SPIRITUALITÀ
Una “santa pro-life”: la beata Margherita di Città di Castello
dal Numero 18 del 9 maggio 2021
di Aurora De Vittoria

Ogni santo riflette e ricorda con la sua esistenza quella verità cristiana che esalta come preziosa al cospetto di Dio ogni vita perché finalizzata a conoscerlo, amarlo e servirlo su questa terra per goderlo eternamente in Paradiso. Alcuni hanno però il potere di incidere più profondamente in noi questa verità. La beata Margherita è certamente tra questi.

Era l’anno 1287. Nel castello della Metola (sul Metauro), il castellano Parisio e la moglie Emilia attendevano con gioia un figlio. Parisio era fuori di sé per l’arrivo del primogenito, che avrebbe perpetuato il suo nome. La notizia correva per tutta la città ed entusiasmava persino i suoi abitanti. Il giorno della nascita era ormai molto vicino e non si parlava che di grandi festeggiamenti. Probabilmente era un figlio da lungo tempo desiderato.

Ma il giorno in cui nacque quella creatura, le campane non suonarono come era usanza. Non seguì alcun banchetto, nessun segno di festeggiamento. Un manto di vergogna si stese su tutto il castello e si tentò di velare quell’evento con un profondo, assordante silenzio. Era nata una femmina e, per di più, orribilmente deforme.


La santità di una vita non dipende da alcuna circostanza esteriore

Pieni di malcelato orgoglio ed egoismo, Parisio ed Emilia non potevano sottostare ad una simile umiliazione. Decisero di tenere quella storia nel più grande segreto, rinchiudendo la bambina in una cella remota del castello perché non fosse veduta da alcuno, affidandola alle cure spirituali del cappellano.

La piccola era stata chiamata Margherita. Interessante contrasto: un nome che significa “perla” dato ad una creatura che sembrava un piccolo mostriciattolo. Ma la bellezza della sua anima doveva rifulgere presto, non agli occhi dei genitori, ma allo sguardo di Dio e di molti altri.

Qualcuno che aveva conosciuto il fatto c’era: tra questi il cavalier Leonardo di Pineto, vice comandante del Castello, e sua moglie Gemma. Questi avevano preso a cuore la situazione di quella fanciullina, ormai cresciuta, e temevano per il suo equilibrio mentale, che doveva esser rimasto alquanto scosso dalla insensibile crudeltà dei suoi genitori i quali non riuscivano a nascondere il disprezzo e lo sdegno che provavano per quella che consideravano la loro più grande sciagura. Invece, dietro l’aspetto esteriore poco piacevole di Margherita e nonostante le circostanze infelici in cui viveva, si celava un’intelligenza acuta, una mente sana e serena, un cuore tanto buono e misericordioso.

Si recarono un giorno dal cappellano il buon cavaliere e la sua sposa. Lo resero partecipe delle loro preoccupazioni. Per nulla turbato, il sacerdote li rassicurò; ricordò loro che il nostro scopo sulla terra è quello di conoscere, amare e servire Dio e che per questo non è necessario esser dotati di vista né di bellezza, neanche di sanità... e nemmeno dell’amore dei propri cari, per quanto si tratti di cose pur desiderabili. Disse loro che Margherita aveva ben compreso tutto questo e soggiunse: «Sa inoltre che uno dei mezzi più efficaci per approfondire, rinforzare, purificare l’amore è la sofferenza. Il nostro Salvatore ci ha insegnato che la via regale che conduce al perfetto amore è la croce. Tutti hanno osservato come Margherita sia stata sempre allegra e contenta, la ragione è che lei ritiene i suoi difetti e le sue deformità semplicemente come mezzi con i quali può più sicuramente avvicinarsi a Dio». Rivelò loro un altro fatto. Il giorno in cui Parisio l’aveva imprigionata in quella cella remota, il cappellano la trovò a singhiozzare nella sua celletta, sembrava irrimediabilmente afflitta. Conoscendo la rara virtù della fanciulla, egli dubitava che la ragione fosse dovuta a ciò, per quanto fosse doloroso un simile gesto da parte di un padre e di una madre. Volle allora chiedergliene il motivo, e Margherita rispose: «Padre, quando mi portarono qui stamattina, io non avevo capito, certo a causa dei miei peccati, perché il Signore permetteva che mi accadessero queste cose. Ma ora Egli mi ha fatto ben comprendere tutto. Gesù fu respinto anche dal suo popolo e Dio permette che io sia trattata allo stesso modo per potere seguire più da vicino Nostro Signore. O Padre, io non sono abbastanza buona per essere così vicina a Dio...». E nel dir questo, ella fu talmente rapita dal pensiero dell’amore di Dio per lei, che non poté continuare...


