SPIRITUALITÀ
Un domenicano a Dachau: beato Giuseppe Girotti
dal Numero 13 del 27 marzo 2022
di Paolo Risso

Sacerdote a 25 anni, padre Giuseppe è vivace di carattere e brillante d’intelletto. Dopo gli studi biblici a Gerusalemme, insegna Sacra Scrittura a Torino. Il suo ministero non si esaurisce sulla “cattedra”: con la piega che prendono gli eventi della Seconda Guerra mondiale, si adopera in ogni modo per aiutare gli ebrei e ciò gli costa la deportazione. La sua carità ha sempre brillato, fino all’ultimo giorno del suo calvario.

Giocava con i compagni sulla piazza, ragazzo generoso e felice. Di tanto in tanto, alzava lo sguardo e i suoi occhi si posavano sul campanile del duomo, sormontato dalla croce. Di là, una Presenza, dolce e forte insieme, lo attraeva: Gesù. Per questo, ogni mattina andava a incontrare il suo Signore nella Messa. Era diventato il punto di riferimento dei compagni nel gioco e nel servizio all’altare.

Un giorno ascoltò un bianco predicatore dell’Ordine di san Domenico che annunciava Gesù nel duomo della sua città... scocca la scintilla: «Sarò sacerdote e domenicano. Io vengo subito, mi lasci andare a dirlo alla mamma!». Il ragazzo partì, iniziò gli studi nel convento di Chieri (TO), vestì il bianco abito e il 3 agosto 1930 diventò sacerdote. Era assetato della Parola di Dio e amava i fratelli.

Mandato a studiare all’École Biblique di Gerusalemme, sotto la guida di padre Joseph-Marie Lagrange (1855-1938), si preparò a lungo per conseguire la laurea in Sacra Scrittura. Biblista appassionato, insegnò la Parola che salva nello Studio domenicano di Santa Maria delle Rose a Torino, poi nel Seminario dei Missionari della Consolata, nella stessa città.

Fu esegeta e scrittore, fratello dei poveri più soli, uomo di Dio, innamorato di Cristo. Nel 1938 pubblicò il Commento ai Libri sapienziali, e nel 1942 il Commento al profeta Isaia; questi libri (1), per l’altissimo valore, diventarono testi di studio nei seminari. Anche mons. Giuseppe Siri (1906-1989), futuro cardinale arcivescovo di Genova, li apprezzava e li citava.

Nell’ora del pericolo, durante la Seconda Guerra mondiale, dimentico di se stesso, si prese cura degli ebrei perseguitati e di ogni fratello in difficoltà. Arrestato dai tedeschi il 29 agosto 1944, si immolò, vittima della carità sul Calvario di Dachau, come Gesù sulla croce.

Questa la breve avventura terrena (di neppure 40 anni) di padre Giuseppe Girotti, nato ad Alba (CN) il 19 luglio 1905, spirato nel campo di sterminio, forse ucciso da una letale iniezione di benzina, il 1° aprile 1945, solennità di Pasqua. Modello di studio e di carità, così luminoso da essere simile al divino Maestro Crocifisso, fino a essere elevato alla gloria degli altari con la beatificazione in Alba il 26 aprile 2014.

Cristo: il centro

La vita di quest’umile frate, dall’inizio alla fine, trova il suo centro soltanto in Gesù Cristo. Il papa Leone XIII aveva consacrato il secolo appena iniziato a Gesù Redentore e con l’enciclica Tametsi futura aveva indicato Gesù come Via, Verità e Vita. In questo clima, rafforzato dal successore san Pio X, con l’intento di “ricapitolare tutte le cose in Cristo”, Giuseppe Girotti, sotto la guida del suo parroco, don Fassino, e di santi sacerdoti albesi, crebbe fin da ragazzo nell’amore a Gesù, e chiamato da Dio, anche per il benefico influsso delle Monache domenicane di Alba, maturò la vocazione a consegnarsi tutto a Dio nella vita religiosa.

Aspirante, novizio e studente tra i Domenicani, prima a Chieri poi a “La Quercia” presso Viterbo, e a Torino, stupiva maestri e condiscepoli per il suo rapporto intenso con Gesù, per la sua affezione senza limiti alla Madonna, e per lo studio appassionato della Sacra Scrittura, per la disponibilità a servire il prossimo. Già sacerdote, allievo di padre Marie-Joseph Lagrange all’École Biblique di Gerusalemme, si appassionava a vedere le tracce lasciate da Gesù, nella terra del suo passaggio tra noi, e a conoscerlo, per amarlo e farlo amare, nelle pagine della Sacra Scrittura, “ardente, com’era, allo studio del Verbo divino”.

