L’interpretazione dei primi capitoli della Genesi è inseparabile dalla realtà storica dei Progenitori. Questi furono esseri individuali realmente esistiti, testimoniati a più voci dal Magistero, dall’analisi del Testo sacro, da san Paolo e da altre ragioni ancora...
«Adamo, quello che voi dite il primo uomo, non è mai esistito... Tanto meno sua moglie Eva», mi dice uno pseudo scienziato di oggi e con lui, “chi pensa moderno”. Il ragazzo di campagna che sono io, gli ha risposto: «No, io non ci sto: mio padre è davvero esistito e non sono spuntato come un fungo dalla prateria. Così è esistito il padre, il capostipite dell’umanità». È chiaro, chiarissimo. Solo sofisti come Hegel che ha detto come il mondo non c’è, può dubitare e negare così.
“C’è stato Adamo”
A un corso di Teologia, mi avrebbero detto che sono fondamentalista, i maestri “equilibristi” della verità diplomatica, i quali, riguardo ai primi capitoli della Genesi dedicati alla creazione del mondo e dell’uomo e al peccato originale, dicono che questi testi non pretendono di dare un’informazione esatta di ordine storico. Si tratta, secondo loro, di una parabola (in ebraico Mâshâl) di genere sapienziale, che propone un insegnamento di ordine generale sull’importanza dell’uomo agli occhi di Dio, ma non riferiscono un avvenimento storico determinato. Ne segue che Adamo ed Eva non sarebbero realmente esistiti e questo sarebbe confermato anche dal fatto che l’uomo nel racconto della Genesi non ha un nome proprio, ma un nome comune: Adamo significherebbe solo l’essere umano, in ebraico.
Ma pensare così, interpretare così la Genesi nega il Dogma della creazione da parte di Dio, l’elevazione dell’uomo all’ordine soprannaturale, la realtà storica del peccato originale. Per di più, i primi capitoli della Genesi sono soltanto una parabola o un’allegoria?
Il Dogma, il Credo cattolico non è un arbitrio inventato dalla Chiesa per mettere i paraocchi all’intelligenza, ma una guida sicura e indispensabile a mostrare la direzione per non “sragionare” e cadere nel relativismo, dove non esiste più alcuna Verità oggettiva. Il Dogma è una finestra aperta sul Mistero di Dio, non un muro da abbattere, come vogliono certuni, per vedere meglio. È alla luce dei Dogmi che esprimono la Fede della Chiesa giunta al suo più alto grado di espressione e di autorità, che un lettore credente deve interpretare la Sacra Scrittura.
Diversamente si finisce nelle sabbie mobili del deserto. Noi preferiamo la luce della Tradizione della Chiesa, la Luce di Cristo, che Maestro san Tommaso illustra a chi è assetato di Verità. Papa Benedetto XVI ricordava che «l’autentica ermeneutica della Sacra Scrittura non può situarsi che nella fede della Chiesa» (Verbum Domini, 30 settembre 2010, n. 29).
Ora è Verità di fede che l’interpretazione dei primi capitoli della Genesi è inseparabile dalla realtà storica dei Progenitori e del peccato originale. Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica lo dichiara nel modo più netto: «Il racconto della caduta [del peccato originale] utilizza un linguaggio immaginoso, ma afferma un avvenimento primordiale, un fatto che ha avuto luogo all’inizio della storia dell’uomo. La Rivelazione ci dona la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dal peccato d’origine liberamente commesso dai nostri progenitori» (n. 390).
A questo riguardo il Catechismo cita «il decreto del Concilio di Trento sul peccato originale» e l’enciclica Humani generis (12 agosto 1950) del venerabile Pio XII. Vi si potrebbe aggiungere il Credo di Paolo VI (30 giugno 1968). Questi diversi Documenti del Magistero non lasciano alcun dubbio: la realtà del primo uomo e della prima donna, Adamo ed Eva, la realtà del peccato originale come fatto storico, è un Dogma di Fede, una Verità rivelata che la Chiesa insegna come certa e non è affatto lasciata alla libera discussione o interpretazione dei biblisti o dei teologi.
