SPIRITUALITÀ
“Guarda, non teme di toccare le nostre piaghe!". Il beato Jan tra i lebbrosi
dal Numero 37 del 10 ottobre 2021
di Paolo Risso

L’eroica testimonianza di fede e carità di questo sacerdote polacco ha qualcosa da dire a noi oggi, se eccessivamente preoccupati per la nostra salute mettiamo in secondo piano la salvezza delle anime, la volontà di Dio e i Sacramenti.

Nasce il 15 maggio 1850 a Beyzym Wielke (oggi in Ucraina) da famiglia cattolica, devotissima della Madonna che lo distinguerà per tutta la vita. Jan non vede al mondo nulla di più grande e di più bello che farsi prete, per continuare Gesù, e pensa di diventare parroco in una modesta chiesa di campagna. Suo padre lo orienta verso la Compagnia di Gesù, i Gesuiti. Segue una lunga lotta interiore. Poi entra nel noviziato della Compagnia il 10 dicembre 1872.

“Leviamo l’ancora”

Per due anni apprende la vita religiosa mediante gli “esercizi spirituali” del padre Ignazio, le occupazioni della casa e opere di carità. Studi molto seri di filosofia e teologia fino all’Ordinazione sacerdotale a Cracovia (Polonia) il 26 luglio 1881. Parte per il suo ministero, qualunque esso sia, con il progetto: «Lavoriamo per Dio, per il Paradiso, e non dovremo lasciarci superare nella nostra opera e nei sacrifici da coloro che lavorano solo per la terra».

È nominato prefetto degli alunni nel collegio dei Gesuiti a Ternopol, poi a Chyrow. Insegna francese e russo. Passa a essere prefetto di infermeria che lo occupa a vigilare su dieci camere che ospitano alunni malati. Circola tra i letti e solleva il morale dei ragazzi con giochi e storie amene, austero e umorista insieme. Un giorno un bambino con la febbre alta delira. Arriva a padre Jan: «Dove vuoi andare?». «Sulla nave». «Bene, io sono il capitano della nave e partiremo insieme». Prende in braccio il bambino e lo porta in un altro letto, in un’altra stanza: «Eccoci a bordo, leviamo l’ancora e partiamo». Il bambino si calma all’istante.

Un giorno, padre Jan davvero leverà l’ancora e partirà per una terra lontana.

Ama la natura, i fiori che coltiva per adornare l’altare e le camere dei malati. Ha un acquario, delle gabbie con canarini, fa giocare uno scoiattolo. È di una simpatia unica. Soprattutto coltiva per sé e trasmette ai ragazzi la sua devozione alla Madonna. Una sua conferenza ai ragazzi inizia così: «L’aiuto più sicuro e più necessario per la nostra conversione, per la nostra santificazione e per la nostra salvezza è la devozione alla Madonna». 

È Maria Santissima che fa crescere in lui il desiderio di sacrificarsi ancora di più per gli infelici. Uno dei suoi allievi che studia nella sua casa gli parla dei lebbrosi: «Noi che cosa facciamo per loro?». Padre Jan se ne appassiona, chiede ai superiori di poter lavorare per la salvezza dei lebbrosi. «So benissimo – scrive al Padre generale Louis Martin a Roma – cos’è la lebbra e cosa devo aspettarmi, ma tutto questo non mi spaventa, anzi, mi attrae». Viene destinato alla missione del Madagascar. Il 17 ottobre 1898, a 48 anni di età, “leva l’ancora” per la grande isola tra l’Africa e l’Oceano indiano. Il 30 dicembre 1898 giunge ad Antanarivo.

Gli viene affidato il lazzaretto di Ambahivorka a 10 km a nord della città: vi sono 150 lebbrosi, in una vita miserabile, lontani dalle persone sane per la possibilità di contagio, sofferenti, affamati, assetati, tra baracche che rovinano. Padre Jan comincia a piangere e a pregare per loro e per sé, per soccorrerli come farebbe una madre.

Servo di “Gesù lebbroso”

Ottiene di risiedere in mezzo a loro a tempo pieno. Per poter fare qualcosa scrive ai confratelli in Europa e agli amici. È sconvolto dal loro abbandono a se stessi. Ancora di più dalla loro miseria morale: «Non sanno neppure che ci sia Dio!». Supplica la Madonna di essere valido strumento nelle sue mani per provvedere a quegli infelici.

La prima cura è che non muoiano di fame. A quel tempo non c’erano farmaci efficaci per la malattia, tuttavia padre Beyzym notò che il cibo sano e un’igiene adeguata limitavano il contagio e impedivano la progressione del male. Provvede alla loro medicazione: «Quando ebbi per la prima volta un po’ di tela per fasciare le piaghe di uno di loro, si dicevano l’un l’altro: Guarda, non teme di toccare le nostre piaghe». Risponde al Provinciale che gli chiede notizie circa le condizioni di lavoro tra i malati: «Bisogna essere in costante unione con Dio e pregare senza tregua. Bisogna abituarsi a poco a poco al fetore, perché qui non si respira profumo di fiori, ma la putrefazione dei corpi generata dalla lebbra». Tuttavia, questa “facilità” non arrivò subito. Padre Beyzym ammise di aver provato inizialmente repulsione alla vista di quelle povere vittime. Diverse volte svenne persino. 

