SPIRITUALITÀ
Auschwitz-Paradiso. Il trionfo di San Massimiliano M. Kolbe
dal Numero 31 del 7 agosto 2016
di Cristiana Di Stefano

Cade il prossimo 14 agosto la ricorrenza dei 75 anni dall’eroica morte di San Massimiliano M. Kolbe. Un’occasione per riflettere sulla grandezza della sua figura morale e spirituale.

Successe 75 anni fa, nel luogo che forse può dirsi il più tetro e oscuro del pianeta in quel XX secolo, il famigerato campo nazista di Auschwitz, tra migliaia e migliaia di persone in lotta per la propria sopravvivenza, in bilico tra l’odio e la disperazione per una sorte tanto dolorosa quanto incomprensibile. Tra tutti, che si sappia, un solo uomo, in mezzo a tale dramma, ha volato ben al di sopra del proprio pur comprensibile e legittimo interesse personale, offrendosi alla morte spontaneamente per salvare la vita a un altro prigioniero.
Quando si scopre che quest’uomo era un sacerdote cattolico, vien da pensare: “Ecco il perché!”. Eppure qualcosa ancora sfugge. Se è vero infatti che i cristiani amano o debbono amare il prossimo come se stessi, e più di se stessi, “come Gesù ci ha amati”, è pur vero che di cristiani ce ne erano altri nel lager, ed anche sacerdoti, ma quanti di questi sono arrivati a tale eroismo?
Quel che in questi casi fa la differenza è la realtà invisibile, ma tangibile proprio in azioni come queste, della santità. Per il nostro Santo martire infatti non esisteva nessun posto in cui non si potesse realizzare la Volontà di Dio, la propria vocazione e missione di conquista delle anime a Cristo attraverso l’Immacolata. Durante la sua prima prigionia (settembre-dicembre 1939) nel campo di Amlitz sosteneva i confratelli abbattuti spiegando loro che in ogni posto e condizione dovevano saper essere grati a Dio, utilizzando ogni possibilità per poter evangelizzare. Ora quella prigione era la sua Niepokalanów (Città dell’Immacolata), ossia la sua missione, che non sarebbe mai cambiata, pur nel tragico mutare delle circostanze.

La luce di un insolito martirio

In quel “Golgota del mondo contemporaneo”, come lo ha chiamato San Giovanni Paolo II, vi è stato così chi ha vissuto eroicamente le parole immortali di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), riportando su tutti una straordinaria vittoria spirituale: la vittoria dell’amore sull’odio, del perdono sul risentimento, dell’Immacolata sul serpente.
L’episodio è noto. Il campo nazista era diviso in blocchi, quello del Padre Massimiliano era il numero 14. Verso il 25 luglio 1941 fuggì da esso un detenuto polacco, senza far ritorno. A scopo intimidatorio i tedeschi avevano minacciato la morte per fame nel “bunker della morte” di 10 compagni per ogni fuggitivo. Ecco dunque che vennero scelte le vittime e Padre Massimiliano non era tra esse, ma rimase colpito dal lamento di uno dei condannati, il sergente polacco Francesco Gajowniczek, padre di famiglia, a lui sconosciuto fino a quel momento. Fu allora che successe l’impensabile, Padre Kolbe uscì dalle file ordinate e si presentò al comandante per offrirsi al posto di quella vittima: «Voglio andare io alla morte al posto di quel padre di famiglia!».
Il dialogo avrebbe dovuto finire sul nascere, i comandanti non erano soliti ascoltare le richieste dei detenuti, le vittime avrebbero potuto diventare undici con un istantaneo colpo di mitraglia che, in genere, riportava subito l’ordine là dove qualcosa era intervenuto a disturbarlo. Ma il comandante Fritsh, dopo l’iniziale sbigottimento, volle aprire con lui un dialogo rapido a tensione altissima e chiese: «E perché?». «Perché io sono anziano e debole; lui invece ha moglie e figli». «Chi sei tu?». «Sono un sacerdote cattolico», rispose sereno Padre Massimiliano. Fu precisamente questa risposta che provocò il grido del Lagerfuhrer: «Accetto!», per disporre lo strano e altrimenti inspiegabile scambio.
Padre Massimiliano, integrato al gruppo dei condannati a morte, si incamminò con gli altri nove al bunker. In qualità di sacerdote cattolico – come ha scritto con finezza W. Winowska – Padre Kolbe andava «a dire la sua ultima Messa» (1). Unito a Cristo, e vero alter Christus, sacerdote e vittima del suo sacrificio, andò non solo a morire con essi, ma ad aiutarli a morire, per essere ancora una volta, tra le mani dell’Immacolata, strumento di salvezza.
Di più, era personalmente convinto che tutta l’opera intrapresa al servizio dell’Immacolata necessitasse del sigillo della vita, della “prova di sangue”. Un confratello che ne aveva raccolto una confidenza dichiarò: «Aspettava per sé la prova di sangue, aggiungendo che questa era necessaria» (2).
«La vita dell’uomo – aveva detto il Santo il 26 agosto 1939 – comporta tre tappe: la preparazione al lavoro, il lavoro, il dolore. Più velocemente un’anima raggiunge la santità, e più presto arriva la terza tappa: il dolore voluto dall’amore» (3).

