SPIRITUALITÀ
La Notte del Natale negli scritti di Don Dolindo Ruotolo
dal Numero 48 del 20 dicembre 2020
di Suor M. Gabriella Iannelli, FI

Sono davvero perle preziose quelle che Don Dolindo ci consegna nel commentare il Natale di Gesù così come ce lo presenta il Vangelo, creando un’aura soffusa di grazia e pace che si trasfonde nel cuore del lettore. Aveva ragione Padre Pio: “Niente di quanto è scaturito dalla penna di Don Dolindo deve andare perduto”.

Le pagine dei commenti alla Sacra Scrittura vergate dal sacerdote Don Dolindo Ruotolo, morto in odore di santità, spirano oltre che una profonda conoscenza del Testo biblico nei suoi vari significati, un intenso afflato spirituale che rende tutti i suoi scritti preziosi, di grande edificazione ed elevazione.

Quando si legge Don Dolindo ci si rende conto quanto siano vere quelle parole che san Pio da Pietrelcina fece giungere, tramite padre Pellegrino Funicelli, ad una figlia spirituale di Don Dolindo che gli chiedeva un parere sugli scritti del Sacerdote napoletano: «Niente di quanto è scaturito dalla penna di Don Dolindo deve andare perduto», egli disse, paragonando questi scritti a perle preziose.

Sono davvero perle preziose quelle che Don Dolindo ci consegna nel commentare il Natale di Gesù, così come ce lo presenta il Vangelo, creando un’aura soffusa di grazia e di pace che si trasfonde nel cuore del lettore, facendolo entrare con tutta l’anima nel grande Mistero.

Nel commento al capitolo II del Vangelo di Luca Don Dolindo scrive: «Era stato predetto dai profeti che il Redentore doveva nascere in Betlem, ed il Signore, che tutto dispone attraverso i medesimi eventi umani, utilizzò una circostanza della vita civile per far trovare Maria a Betlem». Nel concatenamento di cause seconde mosse dalla Causa prima che è Dio, fu il censimento indetto dall’imperatore Cesare Augusto a far sì che Giuseppe e Maria dovessero raggiungere Betlem: «La legge umana è inesorabile e non ammette scuse; bisogna sottostarvi per forza, se non vi si vuole sottostare per amore. San Giuseppe, però, e Maria Santissima, abituati all’obbedienza alla divina volontà, accettarono l’ordine non come un’imposizione inopportuna per essi, subita per timore, ma come una disposizione indiretta del Signore, ed intrapresero subito il faticoso viaggio per recarsi a Betlem, loro città di origine perché discendenti di Davide». I due santi Sposi, alla luce della fede, erano abituati a leggere in ogni evento umano la volontà o la permissione di Dio e si incamminarono verso Betlem come al richiamo di Dio: «Camminavano portando con loro, nascosto nel seno materno, il Verbo di Dio. Camminavano in pace, nella povertà, lodando e benedicendo il Signore. Un asinello, come è tradizione, e come è giusto pensare, serviva loro di cavalcatura e portava il loro piccolo bagaglio. Giuseppe lo guidava, e Maria vi sedeva sopra; erano tutti e due il quadro vivo della purezza, dell’amore e della pace […]. Maria tutta raccolta pregava. Era più bella nella sua avanzata gravidanza, aveva il volto soffuso di pace e sembrava l’Arca di Dio, perché portava nel seno il suo Figlio divino. San Giuseppe andava avanti raccolto, con quel suo bel volto pieno di verginale fulgore, ingenuo, semplice, umile, servo fedele della divina volontà, col sensibile suo cuore pieno di angustia per il disagio della sua immacolata Sposa».

In questa descrizione ci sembra quasi di vederli, Maria e Giuseppe, che avanzano raccolti e pacifici verso Betlem mentre custodiscono il Dio del Cielo e della terra. Giunti a Betlem e non trovando ospitalità da nessuna parte perché «non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,7), essi ripararono in una grotta che fungeva da stalla per gli animali: «Non può dirsi che fossero angosciati per quella povera dimora, giacché erano ambedue immersi nella divina volontà, ed amavano immensamente il nascondimento e la povertà; ma san Giuseppe, come custode di Maria, era afflitto dal disagio di Lei, e Maria pensava con immensa pena e tenerezza al suo Figlio che mancava di tutto nel venire alla luce».


La Notte Santa

Nella descrizione della nascita di Gesù, Don Dolindo ci porta nell’atmosfera davvero unica di quella notte, che ancora oggi si avverte misteriosamente ovunque, anche nel chiasso delle nostre città e nel Natale paganizzato della società moderna: «Venne la notte. Era algida ma serena, e brillavano gli astri nel cielo. Un silenzio grande circondava quel luogo, ed una solennità più grande vi regnava, perché l’invisibile corte celeste già veniva in terra a corteggiare il Re divino, e rifulgeva nella sua placida luce spirituale, fatta tutta di conoscenza e di amore […]. Gli uomini e le cose dormivano, e lontano lontano si vedeva solo qualche bagliore dei fuochi dei pastori che vigilavano il gregge».