Nel suo insegnamento e nella sua predicazione, si propose una cosa sola: far conoscere e amare Gesù Cristo: solo per Gesù egli visse e lavorò, per Lui studiò con passione al Bibbia; Lui servì negli studenti di Teologia e nei poveri; per Lui si sacrificò per i fratelli e infine immolò la vita. Cristo fu “il Re e il centro del suo cuore” e della sua azione.

Cristo riempie i secoli

Aprendo il Commento a Isaia (Lice-Marietti, Torino 1942), nell’introduzione leggiamo: «I profeti sono gli ambasciatori di Dio, presso gli uomini; sono gli apostoli del Vecchio Testamento, come gli Apostoli sono i profeti del Nuovo [...]. I profeti dell’Antica Alleanza prefiguravano e preparavano Cristo, sommo Profeta e sommo Sacerdote; i profeti e i sacerdoti della Nuova Alleanza lo continuano. Così Cristo riempie i secoli». 

Tutta la lettura dell’Antico Testamento, dei Libri sapienziali e di Isaia commentati da padre Girotti, converge in Cristo. Nelle pagine dei Sapienti, come in quelle dei profeti, in particolare di Isaia, padre Girotti cerca, trova e annuncia Cristo come compimento. Non i valori umani, non i principi, ma Lui, la sua Persona, Gesù, studiato, contemplato, annunciato ai fratelli. Così questo frate mite e schivo, un po’ trasandato, quasi senza volerlo, si situa con onore nella Teologia cattolica del suo tempo e non è superato neppure oggi.

Padre Girotti afferma: «Cristo riempie i secoli». Dunque, il suo è il Cristo sublime, il “Pantocrator”, il dominatore della storia e dell’universo. Il Cristo cui guarda Israele e l’umanità intera. Il Cristo seguito, amato e adorato come Dio dal giorno della sua venuta tra noi, Colui al quale a migliaia consacrano e perfino sacrificano la vita nel martirio cruento del sangue o nel “martirio bianco” dell’amore indiviso per Lui, come avviene nella storia da venti secoli. “Cristo riempie i secoli”: dunque è il senso della vita e della storia, Colui che raduna l’umanità intera intorno a sé, capace di appassionare e di conquistare i piccoli e i grandi, i semplici e i dotti, gli umili e i potenti.

Cristo: l’Amore, lo Sposo

Tra le pagine dei suoi due commenti, ne scegliamo una splendida con cui padre Girotti spiega questi versetti del Cantico dei cantici: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6-7). Scrive l’esegeta illustre: «Gesù è come un sigillo sulla nostra fronte, affinché lo confessiamo senza arrossire. È come un sigillo sul nostro cuore affinché lo amiamo in ogni tempo. È come un sigillo sul nostro braccio, affinché operiamo per Lui. Risplenda dunque l’immagine sua nella generosa confessione che noi faremo del suo nome e della sua fede. Risplenda nella carità da cui saremo infiammati. Risplenda in tutte le nostre opere affinché la sua rassomiglianza sia tutta espressa in noi».

Si comprende qui chi è Gesù per padre Girotti: Gesù l’Amico divino, l’intimo dell’anima, il seduttore che lo ha affascinato fin dalla sua fanciullezza, che gli riempie la vita e gli riscalda il cuore, lo fa ardere di carità per Lui, per Dio e per i fratelli; è Colui per il quale ha lasciato tutto e ora vive vergine, povero e obbediente, disposto a qualsiasi sacrificio. Gesù, per padre Girotti, è davvero per usare le parole di sant’Agostino: amor, gaudium, voluptas, delectatio; in una parola, il piacere sommo, la gioia infinita, così come va presentato ai ragazzi e ai giovani d’oggi, affinché li affascini, lo seguano, e gli consacrino la vita.

Cristo, l’Inviato che manda

Nel Commento a Isaia, spiegando il primo canto del Servo di Jahvè (Is 42,1-7), padre Girotti scrive: «Il Servo di Jahvè, cioè il Messia, sarà il Mediatore di Israele e al tempo stesso il Salvatore dei pagani... Eletto e amato da Dio, ripieno del suo Spirito, dotato della massima bontà, dolcezza e misericordia, annuncerà a tutti la Legge del Signore... è un Mediatore pacifico. Non vi ha nulla di più dolce della sua condotta. Egli convertirà i popoli con la persuasione... Compirà la sua missione con mansuetudine, senza contese... La sua attività è volta a curare gli infermi, a consolare gli afflitti, a sollevare i deboli... Invece di spegnere la lampada, la riempirà di olio e la riaccenderà. Lungi dal distruggere i deboli, la soavità del Cristo li conforterà e li salverà».

