Dobbiamo avere una fiducia e un abbandono illimitati alla Divina Provvidenza, e non dobbiamo dimenticarcene neanche, e soprattutto, nei momenti di prova. Perché e in che modo mettere in pratica questo abbandono?
«Cercate prima il regno di Dio, e tutto il resto vi sarà dato in più». Il passo del Vangelo da cui è estratta questa pericope ci richiama all’abbandono alla Divina Provvidenza. Bisogna sempre, specialmente nei momenti di angoscia, nelle preoccupazioni e tribolazioni, ricordarci queste parole di Nostro Signore: «Non affannatevi». «A ciascun giorno basta la sua pena».
Entrando nel tema della fiducia in Dio, vorrei trattare brevemente, da un punto di vista più teologico, del perché dobbiamo abbandonarci alla Divina Provvidenza; e come farlo.
Perché dobbiamo abbandonarci alla Divina Provvidenza?
Per 4 ragioni:
1) niente capita che Dio non abbia previsto da tutta l’eternità, sia che Lui l’abbia voluto (quando si tratta del bene), sia che Lui l’abbia permesso (il male). “Tutto ciò che succede è adorabile”, perché è stato previsto, voluto o permesso.
2) Dio non vuole e non permette niente che non sia in vista del fine che Lui si è proposto quando ha creato l’Universo: la manifestazione della Sua bontà e della Sua gloria.
3) «Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8). Tutto: le grazie, i talenti ricevuti, ma anche le malattie, gli scacchi, gli smacchi, e persino le colpe che ci umiliano e purificano il nostro amore. Pensiamo, ad esempio, al rinnegamento di san Pietro. Santa Teresa di Gesù Bambino diceva che persino i nostri peccati possono essere l’occasione per cantare la misericordia di Dio. Con la grazia di Dio, i nostri peccati possono portarci ad amare di più.
Santa Teresina è senz’altro la grande Santa dell’abbandono. Diceva anche: «Questa parola di Giobbe: “Anche se Dio mi uccidesse spererei ancora in lui” mi ha affascinato sino dalla mia infanzia». Però aggiungeva: «Ci è voluto tanto tempo prima di stabilirmi in questo grado di abbandono. Ora, ci sono: il buon Dio mi ci ha messa, m’ha presa nelle sue braccia e m’ha posata qui» (Ultimi colloqui, 7 luglio) e sosteneva che persino il peccato mortale non le avrebbe tolto la fiducia. «In te Domine speravi! Ah! nel momento delle nostre grandi pene, com’ero felice di ripetere, nel coro, questo versetto!»; e amava tanto ripetersi la frase di san Giovanni della Croce: «Si ottiene da Dio appunto ciò che da Lui si spera» (Massime, n. 46).
Santa Teresa d’Avila dice esattamente la stessa cosa, ossia che bisogna avere desideri grandi, una grande fiducia in Dio: «Non bisogna mai mortificare i nostri desideri, ma piuttosto aver fiducia in Dio. Egli, con la nostra collaborazione e la divina grazia, ci consentirà di raggiungere traguardi conquistati da molti santi» (Cammino di perfezione, n. 4). E quando volevano costringerla ad accettare dei redditi e delle rendite, provandone grande tristezza, pur non si perdeva d’animo: «Dio non può abbandonare l’anima che lo serve; non ho il più minimo dubbio su questa verità».
4) Però, non si tratta di cadere nel quietismo: questo abbandono non ci dispensa dal fare tutto ciò che è in nostro potere per adempiere la Volontà di Dio, significata dai precetti o anche dagli eventi. La Provvidenza di Dio è onnipotente, ma è anche giusta e saggia: rispetta la nostra natura libera. «Dio che ti ha creato senza di te, non ti santificherà senza di te» (Sant’Agostino).
Perciò, ci potrebbe essere un modo sbagliato di interpretare “la piccola via” di santa Teresina (che ella definiva come «riconoscere il proprio nulla, aspettare tutto dal buon Dio, come un bambino piccolo aspetta tutto da suo padre; è non inquietarsi di nulla, non guadagnare ricchezze»); questa piccola via non è a lieve pendenza. Su questa via si deve correre. La Santa parla di un grande sforzo: «Non ho mai rifiutato nulla al Buon Dio». Dobbiamo fare tutto quello che possiamo, e chiedere nella preghiera quello che non possiamo fare. Dobbiamo sollevare il nostro piede, anche sapendo bene che non ce la faremo a posarlo nemmeno sul gradino seguente, ma vedendo il nostro sforzo e la nostra buona volontà, la nostra Mamma del Cielo verrà a portarci su.
È qui che bisogna ricordarsi del grande principio: chi è fedele nelle piccole cose sarà anche fedele nelle grandi cose. «Dio non ci comanda l’impossibile, ma comandando ti ammonisce di fare ciò che puoi, e di chiedere ciò che non puoi». Se facciamo ogni giorno tutto il nostro possibile per essere fedeli al Signore nelle cose ordinarie, ci concederà la grazia di essergli fedeli nelle circostanze estreme. Ecco perché la santificazione del momento presente è talmente importante, e perché dobbiamo lottare contro le nostre imperfezioni.
Come dobbiamo affidarci e abbandonarci alla Volontà di Dio?
Il nostro abbandono non sarà lo stesso nei confronti degli eventi che non dipendono dalla volontà umana, nei confronti delle ingiustizie degli uomini, e nei confronti delle nostre proprie colpe e delle loro conseguenze.
1) Nei confronti delle cose che non dipendono dalla volontà umana: incidenti, catastrofi, malattie... qui, il nostro abbandono non sarà mai abbastanza assoluto. La resistenza sarebbe inutile, mentre l’accettazione, con uno spirito di fede, di fiducia e di amore, rende molto meritorie le nostre sofferenze.
2) Sofferenze che vengono dalla cattiveria degli uomini: calunnie, ingiustizie... Nostro Signore ci dice che dobbiamo essere pronti a sopportarli con pazienza: “Se uno ti colpisce alla guancia destra, porgigli anche la sinistra...”. Però, vediamo che durante la sua Passione, quando una delle guardie gli ha dato uno schiaffo, Nostro Signore non gli ha porto l’altra guancia, ma gli ha risposto: «Perché mi percuoti?». Talvolta occorre rispondere all’ingiustizia: sia per il bene di quello che insulta, per reprimere la sua audacia, sia per evitare lo scandalo (o difendere gli altri, quelli che sono insultati). Dobbiamo reprimere le ingiustizie, non in quanto offendono il nostro amor proprio (e sono uno strumento permesso da Dio per espiare i nostri peccati), ma in quanto sono offese contro Dio.
3) Per quanto riguarda gli inconvenienti che provengono dalle nostre colpe: bisogna distinguere nelle nostre colpe e le loro conseguenze ciò che è colpevole, e l’umiliazione. Non rimpiangeremo mai abbastanza la nostra colpa come ingiuria recata a Dio; ma dobbiamo accettare l’umiliazione come salutare; le umiliazioni accettate sono necessarie perché ci fanno crescere nell’umiltà che è il principio della vita spirituale.
«Jacta super Dominum curam tuam, et ipse te enutriet»: «Getta nel Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno» (Sal 54). «A ciascun giorno basta la sua pena». Chiediamo la grazia di essere fedeli nelle piccole cose, di mantenere la nostra anima unita a Dio abitualmente in mezzo alle preoccupazioni; allora troveremo la forza di essere fedeli nelle grandi cose, quando verrà il tempo della prova.