SPIRITUALITÀ
Dalle tenebre, un canto. Benedetta Bianchi Porro
dal Numero 36 del 20 settembre 2020
di Paolo Risso

Giovane studentessa di Medicina, sarà lei stessa a diagnosticare la terribile malattia che l’affligge da tempo: neurofibromatosi diffusa. Privata lentamente dell’uso dei sensi, chiusa nel buio e nel silenzio, affina la sua sensibilità spirituale che la porta vertiginosamente in alto, verso Dio, e sorprendentemente presente accanto agli uomini.

Nasce a Dovadola, piccolo paese in provincia di Forlì, Benedetta Bianchi Porro, dall’ingegner Guido e da Elsa Giammarchi, l’8 agosto 1936. All’inizio della seconda Guerra mondiale, nel 1940, la sua famiglia sfolla a Caticciano presso Bertinoro.

È una bimba sensibile e delicata, intelligente e volitiva. Gioca festosamente con i 5 fratellini e con gli altri bambini, ma talora si ritrae in pensosi silenzi: sono i momenti in cui Benedetta guarda stupita il miracolo della vita che trionfa in tutte le cose, nei giorni, nei prati pieni di sole, nella sua pianta di ciliegio che innaffia quotidianamente allo spuntar del sole. Allora confida al suo diario la gioia delle sue scoperte: «C’è l’universo incantevole. Che bello vivere!».

Il ritorno alla pace rappresenta, per la bimba di 9 anni, solo un’allegra avventura in più: il trasloco a Forlì dove la vita riprende tranquilla con i genitori e i fratellini. A Forlì frequenta la scuola media e il ginnasio. Nel ’51 la famiglia si trasferisce a Sirmione sul Garda. Benedetta parla con entusiasmo della sua villa affacciata sul lago, in un luogo proprio bello. Si appassiona a tutto: le piace molto studiare e trascorrere lunghe ore al pianoforte.

Ma la sua ardente gioia di vivere ha un’ombra di tristezza, un presagio ineffabile, un nascosto tremore: «...guardando questo spettacolo, il mio animo è preso da ricordi e da un terribile bisogno di indefinito, di lontano, di silenzio... Un bisogno di qualcuno cui confidare i dolori della mia vita, di uno che mi consoli. Basta per confortarmi, alzare il mio pensiero a Dio».

Deve portare un busto per evitare la malformazione della schiena. Inoltre si accorge di una progressiva perdita dell’udito. Cresce l’inquietudine nel suo spirito. Assetata di amore, comunica ad Anna, la sua più cara amica, profondi e delicati sentimenti di fede, di dedizione a Dio.

La sordità avanza. Si spegne il sussurro delle cose, la festa della vita. La prova si fa sempre più dura. Confida il tumulto del suo spirito: «Anch’io sono assetata di pace e desidero abbandonare le onde del mare e rifugiarmi nella quiete di un porto». Sperimenta il gelo dello scetticismo, l’allucinante paura del vuoto, ma invoca aiuto.


“Chiamo Dio con amore”

«Sapessi, Anna, quanto ho bisogno del tuo aiuto – confida –. Desidero la Verità, non voglio altro che questo. Ma nessuno sa nulla». Quella Verità che lei cercava comincia a farsi sentire nella voce della sua anima. La tempesta a poco a poco si placa. In questa drammatica esperienza umana si prepara la sua risurrezione. Benedetta scopre in sé la ricchezza di Dio che le parla, la vita interiore.

Autunno del 1953. Saltata la terza liceo, anticipando di un anno la sua maturità, si iscrive alla facoltà di Medicina a Milano: «Affrontai il nuovo studio con ardore; avevo sempre sognato di diventare medico. Voglio vivere, lottare, sacrificarmi per tutti gli uomini». Ora la sua sordità è quasi totale.

Le difficoltà sono enormi ma è decisa a resistere con tutte le forze per guarire e riuscire. Riesce a sostenere alcuni esami.

Natale 1956. Si rivelano i primi chiari sintomi di una malattia di cui la sordità è solo una manifestazione. I consulti medici sono vani a diagnosticare la sua malattia. Benedetta riesce da sola a comprendere il suo “male”: neurofibromatosi diffusa, un morbo terribile.

