MODELLI DI VITA
Una vita donata. Mariacristina Cella Mocellin
dal Numero 35 del 7 settembre 2014
di Fabio Trevisan

Mariacristina ha fatto la Volontà di Dio sempre. È stata anzitutto sposa e madre, e ha reso la sua vita dono a Dio, anche nella malattia. Ha sublimato i suoi amori terreni, rendendoli gradini verso il Cielo...

Mariacristina Cella Mocellin (1969-1995), giovane madre di famiglia di cui è in corso il Processo di Beatificazione, ha riassunto nella sua pur breve vita un itinerario spirituale denso di profonda umanità e di autentica religiosità che è possibile fruire principalmente dalle lettere e dal diario contenuti nel preziosissimo volume: Una vita donata giunto già alla terza edizione.
Il titolo del libro condensa in modo semplice e commovente la direzione umana e spirituale che la Serva di Dio Mariacristina ha voluto, con la grazia di Dio, imprimere alla sua vita, donandola e ponendola interamente alla sequela di Cristo. Questa sua confidenza con il Salvatore è attestata in tutti i momenti della sua vita, fin dall’adolescenza, nella ricerca della Volontà di Dio affinché potesse indicarle la vera vocazione a cui sarebbe stata successivamente chiamata, come moglie di Carlo e come mamma dei suoi tre figli: Francesco, Lucia e Riccardo. Confesso di essermi commosso alla lettura delle sue riflessioni-preghiere così semplici e così profonde, soprattutto, ma non solo, nel periodo attraversato dal dolore fisico (la comparsa di un tumore). Ciò che mi ha scosso e fatto meditare positivamente è stata la sua genuina e cristallina intimità con Gesù, quel suo parlare “cuore a cuore” con il Signore: «Signore, credo che Tu vuoi solo la mia felicità! Perciò: eccomi! Prendimi tutta, fa’ di me ciò che Tu vuoi».
Nella Presentazione della terza edizione il Postulatore della Causa di Beatificazione, mons. Pietro Brazzale, non ha esitato a indicarci l’esistenza di Mariacristina come via maestra e scuola di vita: «Ella insegna come si deve amare la vita, come si prega, come ci si abbandona alla volontà di Dio, come si può con serenità accettare anche la sofferenza». Quello che emerge dall’intenso vissuto di Mariacristina è un cammino esemplare nella maturazione della fede, sostenuto inizialmente dall’esperienza dell’oratorio con la comunità delle Suore della Sacra Famiglia in Cinisello Balsamo dove ha potuto impegnarsi come catechista ed animatrice e dove ha potuto sostare, pregare e meditare dinanzi al Corpo di Gesù nel tabernacolo della cappellina. Da queste esperienze vissute contemplando il Santissimo e grazie ai ritiri spirituali che hanno irrobustito il cammino della fede, Mariacristina ha potuto operare quel discernimento degli spiriti che l’hanno indirizzata verso il Divino Maestro, Gesù, come affiora da una delle sue prime lettere quando era poco più di quindicenne: «Devo imparare a vivere tenendo presente il più grande maestro di vita: Gesù. Nell’amore e non nella discordia, portando la mia croce con gioia e nella sofferenza accettando la volontà di Dio e i compagni così come sono».
Iniziava così quell’esigente e tenero dialogo affettuoso con Gesù che ricorda, seppur vagamente, quello struggente tra il Crocifisso e “Marcellino pane e vino”: «Cristina, ricordati che ho bisogno di te! ...Ho bisogno delle tue preghiere perché il mio mondo non cada in rovina; ho bisogno del tuo esempio perché gli uomini comprendano che c’è un Dio che li ama tanto... Ho bisogno di te! Voglio tutta te stessa: il tuo amore, la tua sofferenza per cambiare il volto del mondo».
