Nel capitolo 53 del libro di Isaia si trova una descrizione dettagliata della Passione, fatta otto secoli prima. Don Dolindo ci aiuta a penetrarne il mistero.

Il Profeta [Isaia], nel capitolo precedente, accennò in termini oscuri alla Passione del Redentore, quasi avesse avuto ritegno di parlare chiaramente di un mistero altissimo, opposto ad ogni umana veduta, che sarebbe stato incredibile a tanti, incapaci di penetrare la profondità delle divine rivelazioni. Egli, infatti, prima di continuare la grande profezia dell’immolazione del Messia, premette in questo capitolo una considerazione sull’incredulità che in Lui avrebbero avuta gli uomini suoi contemporanei, non tenendo conto alcuno delle profezie fatte intorno alla sua vita, e rifiutando la grande rivelazione. Chi ha creduto a quello che ha udito da noi – esclama – e il braccio del Signore a chi è stato rivelato? [...].
Essi aspettavano una venuta clamorosa del Messia. E invece il Redentore nascerà in silenzio come un virgulto che spunta nella notte senza apparato; e verrà alla luce come una radice da arida terra, cioè da una terra che non potrebbe germinare, perché nascerà da una vergine, che per il suo stato verginale avrebbe dovuto essere infeconda. Il Testo latino dice: Sicut radix de terra sitienti, cioè, letteralmente: Come una radice da una terra che ha sete: espressione mirabile per indicare la verginità di Maria Santissima che non era infecondità o sterilità, ma era una gran sete d’amore divino [...].
Senza bellezza né splendore
Nascerà il Redentore senza bellezza né splendore, cioè senza nessuna di quelle apparenze smaglianti che avrebbero potuto attrargli l’entusiasmo di un popolo abituato ormai agli splendori della potenza romana.
Egli nascerà senza le apparenze di forza che rendono desiderabile un re; nascerà piccolo, bambino, nascosto in una stalla, di notte; e poi sarà disprezzato nella persecuzione di Erode, ultimo degli uomini nel superbo Egitto dove fuggirà, uomo di dolori nella sua terra, disprezzato, ultimo di tutti, che conoscerà ogni sofferenza, da quella del lavoro e delle privazioni a quella della Croce. Il suo volto sarà quasi coperto dall’umiltà prima, e dopo dagli obbrobri e dal sangue che lo renderanno spregevole ed irriconoscibile.
Tutto piaghe
Il Profeta dà subito la ragione di questo annientamento che lo ridurrà come un lebbroso, tutto piaghe; e come un percosso da Dio, tutto umiliato; Egli prenderà su di Sé le nostre infermità, rendendosi passibile nella carne mortale, e si caricherà dei nostri dolori per confortarli e trasformarli in Lui, in occasione di merito. Anzi, di più. Egli sarà piagato per le nostre iniquità e sarà maltrattato per le nostre scelleratezze, perché vittima di riconciliazione, che con le sue piaghe ci risanerà.
Egli sarà il pastore che verrà a ricercare le pecore smarrite, gli uomini sviati dal peccato e camminanti per la propria strada, nel rovinoso sentiero delle passioni; e Dio porrà su di Lui le iniquità di tutti. Il Profeta parla in passato come di cosa già avvenuta, perché vede in Dio il grande avvenimento, e in Dio lo vede come realizzato, vi assiste come testimone, ne parla come storico.
Vittima per i peccati degli uomini
Dio vuole il suo Figlio vittima per i peccati degli uomini. Ma il Figlio stesso si sacrificherà perché lo vorrà e con tale unione alla Volontà del Padre da non aprire la bocca per lamentarsi, e da farsi condurre all’immolazione come pecorella al macello; rimarrà muto anche con chi lo maltratterà, come agnello innanzi a chi lo tosa; e non aprirà la sua bocca. Eppure Egli sarà sopraffatto, e sarà tolto di mezzo perché oppresso dalla violenza e da ingiusto giudizio con tale iniquità di vessazioni, che è impossibile narrare la sua generazione, cioè farsi un’idea della crudeltà della generazione a Lui contemporanea che lo tormenterà [...].
Il Profeta lo vede in Croce insieme ai due ladroni, e vede che già si apprestano a gettarlo nella fossa comune dei malfattori. Ma vede anche che un ricco, Giuseppe d’Arimatea, penserà a seppellirlo decorosamente, perché se Egli è morto per i peccati di tutti, non ha commesso iniquità né vi fu mai inganno nella sua bocca; e quindi Dio non permetterà che sia sepolto con i malfattori. Egli infatti sarà sacrificato, perché si offrirà alla divina Volontà come vittima del peccato in un vero sacrificio espiatorio e soddisfattorio.
L’espressione del Sacro Testo è mirabile sintesi di tutto il mistero del Calvario: Piacque al Signore di percuoterlo con i patimenti; ecco l’arcana divina Volontà alla quale il Redentore si sottomise nell’obbedienza più perfetta, dando la sua vita per il peccato, ossia dandola in sacrificio espiatorio e soddisfattorio [...].
Il Redentore si caricherà dei peccati di tutti, e quindi Egli stesso si offrirà come Vittima nel grandioso sacrificio espiatorio della Croce. Questo sacrificio non sarà sterile né Egli sarà come un agnello, il quale, immolato moriva per sempre. Egli vivrà, invece, risusciterà, diverrà capo del popolo novello, vedrà come frutto dell’opera sua redentrice una discendenza di lunga durata, perenne fino alla consumazione dei secoli, che compirà per mezzo di Lui la Volontà di Dio, servendolo fedelmente, e formando con Lui una cosa sola, come suo Corpo mistico.
Il Redentore, perché avrà sofferto, vedrà il frutto dei suoi dolori, e sarà saziato di trionfi e di anime, perché la sua dottrina si dilaterà per tutta la terra, Egli sarà la giustificazione di molti, cioè di quelli che vorranno seguirlo e incorporarsi a Lui; e porterà sopra di Sé le loro iniquità, perché sarà vittima perennemente immolata per i peccati di tutti.
La Chiesa, moltitudine grande, sarà la sua porzione; ed Egli dividerà le spoglie dei forti, cioè conquisterà quelle genti che erano già preda di satana, le conquisterà per la sua morte; ed essendo stato Egli annoverato con gli scellerati, toglierà loro l’obbrobrio della condanna; li incorporerà a Sé, perché, avendo portato su di Sé i loro peccati, li purificherà, e, avendo interceduto per i trasgressori, sarà il mediatore di misericordia e di perdono per tutti.