Così non si vede come una interpretazione che neghi la storicità, la verità, la realtà oggettiva dei primi capitoli della Genesi sia possibile nella professione della Fede cattolica. Chi lo fa, si mette fuori dalla Verità. Noi invece siamo dalla parte della Verità e ascoltiamo la voce del Re divino (cf. Gv 18,37).
Uno Adamo; uno Cristo
Ma i novatori ribattono che si tratta di una parabola, uno dei generi letterari di cui già parlava lo stesso Pio XII nella Divino afflante Spiritu (1943) sulla Sacra Scrittura. Ma Pio XII sapeva che cosa diceva, mentre costoro spesso vanno ben oltre. Si tratta davvero di una parabola?
Che contenga delle immagini e degli elementi simbolici, non si nega, ma questo basta per concludere che il racconto è tutto fittizio, senza alcun riferimento a un fatto storico determinato, come succede in una parabola o in un’allegoria? Non ci sono degli indizi forti che questo racconto ha una portata storica?
La stessa analisi critica del testo porta a concludere che qui si fa un discorso storico, reale, vissuto. In una parabola non ci sono dei nomi geografici tuttora verificabili, come “Kush” (l’Etiopia, Gen 2,13), “Assur”, “il Tigri” (2,14) e “l’Eufrate” (2,15). C’è il nome proprio di persona, Eva, che Adamo dà alla sua donna alla fine del racconto (cf. Gen 3,20). Che questo nome abbia una portata simbolica è evidente: il racconto lo spiega esso stesso. Ma succede così altrettanto ad altri nomi biblici, portati da individui la cui esistenza storica è indiscutibile.
Nel genere letterario della parabola, i riferimenti a tale uomo, a tale luogo, a tale avvenimento storico non hanno alcuna ragione d’essere. Invece nel testo della Genesi di cui scriviamo, si constata uno sforzo del testo per identificare e localizzare, per situare le persone e le cose in un tempo e in uno spazio. Fosse anche solo per questo il lettore è portato a credere che il racconto è storico, non una parabola.
Inoltre a partire dal capitolo 5 della Genesi (o meglio da Gen 4,25) il termine Adamo perde il suo articolo, mentre nei capitoli 2 e 3 è scritto con l’articolo: «Haadam». Adamo si mette allora a generare tutta una dinastia di figli. Ciò dimostra che c’è una tradizione interna alla Bibbia che considera l’Adamo dei capitoli 2 e 3 della Genesi come un individuo storico, nonostante questo suo nome collettivo, generico.
Questa tradizione fondamentale e certissima si trova nel testo centrale della Lettera di san Paolo ai Romani, dove l’Apostolo delle genti pone in parallelo la disobbedienza del “primo Adamo” causa del peccato e della morte per tutta l’umanità, con l’obbedienza di Gesù Cristo, il “secondo Adamo” causa di grazia e di vita per molti, coloro che lo accettano e formano l’umanità nuova. Leggiamo questo testo di san Paolo ai Romani (5,12-18): «Quindi a causa di un solo uomo [Adamo] il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini perché tutti hanno peccato. Ma il dono di grazia non è come la caduta; se infatti per la caduta di un solo morirono tutti, molto di più, la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo Uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini. Come dunque per la colpa di uno solo [Adamo] si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di un solo [Gesù Cristo], si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita».
Dunque, uno è Gesù Cristo, realmente esistito e unico Salvatore. Così uno è Adamo, realmente esistito e capostipite nell’umanità e nella colpa. Uno è il primo Adamo, l’antico Adamo. Uno è il secondo Adamo, il nuovo Adamo, Gesù Cristo.
Chi legge questo passo di Rm 5,12-18, vedrà che se san Paolo non affermasse la realtà storica e individuale del primo Adamo, e la realtà storica e individuale del secondo Adamo, Gesù Cristo, tutto il suo discorso, tutta la sua dottrina sarebbe banale e incomprensibile. Significativo e vincolante come san Paolo, di Adamo e di Gesù, ripete “uno solo”, “un solo uomo”.
