Sacerdote insignito di numerosi doni di grazia, fra i quali quello d’essere un eccellente poeta. Con le sue poesie mariane riconosce nella Santissima Vergine la potente Mediatrice alla quale ricorrere con fiducia, a Lei che è “Madre della Verità e del Bell’Amore”.
Nella terra di Treviso, tra Possagno e Asolo, fin da secoli lontani, sorge una cappellina dedicata alla Madonna. Lì, un giorno del 1976, si trovò a passare don Giacomo Zanella (1820-1888), sacerdote umile di spirito e sereno di vita, letterato illustre, professore all’Università di Padova e poeta.
Sì, poeta, un classico, che in alcune pagine ha lo stile di Virgilio, sommo poeta latino. Il Carducci, massone e “mangiapreti”, una volta disse che «femmine e preti / non sono poeti», ma quando lesse l’opera dello Zanella, dovette ricredersi e chiese scusa.
«L’error dilegui...»
Per un moto improvviso del cuore e testimonianza della sua fede e del suo amore alla Madonna, davanti alla cappella della Madonna, egli scrisse di getto un bellissimo sonetto. Leggiamolo insieme.
«Da questo scoglio, che torreggia immoto / nel brullo del torrente arido letto, / ove la Fe’ di secolo remoto / pose il solingo, candido tempietto, // odi, o gran Donna, il cantico devoto / che a Te leviamo dall’acceso petto, / e de’ giovani cuori adempi il voto, / fidenti appien nel tuo materno affetto. // Come questo inconcusso, altero scoglio, / su cui prostrati ti veneriam, del flutto / tempestoso in april spezza l’orgoglio: // fa’ che salda la Fede in noi resista / e qual miriam questo torrente asciutto, / l’error dilegui ch’oggi il mondo attrista». Avvincente il quadro: uno scoglio presso il fiume. Sopra, la cappella alla Madre di Dio, Maria Santissima. Il Poeta la chiama “Donna”, “gran Donna”, ma non è appellativo profano e convenzionale. È lo stesso nome con cui Gesù chiama sua Madre, dall’alto della croce: «Donna, ecco tuo figlio», affidandole il prediletto, Giovanni, e in lui, la Chiesa e l’umanità intera.
Il nome “Donna” è nella Scrittura e nella Tradizione cattolica. Il Poeta lo fa suo. Lo scoglio spezza l’orgoglio del fiume in piena nella primavera quando si sciolgono le nevi. Il Poeta chiede a Maria Santissima che fortifichi la Fede a modo di uno scoglio che resiste a tutti i venti, a tutte le inondazioni.
Il Poeta sa che al suo tempo – nel secolo XIX – il «grande errore» della negazione di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo, «il mondo attrista» e conduce l’uomo e la società alla disperazione, al nulla. Chissà che cosa scriverebbe Zanella se vivesse oggi! Ebbene, egli chiede alla Madonna che ci rafforzi nella Fede e la renda come rupe che non viene meno mai, pur nelle tempeste – negli tsunami, diremmo oggi – del secolo ateo e pertanto negatore di Dio e distruttore dell’uomo.
Solo Maria Santissima – che, come il Sacramento eucaristico del Figlio suo contiene tutte le Verità della Fede cattolica –, potrà far dileguare l’errore, la menzogna, il peccato, la morte dell’anima. Egli glielo chiede con tenerezza nell’amore a Maria, nella fiducia del suo materno affetto per gli uomini.
«Madre della Verità», potremmo dire, la invoca Giacomo Zanella. Custode della Fede cattolica.
A lui, sacerdote cattolico e testimone della cultura cattolica, in un’Università della laica Italia, era familiare questa certezza in Maria. Il sonetto che abbiamo citato intero va meditato, gustato, vissuto oggi. Ma già in una poesia del 1856, egli aveva scritto: «Maria, dolce vita a chi ti onora / sia pur dall’ire di fortuna oppresso; / dolce morte, se nell’ultima ora / gli siete appresso». Versi che sono una traduzione poetica dell’Ave Maria: «Prega per noi, peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte». Non c’è errore frutto d’orgoglio umano, che tenga di fronte alla morte: nell’ultima ora, occorrerà essere nella Verità, e Maria, soltanto Maria Santissima prepara a quell’ora, in modo che non faccia paura e introduca in Paradiso.
Sulla stessa linea, conosciamo un’ode dello Zanella, dedicata A un’antica immagine della Madonna. Lì, egli contrappone la Fede cattolica professata nella sua genuina e teologica semplicità, come la detta il Credo, «il simbolo (la sintesi) degli Apostoli», alle umane realtà che tentano di appoggiarsi alla scienza, alla potenza, alla politica del secolo.
In fondo, fu questa l’idea che nella vita e negli scritti dello Zanella costituì il centro dominante. L’ode presenta una duplice conclusione: «L’uomo lontano da Dio / dell’universo, il volto / sconsolato abbassò, né più sorrise». C’è solo afflizione senza Dio, sparisce il sorriso nella vita, quando il Sorriso divino è negato. Ed ecco, che così – parole del Poeta – «quello che al mondo avanza / è notte sconsolata, è freddo oblio».
Ma con Maria duce, come scrive san Bernardo, con Maria guida, non è così. Dio non ha voluto la disperazione e la morte. Nel piano di salvezza da parte di Dio, la Madonna appare come punto sicuro di riferimento, al quale dar sfogo nelle angosce che affliggono il cuore degli uomini. Nelle prime due strofe appare la confidenza filiale dei credenti in Lei: «Oh se quel dolce labbro, che d’amore / pur sorridendo parla, si schiudesse; se ciò che ascose in core / per tanto tempo, quella Pia dicesse, // quante tacite pene e quanti voti, / non d’altri al mondo, che da Lei compresi, quanti conflitti ignoti / e martiri segreti sarian palesi!».
