SPIRITUALITÀ
Un Sacerdozio tinto di sangue. Don Giovanni Macha
dal Numero 2 del 13 gennaio 2019
di Maria Stefania Wyszynska

Tra le vittime del Nazismo spicca la figura di un sacerdote polacco che si distinse per il suo zelo caritativo che sfidò le ingiuste restrizioni del governo tedesco fino a provocarne la collera. La sua lotta per la verità e la carità gli costò il sacrificio della vita, a soli 28 anni. È ora aperta la sua causa di beatificazione.

Gli orrori della seconda Guerra mondiale sono senza numero e vengono ancora alla luce i delitti perpetrati verso coloro che facevano opere caritative nel Terzo Reich, puniti persino con la ghigliottina. Lo strumento usato durante la Rivoluzione francese perlopiù ai danni della Chiesa (ed è questa la verità della Rivoluzione francese, conseguenza della Rivoluzione protestante) fu usato anche durante la seconda Guerra mondiale.
È ormai certo e documentato che durante la seconda Guerra mondiale funzionassero in tutto il Terzo Reich 40 ghigliottine, di cui due in Polonia, una a Pozna? e una a Katowice. Quella di Katowice fu installata già nel 1941, nella prigione di via Miko?oska, e da allora incominciarono regolari le esecuzioni capitali. Le SS si resero subito conto dell’“utilità” di tale strumento: era efficace ed esemplare, in una notte era capace di togliere la vita a 20 vittime, tra le quali vogliamo ricordare don Giovanni (Jan) Macha, sacerdote diocesano polacco, primo nella diocesi di Katowice a ricevere tale pena capitale, come ammonimento per tutto il clero della sua diocesi a non cooperare con nessuna associazione segreta, anche se a scopo caritativo, non conforme ai regolamenti del governo tedesco che, nella regione polacca della Slesia (dove si trova appunto Katowice), governavano facendola apparire in tutto e per tutto terra tedesca.
Giovanni Macha (in famiglia chiamato Hanik, che potrebbe tradursi Gianni) era nato il 18 gennaio 1914 a Chorzów (nella Slesia), primogenito di Paolo e Anna Cofa?ka. A 20 anni entra in seminario col desiderio ardente di diventare sacerdote tutto di Gesù e, come Lui, Pastore di anime. Già in questi anni si distingue per una profonda e sentita religiosità e una particolare sensibilità verso il prossimo.
Il 25 giugno 1939 è ordinato sacerdote nella chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo a Katowice, per l’imposizione delle mani del vescovo Stanislao Adamski. La sua prima Messa la celebrò nella sua parrocchia dedicata a santa Maria Maddalena a Chorzów. E quel giorno avvenne qualcosa di veramente insolito e profetico. Mentre era ancora in sacrestia, gli si avvicinò la sorella Rosa, e Giovanni a bruciapelo le disse: «Rosa, sappi che io morirò giovane e non di morte naturale!». Rosa rimase interdetta a quelle parole, e gli fece notare che non avrebbe dovuto dirle in un giorno così pieno di gioia non solo per lui ma per tutta la famiglia e i conoscenti; ma egli continuò dicendo: «Rosa, proprio oggi voglio dirti questo, perché sono convinto che morirò giovane».
Inizia la Messa, e al momento dell’incensazione sono in più persone a vedere una nuvola di fumo che forma come una “sciarpa” a tinte rosse intorno al collo del novello sacerdote. Ma nessuno vi dà peso.
Sull’immaginetta ricordo scrisse: «Dio mio e mio tutto!». Proprio il 1° settembre 1939, giorno in cui le truppe tedesche, alle 4.45 del mattino irrompono in Polonia, il novello don Giovanni Macha inizia il suo ministero sacerdotale come vice parroco nella parrocchia di San Giuseppe a Ruda ?l?ska. Ci si accorse subito che don Giovanni era interamente preso dal suo ministero sacerdotale a favore delle anime affidategli da Dio; nelle sue omelie si poteva percepire la sua profonda unione con Dio e il suo impegno nella formazione religiosa dei fedeli.
     Come abbiamo detto, in questa regione della Polonia i tedeschi la facevano da padroni, e cercavano in tutti i modi di “germanizzare” la Slesia, a cominciare dalla lingua: tutti dovevano parlare solo in tedesco, nelle case private, tra vicini e perfino in chiesa. Il governo tedesco dispose e impose che anche le omelie e persino i canti dovessero essere in tedesco, così da poter tenere tutto sotto controllo. Don Giovanni sentì al vivo questo provvedimento: il suo cuore di polacco amava la lingua dei padri, ed annunciare la Parola di Dio ai fedeli in lingua straniera era per lui cosa molto costosa.