In questo passo, san Paolo afferma anche il monogenismo dell’umanità creata e discendente da una sola coppia, Adamo ed Eva appunto, e dell’umanità ricreata e redenta che discende nella vita divina da Gesù Cristo.
Capostipite dell’umanità
Così dopo quanto abbiamo scritto è molto più sicuro seguire non i moderni nella lettura dei primi capitoli della Genesi, ma la via proposta dal padre Marie-Joseph Lagrange in un articolo della sua Revue Biblique (L’innocence et le péché, 1897, pp. 340-379). Il contenuto dei primi capitoli della Genesi non è né un semplice resoconto di un fatto storico né una pura allegoria.
Questo contenuto presenta elementi storici indiscutibili, in particolare riguardo alla creazione e all’esistenza storica del primo uomo, Adamo, e della prima donna, Eva, elevati all’ordine soprannaturale, e alla caduta nel peccato d’origine: questo lo fa con parole proprie e con immagini. È ancora saggio e doveroso oggi, seguire l’esegesi del grande padre Lagrange sulla linea del Magistero della Chiesa di sempre.
Infine nella Sacra Scrittura c’è una notevole costante, quasi una legge: i popoli, le collettività sono quasi sempre riportati a un individuo, a una persona unica che è il principio primo della loro esistenza e da cui prendono il nome. C’è il popolo protagonista della storia sacra – gli Ebrei – che si chiama Giacobbe o Israele, ma proprio perché all’inizio di esso c’è un personaggio storico che si chiama Giacobbe o Israele, nel quale tutti i membri di questo popolo riconoscono il padre. È la costante dell’azione divina nella storia: fare un grande numero a partire da uno solo, moltiplicare i figli a partire da un solo padre.
L’Adamo delle origini è la realizzazione eminente ed esemplare di questo procedimento divino: se c’è una moltitudine di esseri umani che riempiono la terra, è perché è esistito, all’inizio, un primo Adamo che li conteneva in germe tutti. I figli portano il nome del loro padre, e ciò che è diventato per loro un nome comune, è per lui, lui solo, un nome proprio.
Adamo è così il capo, il capostipite di tutta l’umanità a venire e davanti al Creatore egli rappresenta tutta la famiglia umana. La scelta dell’obbedienza o della ribellione a Dio, Adamo doveva farla non solo per sé, ma per tutti i suoi discendenti: è quanto spiega san Paolo nella pagina della sua Lettera ai Romani che abbiamo ora citato (5,12-18).
Qualcuno obietterà che riconosciamo troppo spessore di contenuto e di teologia a un testo che appare “naif”, quasi infantile a un primo sguardo. In realtà si tratta di un testo tra i più grandi e i più profondi di tutta la Sacra Scrittura, anzi di tutto il mondo antico. Questo testo presuppone una profonda saggezza e appare come il frutto di un’intensa riflessione sulla storia, coronata da una vera luce di rivelazione da parte di Dio. Il Dio di Adamo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Mosè, Colui che Gesù, ponendosi qual Egli è alla pari con Lui, chiama con il nome dolcissimo di “Abbà”, “padre mio”.
Partendo proprio di lì, un grande uomo di cultura e di scienza, all’università (laica) di Torino, negli anni ’60 del secolo scorso, nell’imperversare della contestazione di tutto e contro tutto, affermava: «Non solo credo alla Verità reale, storica e salvifica della Genesi perché lo insegna la Chiesa Cattolica, ma perché in questo libro che risale al tempo di Mosè, c’è una visione del tempo e dell’Eternità, del mondo e dell’uomo, così alta che non si trova da alcun’altra parte della cultura antica, e che può venire solo da Dio che si rivela».
Sì, mio padre Adamo è davvero esistito. Ragione e fede congiurano ad affermarlo senza alcuna smentita. Sì noi siamo nella Verità. Noi, per dono di Dio, possediamo la Verità.