Una perla nascosta in un rude guscio

Margherita si dimostrava, in questo modo, un’anima veramente speciale a chi le stava accanto. Per i genitori, invece, era un peso sempre più insostenibile. Pensarono di fare un ultimo tentativo: portarla a Città di Castello, in una chiesa in cui erano custodite le spoglie del beato Giacomo, terziario francescano, presso il quale si registravano numerosi miracoli. Il viaggio fu presto deciso. Ma vi si recarono con lo spirito sbagliato, ossia con la presunzione che Dio, quel Dio che era stato con loro “troppo crudele” nel permettere un simile disonore, dovesse ora assolutamente compiere quel miracolo: come, faceva tante grazie a gente povera e misera, e non l’avrebbe fatta a nobili di quel rango?

Quel Dio che “disperde i superbi nei pensieri del loro cuore e dà la grazia agli umili” (cf. Lc 1,51-52) non operò alcun miracolo. Dovettero rassegnarsi all’idea dopo lunghe ore trascorse in quel santuario, dove costrinsero Margherita a pregare tutto il tempo vicino alla tomba. Le ore trascorrevano e sempre più l’amarezza colmava quei due cuori feriti e orgogliosi. Che fare? Avvisarono la figlia che si sarebbero allontanati per qualche minuto, decisero invece di fuggire, abbandonando Margherita, che era oltretutto anche cieca, per sempre in quel luogo.

Dopo molte ore la dolce Margherita, che aveva ormai 20 anni, era stanca, affamata. Solo a fine serata, quando le ingiunsero di uscire fuori a motivo della chiusura del santuario, si rese conto che i genitori non sarebbero più tornati.

Trascorse tutta la notte davanti al portone del santuario, finché dei poveri mendicanti non la presero con sé. Iniziò a peregrinare, cieca, ma sostenuta da una grazia straordinaria. Tanta povera gente la accoglieva in casa per qualche periodo e presto cominciarono a fare a gara per tenere con sé quella creatura che, al di là delle apparenze, si rivelava un tesoro di virtù e la cui presenza donava pace, serenità, grazia, beneficando tanti poveri, conducendo a Dio anche i cuori lontani. Fece diverse esperienze, entrò persino in un convento, per uscirne presto, a malincuore, perché la regola non era osservata come avrebbe dovuto.

Finalmente comprese che Dio la voleva terziaria domenicana e, accolta in quella grande famiglia religiosa, completò la santificazione della sua anima, immensamente lieta della sua consacrazione a Dio.

Alla fine della sua vita, tutti la acclamavano santa e volevano che le sue spoglie riposassero in chiesa invece che in un cimitero. Il Priore dei domenicani, però, era dubbioso: compiere un tale gesto non sarebbe parso, forse, un po’ azzardato? Finché, nel bel mezzo della disputa su dove collocare quel corpo, si avvicinò una bambina storpia, lì condotta dai suoi genitori, che pregavano accoratamente affinché Margherita, sicuri che fosse una beata del Cielo, operasse il miracolo. Racconta il biografo: «Ad un tratto, un profondo silenzio si fece tra la folla. Tutti guardavano stupefatti, come chi non crede ai propri occhi. La mano sinistra di Margherita si alzava, si stendeva e toccava la piccola storpia vicina a lei. Dopo un momento la bimba, che non aveva mai camminato, si alzò in piedi, senza l’aiuto di nessuno, rimase come trasognata, come se volesse raccapezzarsi, quindi gettò un grido che echeggiò per tutta la chiesa: “Sono guarita! Sono guarita! Sono stata guarita dalle preghiere di Margherita!”». Era ormai deciso: le spoglie di Margherita, di quella splendida perla di grazia, sarebbero rimaste in chiesa.


E se non fosse mai nata?

Se Margherita fosse dei nostri tempi, forse non avrebbe mai visto la luce. Sì, perché genitori così sconsiderati, scoprendo in anticipo le imperfezioni di quel corpo, l’avrebbero probabilmente sepolta per sempre nel grembo materno.

Cosa sarebbe accaduto se i suoi genitori l’avessero abortita? Sicuramente la memoria dei loro stessi nomi sarebbe oggi da secoli dimenticata. Ma soprattutto, avremmo una santa in meno nella Chiesa e in Paradiso, e molte anime in più all’Inferno eterno. C’è da credere, infatti, che la beata Margherita, con la sua santità, con l’offerta delle sue preghiere, delle sue umiliazioni e dei suoi sacrifici, abbia ottenuto dalla divina Misericordia non solo la felicità eterna di quei genitori ingrati ma anche la salvezza di molti altri. Come è vero che i santi non entrano soli in Paradiso, ma conducono molte anime con sé in quel luogo di beatitudine eterna, dove non vi saranno più deformità né imperfezioni.

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