Per padre Girotti, Gesù non è solo l’Amico intimo dell’anima, ma Colui che, inviato da Dio, suo servo e destinatario della divina compiacenza, compie una missione di liberazione e di salvezza e chiama i suoi amici a compiere e prolungare la stessa missione. Figlio di umile gente del popolo, Girotti conosceva gli umili, i poveri, i tribolati, gli emarginati e tutti quelli che non contano. Diventato uomo di studio e di preghiera, non si negò mai alle necessità dei fratelli, sia quelle del corpo che dello spirito, e a quelle dell’uomo che, più di tutti, ha bisogno di essere curato e guarito dal peccato e condotto alla salvezza di Dio.

Questo fu lo stile di padre Girotti, in mezzo ai suoi allievi che amava con cuore non solo di fratello, ma di madre, tra i poveri di Torino che andava a servire, a consolare e a confessare (si pensi alla sua attività all’ospizio dei Poveri Vecchi), fino a rischiare la vita per gli ebrei perseguitati dai nazisti e, a immagine di Gesù immolato sulla Croce, fino a sacrificare la vita per i più infelici, perché «non c’è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici» (Gv 15,13).

Riassumendo: il Cristo di padre Girotti è il Cristo della contemplazione e dell’annuncio, il Cristo dell’amore a Lui e della dedizione ai fratelli, il Cristo del Cenacolo e delle vie, in vista della meta ultima: il Paradiso.

Cristo: soluzione unica

Nell’ottobre 1944, padre Girotti fu deportato nel campo di sterminio di Dachau: lì, nell’inferno dei senza-Dio del nazismo, fiorì e apparve nel suo splendore l’uomo di Dio, il santo. Prigioniero in mezzo a centinaia di sacerdoti, tra cui alcuni vescovi provenienti da tutta Europa, egli è uno dei non pochi prigionieri a Dachau i quali sono stati elevati alla gloria degli altari. Per altri è in corso la causa di beatificazione-canonizzazione. 

La meditazione dell’insigne maestro di Sacra Scrittura, toccò il suo vertice quando, il 21 gennaio 1945, nell’ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani, tenne un alto discorso ai confratelli cattolici e ai religiosi di altre confessioni cristiane, colà detenuti. Nella barbarie del momento, segnato dalla “guerra crudelissima”, “immane crimine”, e dalla sistematica distruzione dell’uomo nei lager, egli sottolinea l’assenza e il rifiuto di Cristo e dichiara che solo «la Chiesa Cattolica fu e sarà sempre l’unico rifugio dell’umanità, di affetto e di misericordia, di verità dei principi della retta ragione, della civiltà e della cultura, l’unica istituzione che riflette perfettamente la Legge eterna nel Regno di Cristo».

Ma gli restavano ormai solo poche settimane di vita. Distrutto dagli stenti, era diventato simile al divino Amico Crocifisso, unico Amore della sua esistenza. In quell’ora ultima della sua vita, egli ricordò certamente ciò che aveva scritto nel Commento a Isaia: «Espiazione e purificazione, il dolore è insieme elevazione: mentre sembra deprimere e abbassare, in realtà eleva a Dio l’anima che sopporta la prova [...]. Il Servo di Jahvè non apre la bocca: solo alla fine si nota che Egli intercederà per i peccatori. Questa intercessione lo rivela nella sua funzione di Sacerdote. Io penso che questo silenzio di adorazione operosa e amante sia appunto il segno dell’interiore forza di carità che arde nel Cuore del Servo di Jahvè per coloro per i quali dà la sua vita».

Giuseppe Girotti era stato – e ancora più lo era in quegli ultimi giorni – l’uomo che attraverso il dolore si purifica ed espia, si eleva a Dio e si santifica, il sacerdote sempre più infervorato dalla carità, fino ad essere, non solo nell’anima per il carattere sacerdotale indelebile, ma nelle sue carni martoriate, lui stesso “l’icona del Servo sofferente di Jahvè” (cf. Is 52,12; 53,1-12), un alter Christus che immolava la vita per la salvezza del mondo.

Aveva raggiunto il vertice, l’olocausto con Cristo, Sacerdote e Vittima con Lui. Tutto si compì il giorno di Pasqua, il 1° aprile 1945. Quella sera, ai piedi del suo giaciglio vuoto, una mano scrisse di lui: «San Giuseppe Girotti» (2).   

 

Note

1) I due volumi di padre Girotti, Commento ai Sapienziali e Commento a Isaia, sono stati ristampati da Effedieffe, Procedo-Viterbo.

2) Per saperne di più: Paolo Risso, Un domenicano a Dachau. Profilo di P. G. Girotti, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1987; Idem, Un altro martire a Dachau, in Sacra Doctrina, n. 6/1992; Idem, L’icona del Servo di Jahvè in P. G. Girotti, in Sacra Doctrina, n6/1995.

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