Giunge il momento atteso da secoli e l’attenzione di Don Dolindo si focalizza tutta su Maria, che egli ammira quasi estatico nella sua bellezza radiosa e nel suo parto verginale: «Maria era tutta un fulgore di contemplazione e di estasi. Bella nella sua innocenza purissima, circondata da un tenue nembo di luce che la delineava nella notte, come placida luna nel firmamento, genuflessa, con le mani congiunte e lo sguardo al cielo, era l’immagine del seno del Padre, e rifletteva da sé qualche barlume dell’eterno mistero. Contemplava. […].

Era tutta avvolta dalla luce dell’eterna armonia, ed era Essa tutta armonia di amore. […]. Il suo corpo immacolato era come spirito, sembrava trasparente, anzi evanescente nella luce del Verbo. L’eterna vita affiorava dalla piccola creatura umana e la passava come raggio che attraversa un cristallo. Oh prodigio di Dio! Le madri sentono dolori immani quando un figlio viene alla luce, e sentono strapparsi quasi la vita dalla piccola vita che irrompe nel mondo. Maria invece sentiva una gioia immensa a misura che il momento della sua maternità avanzava. L’amore quasi la liquefaceva ed il suo corpo sembrava fluido come una cascata di fulgori placidissimi.

Fu un momento sublime: tratta a Dio si sentì tutta immersa nella conoscenza dell’infinita grandezza, la contemplò amandola, e volle applaudirla con una lode proporzionata che avrebbe voluto trarre dal pieno olocausto di se stessa. Le ritornò sulle lebbra il suo cantico: Magnificat anima mea Dominum e, nell’elevarlo innanzi a Dio con tutto l’impeto del suo amore, non eruppe dal suo cuore una parola ma il Verbo, la lode eterna del Padre, e s’adagiò sul terreno come un raggio di luce, lodando il Padre nell’umana carne. […].

L’amore materno ritrasse Maria dall’estasi celeste, e scossa ai vagiti del Figlio divino lo guardò: era perfettissimo, roseo come un bocciolo spuntato nell’inverno, soffuso di bontà, divino, santificante, inondante gioia. Lo adorò, lo prese, lo baciò, lo strinse al cuore, lo avvolse in pannicelli mondi; nell’avvolgerlo si sentì tutta inondata di tenerezza e lo ripose in una mangiatoia, perché non aveva altra culla per il Re del cielo».

Non nel dolore, ma in un’estasi d’amore e di lode, dunque, «Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia» (Lc 2,7), mentre san Giuseppe era raccolto pure lui in preghiera: «San Giuseppe, poco lontano, era stato tutto immerso in una profondissima umiltà. […]. Maria gli fece cenno e lo avvicinò a Gesù, mediatrice di amore e di misericordia per la prima volta tra Gesù ed una creatura. San Giuseppe lo guardò, e l’ombra luminosa del Padre lo avvolse. Egli lo rappresentava, ed una grande dignità elevava il povero fabbro ad un’altezza di santità che nessuno mai ebbe in terra, poiché nessuno fu reputato padre del Verbo di Dio incarnato. Lo prese tra le braccia e baciandolo se ne comunicò, perché in quel bacio sentì ardere il cuore di una tenerezza di amore mai provata; era la consacrazione del suo grande ufficio di amore. Lo ripose nella greppia e genuflesso rimase in adorazione con Maria». L’“ufficio d’amore” per il quale san Giuseppe fu consacrato dal bacio di Gesù Bambino era la sua paternità tutta verginale, ma quanto mai reale, per la quale egli diventava figura dell’eterno Padre e modello e protettore di ogni papà terreno.

L’annuncio ai pastori e la loro visita

Don Dolindo molte volte nei suoi scritti mette in evidenza il ruolo di Maria come Mediatrice. Anche in queste meravigliose pagine natalizie egli lo sottolinea con frequenza. Egli scrive che Maria dinanzi al Dio fatto Bambino desiderò che tutti potessero conoscerlo ed essere attirati a Lui: «Maria rimase in contemplazione, ed implorò certamente da Dio che il suo Figlio fosse conosciuto dagli uomini […]. Il suo Cuore era tutto acceso di zelo, e la sua preghiera apriva nuovamente i cieli alla misericordia, partecipando la lieta novella della nascita del Redentore alle anime che erano più preparate alla grazia. Gli angeli raccolsero la preghiera della Vergine e, poiché la corteggiavano per lodare il Verbo incarnato, andarono subito poco lontano a compiere la loro missione d’amore. Questo non risulta esplicitamente dal testo, ma può arguirsi, giacché Dio ha voluto Maria mediatrice di tutte le grazie».