Il 27 giugno 1957 viene operata per la prima volta alla testa. Le radono il capo. «Mi sento come un agnello cui tagliano la lana. Mamma, ho domandato al Signore di essere una pecorella nelle sue mani». Si riprende dall’operazione. È così grande la sua forza di volontà che l’anno successivo in autunno, riesce a sostenere con esito positivo gli esami di patologia medica e di patologia chirurgica. Eppure “sa”, tanto che un giorno, tornando a casa da un esame, confida: «Sì, mamma, anche questo è andato bene, ma a che serve? Tra poco...». Dopo breve tempo, infatti, la neurofibromatosi si manifesta in tutta la sua tragicità.

7 agosto 1959: viene operata al midollo spinale. Da questo momento, rimane completamente paralizzata agli arti inferiori, costretta dapprima su una poltrona, poi a letto, per oltre 4 anni. A poco a poco, perde il gusto, il tatto, l’odorato. Benedetta confida a Maria Grazia: «Mi accade a volte di trovarmi a terra, sotto il peso di una croce pesante. Allora chiamo Dio in mio aiuto, vengo ai suoi piedi e Lui dolcemente mi fa posare la testa sul suo grembo. Conosci tu la dolcezza di questi istanti?».

Tanti amici approdano attorno al suo letto. La sua camera diventa “un crocevia di vite”. «Si andava in compagnia a trovarla. Il suo non era più un letto; al di là di ogni evidenza, Benedetta ci faceva dimenticare di essere ammalata. La ascoltavamo, pregavamo insieme il Signore Gesù». Quando non possono andare a trovarla, giungono a lei le loro lettere. «Mia cara, grazie della tua lettera – risponde –. Mentre me la leggevano, pensavo di aver ricevuto una grazia e che tale gioia mi fosse scesa dal Cielo».


Il miracolo di Lourdes

Nel maggio del 1962, Benedetta parte, per la prima volta, per Lourdes. È grande il suo abbandono in Dio, anche se ha ancora un progetto tutto suo: «Desidero guarire per farmi suora. Ho fatto voto». Al ritorno, scrive: «Sono andata dalla Madonna a chiedere la guarigione, ma il progetto di Dio supera il nostro ed Egli agisce sempre per nostro bene».

Accanto a lei, davanti alla grotta dell’Immacolata, una giovane donna paralizzata giace in barella. Si chiama Maria D. B., si dispera e piange. Benedetta la consola, le prende una mano e se la stringe tra le sue, congiunte come in un’unica preghiera: «La Madonna è lì, la Madonna ti guarda, Maria. Diglielo alla Madonna che ti aiuti». E si raccoglie in un profondo silenzio. Di lì a poco si vede Maria D. B. scendere dalla barella e camminare.

A casa, Benedetta riprende il suo faticoso salire, nell’annientamento sempre più grande di sé. Il 27 febbraio 1963 viene operata alla testa per l’ultima volta. Ha paura. Il giorno dopo, il 28 febbraio, è il giorno più tragico e forse il più grande della vita di Benedetta. Diventa cieca. Il viaggio nel mistero di Dio è compiuto. Seguono ore disperate... Poi quasi all’improvviso, la invade una grande pace.

La cecità che, fino al giorno prima, era un’ipotesi terrorizzante, ora è una realtà e Benedetta l’accetta come espressione della volontà di Dio. Sorda, paralizzata, cieca, comunica con gli altri con quel suo fil di voce che le è rimasto, e gli altri le “parlano” piegando le dita della sua mano destra e premendole sul corpo secondo un alfabeto convenzionale. Così le vengono trasmesse le lettere degli amici, le pagine dei libri, le notizie del mondo, i pensieri di tutti.

Benedetta detta ancora alla mamma lettere per gli amici: «Nella più buia delle solitudini, ho cercato con la mia volontà di essere serena, per far fiorire il mio dolore; e cerco con la volontà di essere come Gesù vuole: piccola, piccola, come mi sento quando riesco a vedere la sua interminabile grandezza nella notte buia dei miei faticosi giorni».

