SPIRITUALITÀ
Condannato... ma liberatore
dal Numero 6 del 7 febbraio 2016
di Paolo Risso

L’immagine del Crocifisso come emblema della fede e della gloria cristiana lascia ancora stupiti e sconcertati gli uomini senza Dio. Stupisce anche noi, ma di uno stupore d’amore e riconoscenza: questa è “l’originalità della Redenzione”, l’originalità dell’Amore divino.

Stamane, una densa nebbia avvolgeva la mia città. Per strada passanti frettolosi e infreddoliti. Frotte di studenti intirizziti, che non sanno neppure coprirsi. Rumori d’auto sì, ma dominante un senso di silenzio e di tempo fugace. Assorto, come sempre, nei miei pensieri che da quando ero bambino si accavallano verso l’Alto alla ricerca di Qualcuno.

*  *  *

Entro in Chiesa per dare inizio alla mia giornata. Nella Chiesa non c’è nessuno. È presto ed è ancora buio. Per un istante, ho paura, ma quasi subito si accende un faro che getta la sua luce sul grande Crocifisso, che dall’alto domina la navata di centro, visibile anche dalle altre navate.
Lo guardo. Lo contemplo. L’ho visto tante volte alla settimana, almeno dagli anni ’60, sentendomi sempre attratto a guardarlo, ma stamattina mi appare come una visione, in una novità assoluta, mai vista né provata. Come se fosse la prima volta, come se io venissi da un luogo dove un’immagine così non s’è mai vista. Che cosa vedo?
Un’immagine terribile, un’immagine folle, persino “oscena” per uno che sia “ben educato”. Un Uomo giovane e distinto, di singolare bellezza, straziato in ognuna delle sue membra da capo a piedi, massacrato, macellato, sbattuto nudo su una croce e lì inchiodato mani e piedi, ridotto a un cencio.
Quest’Uomo assassinato senza pietà, messo in primo piano, al centro di un tempio, dove secondo il senso comune si dovrebbe venerare la Maestà assoluta di Dio. Ma non si aveva qualcosa di meglio da porre al centro, allo sguardo di tutti?
Mi sento sconcertato, disorientato, sconvolto. Comprendo come sia davvero da “maleducati” e non da persone dignitose, mettere e lasciare al centro di tutto, l’Immagine di quell’Uomo crocifisso. Ma non c’era qualche altra figura da porre in primo piano? Da offrire a chi non sa ancora nulla di Lui e del Suo messaggio?
“Ma noi – ho sentito la protesta dell’uomo di oggi – siamo persone rispettabili, ricche di valori umani, la dignità dell’uomo, la cultura, la tecnologia, il sapere più avanzato, la razionalità al massimo livello, la scienza che spezza tutti i limiti, verso frontiere inattese.
E voi, superstiti della sua Chiesa, ci offrite un Impiccato su due pali incrociati. E costui sarebbe il vostro capo e voi pretendete ancora che noi lo seguiamo! Anche se era buono, come dite, era pur sempre un miserabile e che volete abbia ancora da dire al XXI secolo? Comunque sia, è un’immagine repellente, incivile, fuori di ogni buon senso”.
Così parla e pensa l’uomo di oggi. Ma io ho continuato a contemplare il Crocifisso, ora tutto così pieno di luce che ho visto la sua luce giungere su di me, nella circostante oscurità quasi totale. Ho intuito, come mai prima mi era capitato, perché Saulo, un tessitore di tende, nato all’inizio del I secolo a Tarso in Cilicia, diventato, trentenne, l’A­postolo Paolo, il più appassionato di quell’Uomo impiccato, si vantasse senza fine del suo non voler sapere altro che Lui e Lui crocifisso, fosse pure scandalo per i Giudei e follia per i Greci, insomma per le persone civili del suo tempo (cf. 1Cor 1,22-23).
Ma io sono maleducato e un po’ della “pasta” di quel tessitore di tende – che poi era anche un uomo colto dell’una e dell’altra cultura, la giudaica e la greco-romana –, quindi sono, almeno un po’, della “stirpe” dell’Uomo crocifisso.
Oh, lasciatemi dire il suo Nome: Gesù, sì, Gesù di Nazareth, Gesù il Cristo!
E sento altri che lo chiamano per nome, con il volto che si fa di brace: “Gesù, Gesù”, e ancora “Gesù”. Perché noi sappiamo – e milioni di anime sanno – chi è Costui che appeso a una croce, vestito solo di lacrime e di sangue, dilaniato nel corpo e straziato nello spirito, da duemila anni continua ad attrarre a Sé la gioventù e l’amore!

