SPIRITUALITÀ
“Seneca saluta Paolo”
dal Numero 35 del 6 settembre 2015
di Paolo Risso

Non si hanno più dubbi sulla veridicità dell’esistenza di un epistolario Seneca-san Paolo che dimostra l’interesse del Filosofo romano per la dottrina del Santo Apostolo, al punto da ricalcarne numerose espressioni fra i suoi scritti, del tutto singolari per un pagano.

Non è vero che Gesù è stato ignorato dalla cultura greca e pagana con un assordare silentium saeculi. Il paganesimo, fin dall’inizio, dai primi decenni del I secolo, è stato scosso da Gesù. Sentite ciò che Seneca (1-65 d.C.), filosofo, scrittore e consigliere di Nerone, scrive all’Apostolo Paolo, dopo gli iniziali saluti: «Paulo Seneca salutem dicit» (“Seneca saluta Paolo”): «Ti rivelo che Augusto [Nerone], è rimasto colpito dai tuoi scritti. Dopo che gli fu letto per intero di come ebbe inizio la tua conversione, questo fu il suo commento: Ci si può meravigliare che chi non ha ricevuto un’istruzione appropriata, abbia tali pensieri. E io gli ho risposto che gli dei sono soliti parlare per bocca degli innocenti, non di coloro che in virtù della loro istruzione, sono in grado di distorcerne i concetti».

Scambio tra uomini grandi

Siamo attorno al 62 d.C. Seneca è ancora amico di Nerone, fino al punto di leggergli la Lettera di Paolo ai Galati, in cui l’Apostolo narra la sua conversione dall’ebraismo a Gesù Cristo, scoperto, professato e predicato come unico Salvatore del mondo, perché Figlio di Dio fatto uomo. Nella stessa lettera dell’epistolario Seneca-Paolo, Seneca scrive a Paolo di aver letto le sue Lettere ai Galati e la prima e seconda ai Corinzi e si augura di poter vivere con lui lo stesso “brivido divino” («horror divinum»). Passa subito a dirgli come ne abbia fatto partecipe l’Imperatore. Così Nerone, che sicuramente ha sentito parlare dei Cristiani, conosce l’opera e la figura di Gesù, grazie al Quale soltanto è possibile essere salvati (cf. Gal 2,15-3,29). Rimane esterrefatto che un uomo senza istruzione (questo lo pensa lui!) come un qualsiasi Saulo di Tarso, che però è cittadino romano con il nome di Paolo, possa scrivere cose tanto più alte della comune umanità. Seneca, udite, udite, quasi gli cita ciò che san Paolo scrive all’inizio della Prima Lettera ai Corinzi: «Dio ha scelto ciò che è piccolo e debole per confondere i forti» (1Cor 1,27).
Ma davvero esiste questo epistolario Seneca-Paolo? Esiste dal loro tempo – all’inizio della seconda metà del I secolo – ed è giunto fino a noi. Dopo gli studi di Marta Sordi (vedi: Caro Paolo... Caro Seneca, Il Timone, marzo-aprile 2002, pp. 24-25) e di Ilaria Ramelli (I cristiani e l’impero romano, Marietti 1820, Genova 2011), non possono più esistere dubbi.
Alcune prove di autenticità.
L’epistolario si trova in tutti i manoscritti più antichi contenenti le opere complete di Seneca, ed è ritenuto vero da un esperto quale san Girolamo vissuto nel IV secolo, sempre piuttosto critico. L’amicizia intercorsa tra Paolo e Seneca, confermata da fonti antiche come gli Acta Pauli dello Ps.-Lino, si dimostra possibile perché Paolo, giunto a Roma nel 55 d.C., voleva conquistare a Gesù il mondo intero ed era sempre attento e disponibile a amicarsi umili e dotti del paganesimo proprio per questo: «Sono pronto, per quanto sta in me, a predicare il Vangelo a Roma» (Rm 1,15).
Sono più biglietti brevi che lettere e le più antiche (X, XI, XII e XIV) datano dal 27 giugno 58, al 23 marzo del 59. Le successive fanno pensare che Paolo sia lontano da Roma, coincidendo con il suo viaggio in Spagna (cf. Rm 15,24). Quando Seneca scrive a Paolo che ha letto passi delle sue Lettere all’Imperatore, Paolo gli risponde di essere più prudente. Sicuramente Seneca, da uomo colto qual era, coevo degli Imperatori della Gens Julia cui appartenevano Ottaviano, Tiberio, Caligola, Claudio e lo stesso Nerone, conosceva il Cristianesimo almeno dal 35 d.C., l’anno del “senato-consulto” di Tiberio, quindi prima ancora che gli Apostoli Pietro e Paolo giungessero a Roma.
Nel 52 d.C. il fratello di Seneca, Lucio Giunio Gallione, Proconsole a Corinto, aveva lasciato libero Paolo, portato al suo tribunale dai giudei della città. In seguito, Paolo, appellatosi a Cesare per essere giudicato, era giunto a Roma e nell’attesa del processo, era rimasto libero di predicare il Vangelo. Noi sappiamo dalle sue Lettere con quale passione e foga Paolo predicava e pertanto apparve subito come uno dei leader della nuova Fede, presto segnato a dito anche dalla classe dirigente cui Seneca apparteneva. Andato, Paolo, al processo presso l’Imperatore e assolto nel 57-58 d.C., Seneca, uomo ben disposto e “filosofo”, non poteva non conoscerlo e non esserne affascinato o almeno incuriosito.
Da tutto questo, il loro incontro e la loro stima reciproca e lo scambio epistolare tra i due illustri uomini.