Durante l’estate, viene ancora una volta portata a Lourdes: «Vado ad attingere forza dalla Mamma celeste, perché non so abituarmi come vorrei a vivere felicemente nel buio, nell’attesa di una Luce più viva e più calda di quella del sole». Il miracolo di Lourdes, per lei, è la scoperta della sua vocazione alla croce: «...e io mi sono accorta più che mai della ricchezza del mio stato e non desidero altro che conservarlo. È stato per me questo il miracolo di Lourdes quest’anno».

Chiusa in un deserto sconfinato, Benedetta canta la gioia di vivere e ringrazia senza fine il Signore, per il meraviglioso dono della vita: «Una mattina luminosa e bella, / deporrò il mio fardello, / distenderò le ali e fenderò l’aria!».


Vicina all’Incontro

Poi viene l’ultima estate. Le voci del lago, lo splendore e il profumo dei fiori sono ormai l’eco di un sogno. Nel passeggio di tenebra, Benedetta ricerca il suo Dio: «...i giorni passano nell’attesa di Lui che io amo nell’aria e nel sole che non vedo più, ma che sento ugualmente nel suo calore».

Il 1° novembre 1963 l’amica Giuliana sente di dover passare da Benedetta che le dice subito: «...Sono entrata in un cimitero di Romagna, c’era una sola tomba aperta, illuminata da una luce tanto forte, che la mia vista non riusciva a sostenerla, e in mezzo a questa luce, ho visto una rosa bianca. Tu che ne dici?». Il racconto è seguito anche dalla sorellina Carmen, presente a insaputa di Benedetta. Non lo dimenticherà più.

Si avvicina il suo ultimo Natale e Benedetta raccomanda ancora di pregare affinché la pace nella Notte Santa discenda sul mondo. Giuliana le porta un Crocifisso. Benedetta lo tocca, poi soggiunge: «Anch’io... così... come Lui, ma sempre in letizia». Confida: «Adesso mi incammino per la strada che conduce a Betlemme; alla stalla dove il Bambino Gesù nasce, mistero di amore e di dolore». «Nelle prove mi raccomando alla Madonna che ha vissuto prove e durezze le più forti, perché io riesca a generare nel mio cuore il suo Figlio così vivo e vero come è stato per Lei».

Sente avvicinarsi il momento dell’incontro: «In questi ultimissimi giorni sono peggiorata di salute: spero che la “chiamata” non si faccia attendere troppo... ho già sentito la voce dello Sposo. Offro tutto così come sono. Lui, che è generato in me, voglia guidarmi fino in fondo».

Sirmione, mattina del 23 gennaio 1964, giorno dello Sposalizio della Santissima Vergine. Benedetta alla mamma: «Leggimi la pagina finale di “Storia di un’anima” di santa Teresa di Lisieux». La madre le è accanto. Le parla muovendole lentamente la mano. Un uccellino si posa sulla finestra. La mamma lo dice a Benedetta, che, priva da vari mesi anche della voce, diventata ormai solo un balbettio, intona un’antica canzone: «Rondinella pellegrina». La sua voce limpida e nuova stupisce i presenti. L’infermiera, commossa, esclama: «Questa è una voce che viene dal cielo. Benedetta muore!». Sono gli ultimi istanti della sua vita terrena.

Una rosa bianca fiorisce fuori stagione nel giardino. Benedetta lo apprende dalla madre, e le dice, forse ricordando la visione narrata all’amica Giuliana: «È un dolce segno... Mamma, ricordi la leggenda?».

La mamma non capisce subito, ma poi ricorderà la leggenda che narra di un re che chiese un giorno l’elemosina a un povero. Il quale aveva nella bisaccia un po’ di grano e gli diede un chicco solo... Ma alla sera, vuotata la bisaccia, trovò un chicco d’oro. Allora si rammaricò di non averglielo ceduto tutto il grano: il re glielo avrebbe trasformato tutto in oro purissimo.

Benedetta invece aveva dato tutto di se stessa. E tutto di lei, Gesù aveva trasformato in oro: per la sua santità, per la Chiesa, per la salvezza di molti fratelli. Solo se le tenebre sono illuminate da Gesù, il Re divino, si può cantare così, si può vivere e morire così, anche nel mondo di oggi.

Il 14 settembre 2019 la Chiesa l’ha iscritta tra i “beati” del Cielo.

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