Con la scusa de “i tempi sono cambiati”, si vorrebbe introdurre sempre di più, anche nella Chiesa, il “misericordismo” che nulla ha a che fare con la misericordia divina. Questa, infatti, vuole la salvezza eterna del peccatore, se è però pentito dei propri peccati.

Negli ultimi tempi si è parlato molto di misericordia. Se ne è parlato grazie a San Giovanni Paolo II che, nel 1980, scrisse la Lettera Enciclica Dives in Misericordia e che si adoperò sia per la canonizzazione di Santa Maria Faustina Kowalska, sua connazionale, che per la diffusione della devozione alla coroncina della Divina Misericordia dettata da Gesù stesso alla Santa. Si è parlato molto di “misericordia” anche in tempi più vicini a noi riguardo alla Santa Eucaristia, quando si è trattato il tema della famiglia nei due Sinodi del 2014 e 2015. Si è discusso sull’opportunità o meno di far accedere al Sacramento dell’altare coloro che dopo un divorzio si erano uniti civilmente ad altre persone. Si parlò in quegli anni di valutare “caso per caso” questa opportunità, aprendo così uno spiraglio basandosi sul concetto che Dio è misericordioso. Da qui si cominciò a supporre di aprire sempre più porte come quella dell’inter-comunione o delle benedizioni alle coppie omosessuali, sempre in nome della “misericordia di Dio”. C’è però in tutto questo un inganno di interpretazione della Misericordia divina. Dio è misericordioso, è vero, ma è anche giusto; la misericordia non cancella la giustizia, ma ci mostra ancor di più l’amore di Dio per noi. Sì, perché, con la sua Passione e Morte, Gesù, l’uomo-Dio, ha pagato il prezzo della nostra salvezza come fece il buon samaritano che pagò per l’uomo picchiato e derubato dai briganti. I nostri briganti sono i demoni che cercano in tutti i modi di farci cadere in tentazione per allontanarci dalla via giusta e spogliarci della grazia, mentre Gesù è il buon Samaritano che viene in nostro soccorso per lenire le nostre ferite e paga i nostri debiti al locandiere che è Dio Padre.
Ecco quindi che se fossimo ben consapevoli di questo sacrificio di Dio a nostro favore, dovremmo odiare il peccato, fuggirlo, combatterlo, perché è il motivo della sofferenza del nostro Salvatore. Non possiamo considerare superficialmente la misericordia che ci è concessa pretendendo di poter peccare, o peggio, di rimanere nel peccato e accedere ai Sacramenti con la semplice giustificazione che Dio è misericordioso. Se amassimo veramente il Signore e desiderassimo la sua amicizia e volessimo unirci a Lui con la santa Comunione, dovremmo odiare il peccato e accertarci di esserne privi, perché come possiamo ospitarlo nel nostro cuore se questo è macchiato dal male, da ciò che a Lui dispiace?
Il misericordismo dei nostri tempi è una falsità, una bugia che non solo favorisce il sacrilegio, ma pure condanna quelle anime che credono a questa falsità in quanto, mangiando il Corpo e il Sangue di Cristo indegnamente, credendo ai falsi maestri che predicano il misericordismo, mangiano la loro condanna (come ha scritto San Paolo), incuranti di andare all’inferno che è assenza di Dio perché è assenza di misericordia, poiché il tempo del perdono è scaduto.
Bisognerebbe quindi conoscere bene l’economia del Cielo per capire quanto è grave il misericordismo nella Chiesa. Dio non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva, Dio vuole “misericordia e non sacrificio”, ci dicono le letture della Santa Messa nel bel tempo della Quaresima. Perché definiamo la Quaresima un bel tempo? In realtà è considerato un tempo triste fatto di rinunce e di meditazioni sulla Morte di Gesù. Lo definiamo bello perché è il tempo che riconduce la nostra mente all’essenziale, a ciò che veramente conta, a riscoprire i buoni e veri sentimenti. È il tempo in cui meditiamo l’amore di Dio per noi: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). È il tempo in cui meditiamo di avere una Madre talmente amorosa che, trafitta nell’anima, rimane sotto la Croce del Figlio in silenzio, ritta nel suo dolore, ben sapendo che quel sacrificio è necessario per la sua e per la nostra salvezza. È questo che a Dio interessa di più: la salvezza delle anime. È per questo che Gesù è nato, è vissuto, è morto e risorto, per salvare le anime dalla morte eterna e dal giogo del peccato. Invece oggi molti cristiani preferiscono “il piatto di lenticchie di Esaù” all’eredità eterna; cioè cedono ai compromessi pur di avere il paradiso in terra, seguendo le “scorciatoie” che eludono i dieci Comandamenti: sono affamati di mondo e non cercano il cibo di Gesù che è quello di fare la volontà del Padre.
Se amiamo Dio, se vogliamo essere suoi figli, se vogliamo seguire i suoi insegnamenti ed essere cristiani, come possiamo approfittare della sua bontà “infischiandocene” di compiere peccati e oltretutto pretendendo che la Chiesa li giustifichi, dandoci, come se fossero un diritto, Sacramenti e benedizioni? Perché diciamo “i tempi sono cambiati” e pretendiamo che la Chiesa si “adegui ai tempi”, invece di impegnarci ad essere sale e luce della terra? Pretendiamo come laici che la Chiesa cambi i dieci Comandamenti e ci conceda di commettere quei peccati che non sono stati concessi a nessun cristiano in duemila anni di storia con questa scusa che “i tempi sono cambiati”, dicendo che c’è l’evoluzionismo (una semplice teoria non comprovata come sosteneva il professor Zichichi e con lui molti altri scienziati) e che oggi sono regole impossibili da seguire. Eppure, prima di noi, molti cristiani sono morti pur di rimanere fedeli a quelle regole, accettavano di essere sbranati dai leoni, di bruciare vivi, di essere scuoiati vivi per non rinnegare il Cristo. E noi? Noi lo rinneghiamo per un nonnulla, pretendendo che sia Lui a cambiare le regole per non cambiare noi il nostro stile di vita. Ciò che era peccato ieri è peccato anche oggi, non c’è misericordismo che tenga. Il misericordismo è ipocrisia e più del peccatore è l’ipocrita a disgustare il Signore, come quando nell’Apocalisse Egli dice agli ipocriti: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo!» (Ap 3,15).
È la mancanza di timor di Dio che porta oggi le persone a credere nel misericordismo; le persone non temono di offendere Dio e pretendono di poter peccare senza che ci siano delle conseguenze, alcuni dicono: «Beh, io pecco, tanto poi mi confesso!». Ma così facendo è come se si approfittasse di Dio, perché, ogni volta che poi ci si confessa, è Lui a versare il suo Sangue perché noi possiamo essere perdonati. Perciò che amore è questo? È disinteresse, non è affatto amore, perché un conto è la debolezza che ci fa cadere, un conto è voler cadere per poi approfittare della divina misericordia. Peggio ancora è usare la misericordia per cancellare il peccato, cioè rimanere nel peccato e pretendere di ricevere i Sacramenti perché Dio è misericordioso. Non funziona così la misericordia di Dio, nel confessionale non si va per “cambiare vestito” a proprio piacimento, si va per decidersi a cambiare vita.
Lo spiega bene il Signore nell’Antico Testamento quando dice al suo popolo: «Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità. Ma se il malvagio si ritrae da tutti i peccati che ha commessi e osserva tutti i miei decreti e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. Nessuna delle colpe commesse sarà ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticata. Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice il Signore Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva? Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette l’iniquità e agisce secondo tutti gli abomini che l’empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà. Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?» (Ez 18, 20-25).