C’è Gesù al centro

Oggi c’è persino chi osa dire che fu Seneca a influenzare la Fede allora nascente, che, si dice, deve a lui la scoperta dell’interiorità. In realtà non è così, perché il Cristianesimo non insegna soltanto a conoscere se stessi (il “Nosce te ipsus” di Socrate), ma afferma che «l’uomo deve guardare non solo dentro se stesso, ma soprattutto fuori, per ammirare con stupore ed entusiasmo un divino drappello [= la Chiesa] e un divino Capitano [= Gesù Cristo]. Il piacere che si prova a essere cristiani è quello di non sentirsi mai soli con se stessi, quello di riconoscere un’altra Luce, più splendida del sole, appunto Gesù Cristo» (G. K. Chesterton).
Così fu proprio Gesù a essere sconvolgente per Seneca. In Gesù Seneca vide la formulazione dell’ideale filosofico che lui, come gli stoici, cercava. Ne rimase abbagliato, da Gesù e da quella “filosofia”, quella Sapienza così nuova che in Paolo vedeva essere diventata vita, modo e stile nuovo di vivere. Gesù portava a Seneca e ai suoi colleghi di stoicismo, una visione e un giudizio morale della vita e del mondo, che prima non era immaginabile.
In tutto, Seneca e Paolo si scambiarono dodici lettere, risalenti al periodo degli anni 58-62, quando il nobile Romano era ancora un potente collaboratore di Nerone non ancora impazzito. Commuove pertanto leggere la I lettera di Seneca a Paolo: «Credo che ti sia stato riferito che cosa ieri, io e l’amico Lucilio abbiamo detto sugli argomenti segreti e di altro genere [qui Seneca allude al “cuore” del Cristianesimo, la sua verità più intima, l’unione con Dio, in Gesù Cristo]. Si trovavano con me alcuni seguaci dei tuoi insegnamenti [= alcuni cristiani]: ci eravamo ritirati nei giardini sallustiani, dove questi che ti ho citato, benché fossero diretti altrove, colta l’occasione, si sono uniti a noi».
Dunque, nei giardini imperiali, racconta Seneca, si sono riuniti cristiani di Roma e uomini della classe dirigente di cultura stoica, ciò che fa pensare a un rapporto di amicizia presto incentrato in Gesù Cristo, che i cristiani vogliono far conoscere a quelli che, da cercatori della verità o almeno da curiosi di cose nuove, lo desiderano conoscere. Seneca nella Epistula n. 1, continua rivolto a Paolo: «Certo avremmo desiderato la tua presenza, e voglio che tu sappia che la lettura di alcune delle numerose lettere che hai indirizzato a qualche città o capitali di provincia e che contengono straordinari incoraggiamenti alla vita morale, ci ha completamente rinfrancati. Io non credo che questi tuoi pensieri siano detti da te ma per mezzo tuo, e comunque talvolta sia da te che per mezzo tuo».
Ecco, Seneca e i suoi colleghi come Lucilio, sono stati colpiti così dalle lettere di Paolo che pensano con fondamento che esse non possano venirgli solo da lui, ma soprattutto da una divina Rivelazione. Infatti – conclude Seneca la lettera – «tanto grande è infatti la dignità di questi argomenti e tale la nobiltà di cui risplendono, che a mio avviso intere generazioni di uomini basteranno a stento per trarre da questi, insegnamento e perfezione». Insomma: Seneca ha visto nelle lettere di Paolo la presenza di Qualcuno superiore infinitamente all’uomo, a ogni dottrina umana, Qualcuno che è Gesù stesso, che non è soltanto umano ma sovra-umano e che noi sappiamo essere Dio. In una parola, già Seneca afferma che il Cristianesimo non può essere inventato dagli uomini, ma può venire solo da Qualcuno che nobilita l’uomo all’infinito.