Il dolore voluto dall’amore

In tale eroica vicenda riecheggiano le parole di Gesù: “nessuno ha il potere di togliermi la vita, sono io che la offro da me stesso...” (cf. Gv 10,18). La vita del Padre Kolbe in effetti era stata altre volte insidiata. Anzitutto dalla malattia che, a causa della sua debolissima costituzione fisica, più volte lo aveva ridotto in fin di vita, e varie volte i medici lo avevano dato per spacciato. Si sa che dal 1921 non contava più che su un quarto di polmone, andava avanti tra continue emottisi, sofferente di forti emicranie e ammalato di cuore, afflitto da vomiti e disturbi di stomaco. Quella di essere colpito, rialzarsi e “risorgere” era diventata per Padre Kolbe cosa tanto frequente che in Giappone era sorto attorno a lui il “mito dell’immortalità”. Ma il segreto della sua resistenza, come egli stesso svelò facendo penzolare dalle mani la sua Corona sotto lo sguardo di un medico stupefatto, era il santo Rosario, la propria totale donazione all’Immacolata lo reggeva in piedi.
Si pensi poi alla prima prigionia al campo di concentramento di Amlitz, dal quale fu liberato proprio il giorno 8 dicembre, quasi che la sua Regina volesse dimostrare che gli uomini non avevano potere sul suo cavaliere, ma solo Lei lo governava nella Volontà di Dio e che, infine, solo la Carità avrebbe potuto recidere una vita così preziosa: proprio come Gesù, che pur da tempo inseguito dalle cospirazioni dei suoi avversari, solo quando fu giunta la “sua ora” si consegnò liberamente ai suoi nemici, per amare i Suoi sino alla fine.
Alla chiusura delle porte di ferro del bunker della fame le SS avevano sghignazzato: «Vi seccherete come tulipani!». La loro sarebbe stata una morte lenta, ma vi andavano incontro con una introvabile serenità, assistiti da San Massimiliano che li esortava a pregare e cantare. L’orribile bunker pareva diventato una «cappella ardente», raccontano gli assistenti tedeschi presenti alle ispezioni, e il Santo, sempre sereno e presente a se stesso, poté assistere tutti i suoi compagni nel trapasso verso l’eternità.
Era l’unico superstite quando si volle liberare la stanza, e gli si fece un’iniezione di acido fenico. Padre Kolbe – testimonia il dott. Zabicki – «sorrise al carnefice che gli praticò la mortale iniezione e spirò serenamente, pronunziando dolcemente: Ave Maria». Un teste oculare, il signor Borgowiec, polacco addetto come segretario interprete del campo, ha potuto riferire: «Quando aprii la porta di ferro – dopo l’iniezione operata al braccio – Padre Massimiliano non viveva più, ma si presentava come se fosse vivo. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi aperti, largamente concentrati in un punto, tutta la figura come in estasi. Questo spettacolo non lo dimenticherò mai». Era la vigilia dell’Assunta, 14 agosto 1941. Il giorno seguente, festa dell’Assunzione, la salma di San Massimiliano, chiusa in una cassa, fu portata al forno crematorio e bruciata.

