione quello giovane, è pervasivamente immerso in ambienti sociali che strutturalmente sono spesso antitetici alle indicazioni contenute nella dottrina morale cattolica» (pp. 150-151). D’altra parte è innegabile che nella società liquida in cui volens nolens siamo tutti immersi, «alla forza centripeta dell’identità cristiana e del valore della ragione si è sostituita la forza centrifuga del pluralismo etico» (p. 151). E la ragione è stata la prima vittima della violenza del pluralismo democratico-totalitario, e senza la ragione, accecata dai miraggi della modernità con i suoi perenni dogmi giovanilistici e istupidenti (tipo droga, sesso e discoteca), non c’è né conoscenza del bene e del male, né Fede cristiana.
Se poi molti Pastori, come si è visto al recente Sinodo, vorrebbero sdoganare, per non perdere l’ennesimo treno della storia e non mancare l’eterno aggiornamento, l’omosessualità e la famiglia gay, le convivenze pre-matrimoniali, il divorzio e perfino il secondo matrimonio tra battezzati, allora cosa resta della “dottrina morale cattolica”? Nulla, o quasi nulla. Ovvero solo ciò che è condiviso, almeno in teoria, dalla stessa etica laica e buonista, come il divieto di uccidere (tranne il feto), di stuprare e di rubare (salvo per migranti, rom e stranieri in genere...). Ma se non correremo presto ai ripari la trasmissione della Morale cristiana cesserà del tutto nelle nuove generazioni. E la saggezza biblica, intessuta di riferimenti al bene e al male morale, sarà per i nostri posteri solo un ricordo o una bella favola di sapore antico. Certo, rispetto ad altri Paesi europei è consolante che, almeno in Italia, il 64% dei cattolici praticanti dichiari che qualora (inverosimilmente) la fidanzata rimanesse incinta, non suggerirebbe mai di abortire (contro il 39% degli atei) o che perfino il 40% dei giovani atei creda che sia giusto che un bambino abbia un papà e una mamma. Ed anche che il 50% dei praticanti del novarese ritenga inaccettabile avere rapporti omosessuali (contro il 23% degli atei). Cifre di certo migliorabili e che non permettono di dormire sonni tranquilli, ma che ci fanno altresì vedere il bicchiere mezzo pieno, pensando ad analoghi questionari svolti tra i cattolici di Svizzera, Austria, Francia, America del Nord, ecc., ecc.
Restano quindi tante ragioni per lottare, senza mai perdere neppure un millimetro di speranza.