*  *  *

Nel frattempo, in Chiesa, sono entrate alcune persone, si sono genuflesse e sono rimaste in attesa di un Evento che presto sarebbe accaduto e che avrebbe concentrato l’attenzione di tutti. Alle 9 in punto, è salito all’altare un Sacerdote carico di anni, ma ancora vigoroso. Subito ha iniziato il Rito più sacro che il Cattolicesimo possegga, il Rito che lo distingue dagli eretici e dagli infedeli, dai pagani e dagli atei; dagli indifferenti e dai relativisti: il Rito che da secoli è chiamato “la Messa”, dall’ebraico “Missah”, che significa “offerta”, “sacrificio” (cf. Vocabolario etimologico, Fratelli Melita Edizioni, Genova 1988, p. 846).
È dal 1954, quando ho ricevuto la Prima Comunione, che vado a Messa tutte le domeniche; dal 1964 che ci vado tutti i giorni, ma per me è sempre nuova così che vi partecipo come fosse la prima volta e l’ultima volta, l’unica volta che possa farlo. Ma stamane mi è apparso ancora più nuovo, di una novità assoluta, così come è in fondo la Messa.
Il Sacerdote celebrava con il formulario della Messa votiva del Sacro Cuore di Gesù che inizia con l’introito: «Cogitationes Cordis Eius de generatione in generationem ut eruat a morte animas eorum et alat eos in fame». È il Cuore di quel Gesù che, contemporaneo a ogni uomo, ci strappa dalla morte e ci alimenta nella fame. Quindi la lettura di san Paolo agli Efesini (3,8-29) e del Vangelo secondo san Giovanni che narra come “uno dei soldati aprì con la lancia il Cuore di Gesù crocifisso e già morto, e ne uscì sangue e acqua”, così che da allora “volgeranno lo sguardo a Lui che è stato trafitto” (cf. Gv 19,31-37).
Ecco, siamo ancora qui, Gesù, stamattina, un manipolo di anime a volgere lo sguardo a Te, che sei stato trafitto. Ecco, sono presente all’Azione più grande che si possa compiere su questa terra, che solo il Sacerdote può compiere. Il cuore pulsa veloce quando sento il Sacerdote che dice e opera insieme: «La vigilia della sua passione, Gesù prese il pane nelle sue mani sante e venerabili e, alzando gli occhi al cielo, a Te, Dio Padre suo onnipotente, rese grazie con la preghiera di benedizione, spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete mangiatene tutti, Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”. Dopo la cena, allo stesso, modo prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, ti rese grazie con la preghiera, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e bevetene tutti: Questo è il calice del mio Sangue per la Nuova ed Eterna Alleanza, sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati”. Ogni volta che farete questo, fatelo in memoria di me”».
Il Sacerdote alza l’Ostia consacrata che ora è transustanziata in Gesù stesso in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. E l’adora. Alza il Calice colmo del Vino consacrato, transustanziato nel Sangue di Gesù, sparso per me e per tutti quelli che accettano di essere da Lui lavati e santificati. E lo adora. Il nostro sguardo si fissa adorante e commosso sull’Ostia e sul Calice. Ecco, ora siamo noi che continuiamo a volgere lo sguardo a Colui che è stato trafitto per la nostra salvezza (cf. Zc 12,30; Gv 19,37).
Contemplo l’Ostia e il Calice. Insieme contemplo l’Uomo vestito solo della sua pelle, inchiodato sulla croce. Le parole terribili e sublimi (“Questo è il mio Corpo offerto... Questo è il mio Sangue sparso...”) mi fanno comprendere perché quell’uomo – Gesù, il Figlio di Dio fatto Uomo – è stato appeso alla croce: non per un incidente di percorso, non perché ha parlato troppo contro i potenti, non perché si è ribellato al potere, ma per un’Offerta, un Sacrificio di Sé per riparare il peccato irreparabile dall’uomo, fosse pure il più buono. Un Sacrificio che è stato l’atto di obbedienza e di adorazione al Padre, al posto di chi ha osato farsi dio al posto di Dio. Ma capite, quale dramma!

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Gesù ha sì subito l’assassinio più brutale e più atroce che si potesse fare di un giovane uomo, sino al suo massacro e alla sua macellazione, ma l’assassinio, Lui l’ha trasformato in offerta sacrificale a Dio, in redenzione del mondo. L’umiliazione somma che gli è stata bestialmente inflitta, Lui l’ha mutata nella gloria suprema del Trionfatore che vince il peccato e la morte, e conquista, come il Re dei secoli e dell’eternità, le moltitudini che lo seguono sulla stessa sua via: «Non sono venuto – disse Lui – per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti» (Mc 10,44-45).
Il Cattolicesimo – sentite tutta la sua tragedia – ha al suo centro l’assassinio di un giovane Uomo, Gesù di Nazareth, il suo Fondatore, il suo Leader, il suo Re, ma ecco la originalità, questo assassinio Lui lo cambia in redenzione: il più sublime atto di culto e di adorazione resa a Dio, per la liberazione dal peccato e dalla morte, il dono della vita divina all’umanità che lo segue, il Cielo che grazie a Lui, ci è dato di raggiungere nell’eternità.
Il gran Kahn, l’Imperatore della Cina, quando Marco Polo gli consegnò la Croce, si racconta che abbia risposto: «Il patibolo più infame, diventato trono di gloria! Dove trovate un fatto così, all’infuori dei Cristiani?». Lo stupore ancora oggi è sommo. Il nostro vanto della Croce di Gesù, non ha fine (cf. Gal 6,1). E non basterà l’eternità per dirgli grazie!
Ed è così che vorremmo anche noi, gente del XXI secolo, essere stati là sul Calvario, con Maria Santissima e Giovanni il prediletto, a “compatire” Gesù offerente e morente, a raccogliere almeno una goccia del suo Sangue per la nostra salvezza. Ma Gesù ha provveduto “in modo fantastico” anche a noi. Adesso guardo ancora all’Ostia santa e al Calice colmo del suo Sangue. E so e credo che, essendo Gesù il Figlio di Dio, Egli è così contemporaneo di ogni uomo in ogni luogo e in ogni tempo, e pertanto Egli qui, sull’altare, ri-presenta oggi (sottolineo: oggi) il suo Sacrificio che nella sua realtà dura in eterno.
Quando mi alzo per andare a ricevere la candida Ostia che è Lui vivo e vero, vengo associato, nel suo e mio essere, al suo Sacrificio e anch’io posso diventare simile a Lui, nella sua Offerta suprema. Così ogni anima che lo accoglie. La nostra trasfigurazione in Lui.
Innalzo lo sguardo all’Uomo-Dio, vestito solo di lacrime e di sangue e straziato e impiccato alla croce e, incredibile a dirsi, ma vero, verissimo, è Lui il Dominatore dei secoli e dell’eternità.

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