Quel Dio Onnipotente che abbisogna dell’aiuto delle sue piccole creature, quel Dio Onnisciente che si rivela agli umili e si nasconde agli occhi dei sapienti del mondo aveva parlato direttamente al cuore e alla mente di Mariacristina. Nell’accostarsi con devozione e rispetto ai sacramenti dell’Eucaristia e della Confessione, ella poteva allargare il suo cuore nella ricerca del Bene e di ogni bene; questo desiderio di farsi compagna di Cristo è testimoniato dal voler agire fiduciosa nelle mani del Redentore ed è scandito, come i suoi passi via via sempre più impetuosi e gioiosi nell’abbraccio con il Risorto, dalle espressioni verbali che rivelano l’ardente e sana sete di Dio: «Quando cerco te, o mio Dio, io cerco la felicità della vita. Signore, aiutami a cercarti nella tua Parola, a rincorrerti, a seguirti, a spiarti, a pedinarti, a scoprirti, a “indagare” su di te [...] a vivere di te, con te, in te, qualsiasi sia la mia vocazione».
All’età di sedici anni Mariacristina ripone in modo disinteressato tutte le sue facoltà, la sua intelligenza, la sua volontà, la sua libertà nelle mani sante di Dio: «Signore, indicami la strada: non importa se mi vuoi mamma o suora, ciò che importa realmente è che faccia solo e sempre la Tua volontà». Questo rapporto così intimo, così profondo con Gesù le fa dilatare ed imprimere nel suo cuore un desiderio gioioso di portarlo nel mondo, in tutte le situazioni della vita: «Voglio mettermi completamente sotto l’influenza di Gesù: voglio pensare con i suoi pensieri, parlare con le sue parole, agire con le sue azioni». La caratteristica per portare Cristo nel mondo è inequivocabilmente espresso da queste sue profonde parole: «Per essere piena di Dio devo essere vuota del peccato... solo ciò che è eterno può accontentarci!».
Date le premesse così intensamente e spiritualmente vissute, l’incontro con il futuro marito, Carlo Mocellin, non poteva che avvenire soltanto sotto gli occhi di Cristo, nell’accettazione operosa della sua Volontà; è in questo ambito che va approfondendo il significato della sua maternità spirituale, ancor prima della fecondità grandiosa di poter concepire dei figli: «Se una donna (qualsiasi sia la sua vocazione) non vive la sua maternità spirituale è fallita [...] La vera maternità spirituale è un comando di Dio».
Nel periodo dell’innamoramento con Carlo, Mariacristina manifestava il significato del loro nascente amore inscrivendolo nell’Amore di Cristo: «Nessuno conosce il vero amore se non chi è capace di morire per amore». Ella definiva sempre più chiaramente il senso dell’amore nel fidanzamento, che non era dato dall’essere «meta l’uno per l’altro, ma compagni di cammino» (verso quell’amore grande e gratuito del Signore): «Il nostro donarsi ha senso solo se prima doniamo la nostra vita a Lui, nelle Sue mani, le sole che possono renderla autentica. Come vorrei amarti nello stesso modo in cui mi sento amata da Lui!». Come in un’altra lettera Mariacristina aveva sottolineato a Carlo: «L’amore tra l’uomo e la donna è il segno privilegiato dell’amore di Dio per l’uomo». Pur scrivendo all’amato Carlo mettendo tra virgolette quel “tua” Cristina, ella voleva indicare la vera meta: «Ciò che ti dà la forza per affrontare ogni situazione, ricordatelo bene, non sono io! Io non sono la tua vita! Tu puoi continuare a vivere senza di me! ...Amarsi non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione».
Le lettere d’amore a Carlo sono accompagnate da altrettante poesie d’amore a Cristo e da meditazioni sul senso autenticamente cristiano dell’amore e della vita: «Che grande amore deve averTi spinto, mio Signore, a morire per me su una croce!». Quella croce della sofferenza che Mariacristina sperimenterà con la comparsa del tumore nel 1988, all’età di diciannove anni e che testimonierà con queste commoventi parole: «Sofferenza: una parola che nessuno vorrebbe sperimentare. Eppure, Tu, Signore hai voluto che provassi minimamente ciò che hai provato Tu quando noi uomini ti abbiamo ucciso. Grazie perché finalmente ho capito quanto Tu mi ami profondamente trattandomi da amica prediletta. Non Ti ho chiesto di allontanare da me la sofferenza, ma solo di viverla come Tu volevi, perché solo la Tua volontà conta».