Venerazione per Lui

Seneca fu così toccato dal Cristianesimo che se ne trova traccia nel suo pensiero e nelle sue opere. Innanzitutto egli ha una visione singolare di Dio. È il primo Autore pagano che usa l’espressione credere Deum per esprimere la fede in Dio. È ancora il primo dei pagani a chiamare il giorno della morte «dies aeterni natalis», giorno di una nascita eterna. Addirittura scrive che «Dio ha verso gli uomini il cuore di un Padre [patrium animum] e li ama fortemente [et ille fortiter amat]» (De prov. 2,6). Un’affermazione così in un pagano è più unica che rara, proprio perché Seneca conosce Paolo a Roma.
Tanti passi di Seneca sono simili a passi di Paolo. Il testo di 2Cor 4,17-18: «Il momentaneo peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne», ha risonanza dell’Epistula 58, 26-28 di Seneca. Gli studiosi di oggi archiviano queste cose perché troppo scomode per il loro razionalismo. Tuttavia, quando Seneca afferma che «Dio è vicino a te, è con te, è in te» (Epistula 41, 1), supera la cultura pagana e cita di fatto l’espressione di Paolo all’Areopago di Atene: «In Dio infatti siamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Ma c’è di più: «Sì, o Lucilio – scrive ancora nella Epistola 41, 2 –, in noi risiede uno Spirito divino [sacer intra nos spiritus sedet] che osserva e controlla le nostre azioni buone e cattive; e come noi lo trattiamo, egli ci tratta». Lì aggiunge un’affermazione che meraviglia in un pagano: «Nessuno può essere buono senza Dio», che fa pensare a Gesù quando dice: «Nessuno è buono se non Dio solo» (Mc 10,16) e, nella sua forza latina originaria, «bonus vir sine Deo nemo est», ricorda Gesù che dice: «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Così Seneca ha idee in cui possiamo riconoscere con fondamento la presenza di Gesù: «Non vive ancora veramente per sé chi non vive per gli altri» (Epistola VI, 3) che riecheggia Paolo ai Romani: «Nessuno di noi vive per se stesso» (Rm 14,7). Nel De ira, Seneca chiede di essere pronti a perdonare coloro che ci hanno offeso, persuadendoci che «nessuno di noi è senza colpa». Allora fa venire in mente Gesù quando dice: «Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra» (Gv 8,7). Frasi simili di Seneca portano a ricordo delle lettere paoline e degli stessi Vangeli, come Mt 18,21-22, o Lc 17,4.
Altrove Seneca ha espressioni quasi identiche a san Paolo e allo stesso Gesù, come quando dice che «fare il bene o il male porta bene o male alla comunità perché noi siamo le membra di un grande corpo», che ricorda appunto san Paolo ai Romani: «Noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo». «Se vuoi imitare gli dei – scrive ancora Seneca nel De beneficium (IV, 26, 1) – devi rendere bene anche agli ingrati, perché il sole sorge anche per i cattivi», indiscutibilmente eco di quanto disse Gesù: «Amate i vostri nemici... affinché siate figli del Padre vostro... che fa levare il sole sopra i buoni e sopra i cattivi» (Mt 5,44-45). Potremmo continuare ancora a lungo, ma torniamo a una pagina sua che, secondo molti, è il segno più alto della presenza di Gesù nella sua opera. Nell’Epistula 41, già citata, a provare che “nessun uomo è buono senza Dio”, delinea il ritratto di “un uomo di Dio”, che ha conquistato la sua anima: «Se vedrai un Uomo impavido di fronte ai pericoli, libero dalle passioni, felice tra le avversità, sereno in mezzo alle tempeste, che guarda gli altri uomini dall’alto e gli dei da pari a pari, non sarai preso da un senso di venerazione per Lui? [...]. Una forza [vis] divina è in Lui; una forza celeste [coelestis potentia] muove il suo animo eccellente, moderato, che considera tutte le cose inferiori e non teme, ma sorride di ciò che noi temiamo o desideriamo. Un essere così grande non può mantenersi saldo senza il sostegno della Divinità; sicché con la sua parte maggiore di sé sta là da dove è disceso».
Chi mai può essere questo “Uomo di Dio” se non Gesù di Nazareth, l’Uomo perfetto? Così perfetto da far capire che Dio è in Lui in modo sommo, anzi che Lui stesso è Dio, l’Uomo-Dio. La “filosofia”, la “Sapienza” vera non è un discorso di principi o di valori umani, ma una Persona, un Evento che ci viene incontro, appunto l’Uomo-Dio Gesù Cristo. Per mezzo di san Paolo, Seneca ha conosciuto Gesù e ne è rimasto affascinato. Non risulta che si sia convertito, ma che gli abbia tributato omaggio e venerazione, è vero, al punto di riconoscere come Dostoevskij: «Non c’è nulla al mondo di più bello, di più grande, di più Santo di Gesù e io dico non c’è né può esserci». Nessuno è sublime come Gesù, l’Insuperabile, l’Incomparabile.

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