Per la massima gloria di Dio

Mentre i grandi uomini del XIX secolo hanno rincorso il vano fantasma del superuomo, di Nietzschiana memoria, dell’essere o per lo meno dell’apparire ad ogni costo, la cui nota dominante era l’esasperato culto dell’Io, il nostro Eroe ha rincorso febbrilmente l’ideale opposto, quello di “scomparire”, cambiare il  proprio “io” con quello dell’unico essere veramente degno del suo Creatore, l’Immacolata, per rendere il massimo culto a Dio solo. Fino a che punto ciò si sia realizzato in lui, ben s’intende da questa fine.
Ora di lui non rimane nemmeno la tomba, un luogo ove dire: qui giacciono i resti mortali di Padre Massimiliano Kolbe. L’annullamento appare completo. Le ceneri del suo corpo furono sparse al vento, ma su di esse brillano le parole profetiche del Santo: «Io sognavo di deporre le mie ossa a fondamento della Niepokalanów giapponese. L’Immacolata ha voluto diversamente, ma chissà dove vorrà che io le deponga un giorno? [...]. Che indicibile felicità! Che grande grazia è quella di poter suggellare con la vita il proprio ideale!».
Più ancora brilla la luce del suo ideale: «Nel grembo di Maria l’anima deve rinascere secondo la forma di Gesù Cristo. Ella deve nutrire l’anima con il latte della sua grazia, formarla delicatamente ed educarla così come nutrì, formò ed educò Gesù. Dal suo cuore deve attingere l’amore verso di Lui, anzi amarlo con il cuore di Lei e diventare simile a Lui per mezzo dell’amore» (4).
La morte di San Massimiliano non è stata un’imprevista e brusca interruzione di una grande missione, ma il pieno raggiungimento dell’obiettivo. Che cosa avrebbe fatto l’Immacolata, la Madre universale, se in persona fosse stata presente al tragico appello della decimazione in quel campo? Certamente nel suo amore materno verso l’infelice figlio si sarebbe Ella stessa sostituita a lui nel bunker della morte. è ciò che in vece dell’Immacolata ha compiuto San Massimiliano!
La realizzazione del suo ideale di consacrazione illimitata all’Immacolata coincide pienamente con il precetto nuovo di Gesù: «Come io vi ho amato, così amatevi anche voi» (Gv 13,34). E Gesù ci ha amati illimitatamente, ossia «sino alla fine» (Gv 13,1), perché «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
Guardando il martirio del Santo polacco nello specchio trascendente di questi passi evangelici, impressiona la corrispondenza tra il modello, Gesù, e il discepolo. Ma come vi è arrivato? Ciò dovrebbe far riflettere sulla preziosità della via mariana, che ha il suo punto di partenza nell’esempio stesso di Cristo, il suo sviluppo nei due millenni di storia cristiana, ma che ha avuto con il Santo martire polacco una forte accelerazione.
L’elevarsi delle sue ceneri nel vento, suggerisce il volo, ben più alto ed etereo, della sua anima santa nella gloria dei Cieli, che, avvenuto nella vigilia dell’Assunzione di Maria, sembra dire a gran voce che una vita vissuta per Lei e in Lei, non può che celebrare con Lei uno stesso Trionfo in Paradiso.  

Note
1) Storia di due corone, Roma 1952, p. 247.
2) A. Ricciardi, L’eroe di Oswiecim, P. Massimiliano Kolbe, Roma 1947, p. 144.
3) Ivi, p. 160.
4) Scritti di Massimiliano Kolbe [sigla: SK], ENMI, n. 1295.

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