Le cinque piaghe gloriose di Gesù risplendono di fronte agli occhi attoniti degli Apostoli nel Cenacolo e duemila anni dopo nelle apparizioni a Santa Faustina. Esse sono i trofei della sua vittoria e una testimonianza palpabile del suo amore.

La sera di quella Domenica di Pasqua gli Apostoli si erano rinchiusi nel Cenacolo a porte sprangate, terrorizzati all’idea che dal sinedrio giungesse qualche rappresaglia per arrestarli con la falsa accusa di aver rubato il corpo di Nostro Signore. In questo clima di agitazione e dubbio, appare il Cristo Risorto in mezzo a loro, nonostante le porte fossero sigillate molto bene. La luce diradava le fitte tenebre. Gesù rimproverò dolcemente la loro incredulità davanti all’evidenza (cf Lc 24,38) e, per far sparire ogni dubbio dal loro cuore, mostrò loro le mani e i piedi che erano stati trafitti dai chiodi sulla Croce. Mostrò loro il costato aperto dalla lancia e li invitò così: «Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Lc 24,39). Con le apparizioni di Gesù Misericordioso a Santa Maria Faustina Kowalska, ci sembra molto immediato immaginarci questa scena, così reale e sbalorditiva.
Il Risorto, infatti, è il Crocifisso che ha vinto il peccato e la morte: le sue piaghe ne danno testimonianza palpabile. Gesù avrebbe potuto anche scegliere di apparire nella sua gloria di vittoria senza i segni della Passione, ma non ha voluto. Anzi, sono proprio quelle piaghe gloriose che lo distinguono da tutti gli uomini di tutti i tempi; sono quelle piaghe gloriose che, come trofei, rappresentano la ragione della nostra speranza nella vita futura, e ci spiegano il valore della sofferenza; sono le cinque piaghe gloriose che ci ricordano come l’ignominia da Lui voluta sia stata il mezzo per riconoscerlo come unico Salvatore del mondo.
In questa senso dobbiamo ringraziare il dubbioso apostolo Tommaso, perché anche lui, nella sua incredulità del momento, ha preteso, come testimonianza, di verificare fino in fondo le piaghe di Nostro Signore. Anche San Tommaso, da quel momento, poteva dire con tutto il cuore: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita [...] noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1-3).
Gesù Misericordioso appare esattamente come duemila anni fa si è mostrato nell’oscurità della sala “dalle porte chiuse”; ci mostra le sue piaghe gloriose e soprattutto il costato aperto da cui la Chiesa attinge ogni grazia. Le apparizioni di Gesù Misericordioso acquistano quindi un’importanza cruciale per i nostri tempi scristianizzati: ripropongono un risveglio vivo della nostra languida fede, nel contemplare la vittoria sulla morte e sul peccato, laddove oggi domina la “cultura della morte” e il terrore della sofferenza. Il cristiano ha, invece, il dovere, di testimoniare come la sofferenza sia il mezzo scelto da Gesù per salvarci e per renderci partecipi alla sua stessa Risurrezione.
Gesù Risorto, pertanto, appare anche a noi, come a San Tommaso e agli altri Apostoli. Egli ci mostra le sue piaghe, provocate dai nostri peccati personali; ci apre il suo costato per immergerci nella sua grazia sacramentale, e come possiamo noi rimanere indifferenti? Guardiamo dunque ai segni della vittoria, guardiamo alle cinque piaghe gloriose di Gesù Risorto, e con San Bernardo avviciniamoci ai “trofei della grazia”, dicendo: «O mio caro Gesù, Tu sei la pietra percossa nella tua Passione, da dove scaturiscono le acque di dolcissime consolazioni. Care mani piagate del mio Signore, benedetti piedi trafitti, sacrosanto costato aperto del mio Salvatore, fontane copiosissime di miele di veri diletti e conforti, dalle quali mi disseto, succhio il nettare del paradiso, sperimento quanto soave è il mio Dio!».