Occorre aver dunque confidenza in Lei, la Madre della Verità che è pure la Madre del Bell’Amore, la Madre della Carità. La confidenza in Maria è provata dall’esaudimento delle preghiere a Lei rivolte e da un senso di liberazione, ché la Vergine santa è definita dallo Zanella, con qualche reminiscenza di stile petrarchesco: «O non mai tarda degli afflitti amica». In una parola: “Consolatrice degli afflitti” delle Litanie lauretane.
“Volto del divin Figlio”
Al riguardo, c’è un sonetto bellissimo dello Zanella che mi ha incantato fin dalla mia adolescenza: Il santo Rosario, che si trova nella raccolta intitolata Astichello, il nome del torrente presso cui sorgeva la casa del Poeta. Eccolo, che si apre con la scena dolcissima della nonna che guida il Rosario nella sua famiglia, al termine di una giornata di lavoro: «Ave Maria – la vecchierella intuona / e nelle scarne tremolanti mani va noverando l’un dopo l’altro i grani, / a cui Mistica Rosa il nome dona. // Or per noi – risponde una corona / di figli e nuore. O degli afflitti umani / Consolatrice, a Cui del cor degli arcani / fidenti apriam quando il bisogno sprona, // porgi a semplici preghi orecchio amico, / salute ti domandano e raccolto / grande così che basti anche al mendìco, // di cui ne’ cenci e nel dimesso ciglio / ravvisan qual Tu fosti e nel cui volto / veggono il Volto del divin Tuo Figlio».
Dunque, una famiglia in preghiera, una famiglia che alla sera, al termine del lavoro, prima del riposo notturno, sgrana il Rosario alla Madonna. Una famiglia dei tempi dello Zanella, sì, ma famiglie così ce ne sono anche oggi, infinitamente benedette da Dio per l’intercessione della Madre sua e del Rosario, “catena dolce” che lega a Lei e a Dio, che lega ogni famiglia nell’unità della Fede e della carità reciproca, del perdono, del coraggio, della certezza che non crolla.
Maria, in questo sonetto, che appare come Madre della famiglia, degli sposi e dei figli, della fanciullezza e della vecchiaia. Maria, invocata a realizzare nei suoi figli il distintivo dato da Gesù ai suoi: «Da questo riconoscerà il mondo che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).
La famiglia del “Santo Rosario” nel sonetto dello Zanella non è chiusa in sé né soltanto paga di sé. Alla Madonna chiede abbondanza di raccolto così che basti a saziare anche i poveri, nel cui volto sofferente vede il Volto di Gesù, secondo la sua parola: “Quel che hai fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’hai fatto a me” (Mt 25,40).
Maria Santissima che invita e richiama a guardare e amare il Volto santissimo del Figlio suo in se stesso – perché solo da Lui c’è salvezza – ma anche nel povero e in ogni persona sofferente. Preghiera, Rosario che radica nella familiarità con Dio e nel servizio a chi ha bisogno. Rosario intimo e sociale.
Soltanto nel Cattolicesimo c’è tanta grandezza, tanta sublimità, anche per la sintesi – in Cristo – di valori che sembrano opporsi, ma che i realtà sono l’espressione e la rivelazione dello stesso divino Salvatore.
Proprio questa sublimità – il Cattolicesimo non è roba da nanerottoli – ha conquistato i sapienti e i potenti che siano stati umili da aprirsi a Dio che si rivela.
Lo Zanella compose anche un poemetto, Milton e Galileo ora poco conosciuto. Una scena delicata e quasi patetica. Negli ultimi anni della sua vita Galileo Galilei fu assistito dalla figlia suora che fu l’angelo del conforto per il vecchio e cecuziente scienziato. Il nostro Poeta presenta la scena della preghiera serale di suor Maria Celeste Galilei insieme al padre e all’inglese John Milton (1608-1674) che fu nella villa dello Scienziato ad Arcetri presso Firenze nel 1638. Suor Maria Celeste invita i due uomini di cultura, suo padre e l’altro, alla Salve Regina serale: «“Padre, dicea, se non ti incresce, è l’ora / della preghiera”. Il venerando capo / si scoperse il vegliardo, e, pensando, / altrettanto fè l’anglo. Allora la donna / le man giungendo e le serene luci / devotamente al cielo levando orava: / “O del cielo Regina, e di perdono / e di misericordia immensa fonte, / madre d’amore, aura vital, dolcezza / unica nostra ed unica speranza».
In una parola, è la Salve Regina, con cui suor Maria Celeste fa chiudere la giornata al papà Galileo e persino al protestante Milton, che conclude: «...Fa’ che di questo esilio / uscir possiamo avventurosi; e mostra a noi, tuoi fidi, il benedetto frutto / del seno tuo, Gesù!».
Ecco, il messaggio cristiano e mariano di Giacomo Zanella, poeta dell’ultima classicità virgiliana, messaggio cattolico, di attualità sconcertante: questo importa chiedere e ottenere da Maria Santissima, la saldezza della Fede integra in mezzo alla confusione e agli errori del secolo, la carità come distintivo di appartenere a Gesù, infine, il vedere e il godere per sempre Lui, dopo l’esilio. Per Mariam ad Jesum. Per Maria a Gesù.