Lui, imitando Gesù, si fa servo di Lui che vede piagato orribilmente nei lebbrosi. Si sente chiamato e mandato a compiere un’opera singolare di salvezza e di redenzione; tuttavia, sostenuto dalla sua consacrazione all’Immacolata, ritiene che servire come Gesù è vocazione assolutamente naturale. In realtà, è la “novità assoluta” del Vangelo.

Padre Jan suscita una fiducia totale nella sua parola, quando parla di Dio, di Gesù Cristo, della Vita eterna. Solo dopo qualche mese, molti sono i lebbrosi che chiedono e ricevono il Battesimo: «Non sarò mai in grado di ringraziare a sufficienza la Vergine Maria. Non parlo di altre mille grazie che Ella mi ha concesso, ma di quella di servire i lebbrosi, come servo Gesù». 

Per apprendere meglio la lingua malgascia, passa due mesi in una sede vicina. Non manca mai alla celebrazione della Messa di domenica. Riesce a organizzare un ritiro spirituale modellato sugli Esercizi di sant’Ignazio: «Ringrazio senza fine l’Immacolata Madre nostra: ha fatto tutto Lei, perché molti dei miei malati vivranno e moriranno da veri cattolici». Infatti nei 14 anni di apostolato di padre Jan, non uno dei lebbrosi morì senza Sacramenti. Per questo fine, egli offre a Dio tutte le sue sofferenze, in primis quella della lontananza dalla sua patria.

“è opera dell’Immacolata”

Ma le cure sono insufficienti. Padre Jan progetta la costruzione di un ospedale. Giungono le offerte da tutta Europa, in primo luogo dalla Polonia. Il terreno lo trova a 400 km dal lazzaretto in cui risiede. Dovrà abbandonare i suoi assistiti in un ospizio governativo, e ne prova un immenso dolore: «Che sarà delle loro anime?». Prega e prega, specialmente l’Immacolata, che fa miracoli, ovunque: gli “acta Immaculatae in universo mundo”.

Nell’ottobre 1902, è a Fianarantsoa e inizia la costruzione dell’ospedale. Si abbattono su di lui e la sua opera difficoltà senza numero. A costo di viaggi estenuanti, lo raggiungono i malati che egli assisteva ad Ambahivoraka. Infine nel 1911 l’ospedale apre le porte: «Non è un’opera umana – scrive il Padre – ma l’Immacolata stessa ha fondato quest’ospedale e ora Ella stessa se ne occupa». I lebbrosi che vi sono accolti hanno tutto ciò che serve loro, vestiti, cibo, cure, un letto e... un’immagine della Madonna dalla quale viene e verrà tutto. Essi sono per alcuni giorni “incantati” e come fuori di sé dallo stupore.

Il Padre annota: «In capo a qualche giorno, la nostra casa assomiglia più ad una famiglia religiosa che ad un ospedale. Non vi sono litigi. Chi può fa qualche lavoro. Non mancano i canti e le risate. Quasi tutti gli assistiti ricevono la Santa Comunione ogni giorno. Viviamo in un’isola di fede in mezzo al flusso di peccato che è il mondo».

Il nuovo ospedale consta di 150 posti letto. Dedicato alla Madonna di Czestochowa, esiste ancora oggi e diffonde l’amore e la speranza che l’hanno fatto sorgere. Sembra che padre Jan sia legato per sempre a questo suo apostolato, ma nel cuore gli rimane un’angoscia per la salvezza delle anime dei poveri ancora più abbandonati. Pensa ai condannati ai lavori forzati sull’isola di Sakhalin (nell’estremo Oriente russo) e trascurati nello spirito.

Scrive al suo superiore: «Da qualche tempo, il pensiero di Sakhalin mi ossessiona. Lei sa che numerosi infelici vi soffrono in modo atroce. Dovremmo assistere quegli sventurati». In attesa della risposta, padre Jan moltiplica catechismi e ritiri spirituali. Sensibilissimo all’adorazione a Gesù Eucaristico, rende sempre più bello l’altare e il Tabernacolo della sua cappella, come atto di amore a Gesù, l’unico amore, l’unico Re della sua vita: padre Jan è milite soltanto di Gesù Re, come il padre sant’Ignazio, come i suoi confratelli san Francesco Saverio e i martiri per la Messa nell’Inghilterra diventata anglicana. 

La sua salute si indebolisce. Ha il corpo coperto di piaghe e soffre di arteriosclerosi. Deve mettersi a letto. Un sacerdote contagiato dalla lebbra, e che morirà nove giorni dopo, gli amministra gli ultimi Sacramenti. Padre Jan Beyzym, eroico Gesuita di soli 62 anni, va incontro a Gesù – e all’Immacolata – il 2 ottobre 1912, festa degli Angeli custodi: di quanti tribolati lui sia stato l’angelo, portatore del conforto e del Vangelo che salva in questo mondo e nell’eternità, solo Dio lo conosce.

Il 18 agosto 2002 il Santo Padre Giovanni Paolo II lo eleva agli onori degli altari con la solenne beatificazione. Nell’omelia dice di lui: «L’opera del beato Jan era iscritta nella sua missione fondamentale: portare il dono del Vangelo a coloro che non lo conoscono. Ecco il massimo dono della misericordia: condurre gli uomini a Cristo». Ciò che non è proselitismo, ma la carità più sublime, il purissimo ideale di Gesù, dei santi, dei martiri, che collaborano con l’Immacolata per dare Lui alle anime.

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