La trama delle umane sofferenze patite sulla terra, svelerà il suo magnifico disegno di gloria in Cielo! La condivisione della croce di Cristo è per il cristiano l’ingresso alla vita divina, che lo purifica dal peccato, gli aumenta la grazia e gli prepara una smisurata gloria in Paradiso!
Leggete questo quadro vivente e commovente delle difficoltà considerevoli che assalgono il grande Apostolo durante le sue fatiche apostoliche: «Io ho veduto spesso la morte da vicino; cinque volte sono stato flagellato; tre volte sono stato battuto con verghe; una volta ho sofferto la lapidazione; tre volte sono naufragato; ho passato un giorno e una notte sull’abisso del mare. Ed i miei innumerevoli viaggi pieni di pericoli: pericoli sui fiumi, pericoli da parte dei briganti, pericoli da parte di gente della mia nazione, pericoli da parte degli infedeli, pericoli nelle città, nei deserti, sul mare: i miei lavori, e le mie pene, le mie numerose veglie, le sofferenze della fame e della sete; i molteplici digiuni, il freddo, l’umidità; e, senza parlare di tante altre cose, ricorderò le mie brighe di ogni giorno, il pensiero di tutte le Chiese che ho fondate?...» (2Cor 11,24-29).
Che quadro! Come deve essere sbalestrata l’anima del grande Apostolo in mezzo a tante miserie sempre rinascenti! E tuttavia, in tutte le sue tribolazioni “egli sovrabbonda di gioia” (cf. 2Cor 7,4).
Qual è il segreto di questa gioia?
È l’amore che egli ha per Cristo che si è sacrificato per lui: L’amore di Cristo ci spinge (cf. 2Cor 1,5)... è questo il grido dell’anima, che ha capito l’immenso amore di Cristo sulla croce e che, da vera discepola, desidera camminare sulle sue tracce fino al Calvario, prendendo per amore la sua parte delle sofferenze del divino Maestro. Poiché le nostre sofferenze, i nostri sacrifici, i nostri atti di rinunzia e di mortificazione derivano tutto il loro valore soprannaturale dal Calvario, dalla Passione di Gesù Cristo, per distruggere in peccato e lasciar sviluppare in noi la vita divina. Noi dobbiamo ricollegarli per mezzo dell’intenzione, al sacramento della Penitenza, che ci applica i meriti delle sofferenze di Cristo allo scopo di farci morire al peccato. Facendo così, l’efficacia del sacramento della Penitenza si estende, per così dire, a tutti gli atti della virtù di penitenza per accrescerne la fecondità.
Il Concilio di Trento insegna, a questo proposito, una verità consolantissima. Ci dice che Dio è di tale munificenza nella sua misericordia che, non soltanto le opere di espiazione che il sacerdote ci impone o che scegliamo da noi stessi, ma anche tutte le pene inerenti alla nostra condizione di quaggiù, tutte le avversità temporali, che Dio manda o permette e che sopportiamo con pazienza, servono, per i meriti di Gesù Cristo, di soddisfazione presso l’Eterno Padre.
Perciò, raccomando vivamente, quando stiamo per presentarci al sacerdote, o piuttosto a Gesù Cristo, per accusare i nostri peccati [nel sacramento della Confessione], è una pratica eccellente e fecondissima, l’accettare, in espiazione dei nostri peccati, tutte le pene, tutte le contrarietà, tutte le contraddizioni che possono venire in seguito. Potremo anche fissare in quel momento un determinato atto di mortificazione, per quanto leggero, da compiere fino alla Confessione seguente.
La fedeltà a questa pratica è di grande fecondità.
Prima di tutto allontana il pericolo della meccanicità. Un’anima che si rituffa così, per mezzo della fede, nella considerazione della grandezza di questo Sacramento in cui ci viene applicato il Sangue di Gesù e che, per mezzo di una intenzione piena di amore, si offre di sopportare con pazienza, in unione a Cristo crocifisso, tutto ciò che si presenterà di duro, di difficile, di penoso, di contrariante nella sua vita, un’anima tale è refrattaria alla ruggine che si attacca, in molte persone, alla confessione. Questa pratica, poi, costituisce un atto di amore che piace immensamente a Nostro Signore, perché indica la nostra volontà di condividere le sofferenze della sua Passione, i suoi più santi misteri. Inoltre, rinnovata con frequenza, ci aiuta ad acquistare a poco a poco quel vero spirito di penitenza, così necessario per diventare simili a Gesù, nostro capo e nostro modello...
Infine, dopo aver ristabilito l’ordine quaggiù per permettere alla vita di Cristo di crescere e aumentare i noi, le nostre sofferenze, i nostri atti di espiazione, i nostri sforzi di fare il bene assicurano all’anima nostra una parte della Gloria celeste. Ricordatevi la conversazione che ebbero i due discepoli che se ne andavano a Emmaus l’indomani della Passione. Sconcertati dalla morte del divino Maestro, che sembrava porre fine alle loro speranze di un regno messianico, ignorando anche la Risurrezione di Gesù, essi si confidavano l’un l’altro il loro disinganno. Cristo si unisce loro, come uno straniero, e domanda l’argomento del loro discorso. Dopo aver sentito l’espressione del loro scoraggiamento: «O uomini senza intelligenza, o uomini lenti a credere!» rimprovera subito loro, «non bisognava dunque che Cristo soffrisse tutte queste cose prima di entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26). Così è di noi: dobbiamo partecipare alle sofferenze di Cristo per condividere la sua gloria.
Questa gloria e questa beatitudine saranno immense: «Non vi scoraggiate in mezzo alle vostre tribolazioni... poiché la nostra momentanea afflizione produce per noi un peso smisurato di gloria» (2Cor 4,17)!...
Ora, dice Gesù Cristo, voi siete quaggiù nell’afflizione. Il mondo, che non mi conosce, vive nel piacere; mentre nell’esercizio di una vita di fede, voi condividete con me il fardello della croce. Ma io vi rivedrò nell’ultimo giorno, il vostro cuore abbonderà di gioia e nessuno vi rapirà la vostra gioia (Gv 4,20-22)!