Chi è stato in Terra Santa ha potuto vedere che a pochi chilometri dalla grotta della Natività, nella valle di fronte alla cittadina di Betlem, c’è ancora oggi il “campo dei pastori”, una grande area dove ci sono campi e numerose grotte naturali di diversa grandezza che fungevano da rifugio per i pastori. È qui che l’angelo apparve per dare il grande annuncio: «D’improvviso, nelle tenebre si delineò una figura luminosa, che nel primo momento li comprese di grande timore. Era un angelo di Dio, in forma umana, maestoso, dolcissimo, avvolto di luce ed esso tutta luce. Era più fulgido del sole, ma non abbagliava; aveva qualche cosa di veloce e di svelto nelle sue forme splendenti, di modo che dava l’idea di una potenza placidissima cui nulla resiste. […]. Rivolto ai pastori sbigottiti, disse loro: “Non temete, perché io vi reco una novella di grande allegrezza per tutto il popolo: è nato a voi oggi il Salvatore che è il Cristo Signore, nella città di David”. […]. Se fosse mancato ogni altro segno di verità per riconoscere nel nato Bambino il Messia, bastava la presenza dell’angelo ed il grandioso concerto che intonò una schiera di spiriti celesti che cantavano gioiosi: Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà.

Fu un momento solenne: l’angelica schiera, invisibile, si fece visibile; era un coro di luce che splendeva nella notte fino ai confini dell’orizzonte. Erano figure fulgenti come folgore e placidissime come un’aurora; si muovevano come un cielo stellato, in un ordine massimo, e cantavano. Oh chi può immaginare che cosa era quel canto? […]. La Chiesa forse ha qualche cosa di quelle note angeliche nei suoi canti di lode, ma questi sono modulati dalle corde vocali e quelli erano gorgheggi dello spirito beato che s’espande, adora, si piega, si slancia sulle ali dell’amore, contempla, tace, gode, fruisce, si sazia, vive di Dio».

Don Dolindo con queste considerazioni ci dà un’idea di cosa sia stata la straordinaria manifestazione angelica della Notte Santa e, con la sua descrizione, quasi ci fa assistere a quel meraviglioso spettacolo di luce e di amore, non solo, ma vorrebbe in qualche modo farci ascoltare quel concento angelico che lui, nella sua contemplazione, sembra percepire: «Saremmo quasi tentati di tradurre in note gregoriane queste armonie dello spirito beato; ma per quanto esse possano avere di grazia, non potranno mai esprimere la dolcezza e la potenza di un angelico concento. […]. Fateci cantare, angeli santi, le vostre note con le squillanti voci della Chiesa, che sono voci brillanti nel Sangue divino che le vivifica, acciocché non siamo estranei per un momento alla vostra gioia». Come esaudito nella sua preghiera di voler cantare con gli angeli, Don Dolindo riporta nel testo una melodia in stile gregoriano del Gloria in excelsis Deo, quasi a voler darci una idea, seppur lontana, di quel canto celeste.

In modo magistrale il Ruotolo descrive poi la visita dei pastori a Gesù Bambino: «I pastori rimasero per un momento estatici anch’essi, colmi di gioia, sazi d’amore, e di comune concerto, stabilirono di andare ad adorare il nato Bambino nei pressi di Betlem. Si mossero; correvano, l’amore li sospingeva, il desiderio di vedere il Messia li animava; andavano dritti verso le grotte di rifugio, perché solo là poteva esserci una mangiatoia. Si avanzavano titubanti alla grotta; Maria già lo sapeva, perché li aveva chiamati con la sua preghiera. Si soffermarono un poco, proni per terra; esultavano, il cuore balzava loro quasi dal petto. Lo rapiva l’Infante divino.

Maria fece loro un cenno; entrarono. Senza di Maria non sarebbero mai entrati, poiché sempre Essa dona il Cristo alle anime. Si prostrarono, credettero, adorarono. Non avevano bisogno di prove; la prova sta tutta in quelle poche parole del Sacro Testo: trovarono Maria, Giuseppe e il Bambino, e vistolo si persuasero di quello che era stato detto loro di quel Bambino. […]. Videro il Bambino: era piccolino, roseo, bellissimo. Aveva la piccola chioma d’oro, come un nembo, la fronte come luce di arcana sapienza, gli occhi brillanti di bontà, le labbra sorridenti di amore. Si moriva d’amore innanzi a Lui, si inteneriva l’anima, si piangeva. Che pace da quella mangiatoia! Era nato in Betlem, la casa del pane, e come Pane di vita stava in una mangiatoia. Attirava. Lo si sarebbe veramente mangiato di baci. Quale bellezza delicata e potente, dolcissima e maestosa, piccolina e più grande dei cieli. Egli parlava sommessamente alle anime loro. Quale colloquio di amore! Lo sentivano nel fondo del cuore e si sentivano rigenerati. Respiravano la grazia, l’anima si dilatava. Che amore! Non potevano staccarsi da quella grotta. Nessuna reggia era più bella. […]. La gioia li soffocava. Piansero, e sparsero le lacrime come perle fluenti sul volto del Bimbo; erano come la fusione dell’uomo peccatore col Redentore».

Con questa scena stupenda della visita dei pastori vogliamo concludere, augurandoci di poter fare in questo Natale, nel raccoglimento e nella preghiera, la loro stessa esperienza, dinanzi al Gesù Bambino della Betlem eucaristica presente in ogni nostra chiesa e cappella, presso il santo Tabernacolo.

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