Nella vicinanza del Matrimonio e con la scomparsa graduale della malattia che l’aveva colpita, Mariacristina puntualizzava al promesso coniuge Carlo l’essenza del Sacramento cristiano: «La mia vera famiglia sarà la nostra, io e tu e se il Signore vorrà farci dono di uno, due, tre o cinque bambini, questa sarà la nostra famiglia [...] Anch’io voglio amarti per l’eternità ed è per questo che spesso ti dico che se uno dei due dovesse morire in poco tempo, ti sposerei subito per essere sempre tua moglie». Il 2 febbraio 1991, giorno stesso del loro Matrimonio, Mariacristina appuntava queste considerazioni: «Oggi, che forse è il giorno più bello della nostra vita, sigilliamo l’amore che è stato da tempo nei nostri cuori e che noi abbiamo coltivato non per volere nostro, ma Suo. RingraziamoLo insieme questa sera prima di unirci definitivamente e totalmente». Quell’amore casto e puro suggellato nel Matrimonio era annunciato con un senso di infinita gratitudine a Dio e all’amato marito Carlo e così dopo, con i figli Francesco e Lucia.
Nel 1995, con la ricomparsa terribile della malattia, a Mariacristina veniva chiesta un’ulteriore prova della sua fede, che sarà manifestata nel “Credo del sofferente”, una preghiera-invocazione da lei composta in unione con le sofferenze di Cristo: «Credo che un giorno comprenderò il significato della mia sofferenza e ne ringrazierò Dio. Credo che senza il mio dolore sopportato con serenità e dignità mancherebbe qualcosa all’armonia dell’universo. Credo che è veramente saggio chi sa soffrire senza perdere la serenità e la fiducia in Dio. Credo che come tutti i fiumi vanno al mare, così tutte le nostre lacrime si versano nel cuore di Dio». Alle sofferenze di Cristo ella univa anche le sofferenze della Madonna ed i propri dolori: «Quanto hai sofferto, e quanto soffri per noi peccatori, Maria. Cosa posso offrirti oggi se non il mio dolore, le mie pene? Tu che sei madre comprendi le mie angosce: tieni sotto la tua protezione i miei figli, te ne prego, guarda con amore mio marito perché possa crescerli e avvicinarli sempre di più al Signore».
Il terzo figlio, Riccardo, che aveva voluto vederlo venire alla luce nonostante avesse potuto curarsi mettendone però a repentaglio l’esistenza, era già stato accolto con queste stupende parole quando ancora si muoveva nel suo grembo: «Caro Riccardo, tu devi sapere che non sei qui per caso. Il Signore ha voluto che tu nascessi nonostante tutti i problemi che c’erano [...] Ricordo il giorno in cui il dottore mi disse che diagnosticava ancora un tumore all’inguine [...] Mi opposi con tutte le mie forze al rinunciare a te, tanto che il medico capì e non aggiunse nulla. Riccardo, sei un dono per noi. In quella sera, in macchina di ritorno dall’ospedale, che ti muovesti per la prima volta sembrava che mi dicessi: “Grazie mamma che mi vuoi bene!”».
Il 22 ottobre 1995, all’età di ventisei anni, Mariacristina Cella Mocellin ritornava alla Casa del Padre che tanto aveva desiderato per sé, per il marito Carlo ed i suoi tre figli. La testimonianza di questa autentica vita cristiana donata a Dio ed all’umanità è perpetuata dal marito Carlo, modello di castità nella vedovanza, attraverso incontri e presentazioni pubbliche, così come l’Associazione “Amici di Cristina Onlus” di Cinisello Balsamo (MI), che ha curato l’edizione del libro ed è impegnata da tempo a far conoscere la sua vita, la sua fede ed a far riscoprire, attraverso lei, la vera vocazione al Matrimonio e alla famiglia.

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