Durante la tradizionale visita pastorale che i parroci e vice-parroci fanno a tutte le famiglie della propria parrocchia (generalmente durante il periodo natalizio), don Giovanni notò l’indigenza in cui versava la maggior parte delle famiglie dei suoi parrocchiani, perché i padri di famiglia o i figli erano stati catturati o uccisi, oppure mandati nei campi di concentramento. Per cui pensò di organizzare una associazione caritativa che chiamò “Konvalia” (ossia Mughetto, chiamato anche giglio delle valli), per aiutare materialmente e spiritualmente le famiglie bisognose. Per questa attività caritativa fu arrestato dalla Gestapo il 5 settembre 1941 e internato nel carcere di Katowice; fu molte volte interrogato e coperto di umiliazioni e torture pensate proprio per piegarlo a loro, ma egli non si scoraggiò, anzi consolava i compagni di prigionia, sollevava i loro animi e chiedeva a Dio di perdonare coloro che li maltrattavano. Nelle lettere che gli era permesso scrivere, ma sempre e solo in tedesco, chiedeva spesso preghiera per poter attingere forza per resistere e non cedere.
In una di esse scrisse: «Questi mesi della mia prigionia, mi stanno insegnando molto; mi hanno rinchiuso e mi hanno fatto capire che la vita ha senso solo se è vissuta con Dio e per Dio. Pregate per me. Il vostro figlio che vi ama, Giovanni».
Aveva con sé il breviario e con una cordicella si fabbricò una coroncina del Rosario, preghiera amata da ogni polacco per quel legame storico d’amore che nutrono verso la Regina della nazione.
Il 17 luglio 1942 fu emanata la sentenza per il crimine di don Macha: la pena di morte. Appena i familiari lo seppero, cercarono qualche rimedio per fargli commutare la pena. La mamma, come un’altra Addolorata e attingendo la forza dalla Madre del divin Condannato e Prigioniero, ebbe il coraggio di recarsi persino in Germania e incontrarsi con la sorella di Adolf Hitler per chiedere la “grazia” per il figlio. La signora Hitler promise di interessarsi del caso presso il fratello, e da quel momento si aspettava ogni giorno il verdetto di Hitler. Anche don Giovanni, giovane sacerdote di 28 anni, aspettava, e ogni mattina pensava che quello sarebbe potuto essere il suo ultimo giorno di vita.
Anche da parte della Chiesa furono mandate delle petizioni per chiedere la scarcerazione di don Macha.
Egli era il primo sacerdote della diocesi condannato a morte, il più giovane, e tale sentenza sarebbe stata presa molto male dal popolo per cui moriva, perché l’aveva beneficato. In questo periodo scrisse di suo pugno una preghiera d’amore a Cristo che pose nel suo breviario: «[...] Mi dono tutto a Lui con tutta la mia persona».
Arriva il 3 dicembre 1942, è avvisato che sarà giustiziato durante la notte; quattro ore prima che la sua testa cada sotto la lama, scrive l’ultima lettera ai suoi.
«Cari genitori e fratelli, sia lodato Gesù Cristo! Questa è la mia ultima lettera, tra 4 ore sarà eseguita la mia sentenza capitale. Quando riceverete e leggerete questa lettera, io non sarò più tra i viventi. Vi lascio con Dio... Perdonatemi di tutto! Tra breve starò dinanzi al Giudice Onnipotente, e allora egli mi giudicherà. Spero che mi accoglierà presso di sé. Muoio con la coscienza pulita. Sono vissuto poco ma credo di aver raggiunto lo scopo della mia vita. Avrei desiderato lavorare ancora per Lui, ma non mi è stata data questa opportunità. Non vi disperate: tutto andrà bene.
Senza un albero, il bosco rimarrà lo stesso bosco, senza una rondine arriverà ugualmente la primavera, senza un uomo non cascherà il mondo...Vi ringrazio di tutto! Prendete le mie cose di qui.
Non mi resta più molto tempo. Arrivederci là dove è l’Altissimo! Desidererei che al cimitero fosse posta una lapide col mio nome, cosicché coloro che si fermano possano dire una preghiera per il riposo della mia anima. Pregate per il vostro Hanik».
Quattro ore prima della morte era cosciente che non avrebbe avuto un funerale, e nemmeno la sepoltura con una tomba, e chiedeva preghiere per la sua anima, ma allo stesso tempo chiedeva un posto silenzioso dove la gente avesse potuto pregare per il riposo della sua anima.
Quella stessa notte era arrivata in famiglia la notizia portata da una conoscente, che don Giovanni aveva ricevuto “la sospirata grazia”, la sua vita sarebbe stata risparmiata, perciò si era pieni di gioia perché l’avrebbero presto riabbracciato. Come fare a dormire dopo una notizia del genere: Hanik sarebbe tornato presto tra loro, ma... dopo la mezzanotte incominciarono a succedere cose veramente strane in casa. Prima l’acquasantiera appesa alla parete cadde, e il pendolo dell’orologio cadde e fermò l’orologio alle 24.15. In quei momenti don Macha stava pronunciando il suo Consummatus est. La famiglia non poteva immaginarlo e non riusciva a capire il significato di quei segni...
A mezzanotte arriva nella cella di don Macha l’ufficiale che lo fa spogliare, gli fa indossare una camicia di carta e nel silenzio della notte lo conduce, attraverso le scale, al piano superiore. Lo fa entrare nella stanza dove è la ghigliottina; oltre a don Giovanni, nella stanza ci sono tre uomini... sono gli ultimi attimi della sua vita... le ultime persone che vede... è cosciente, e possiamo pensare che intimamente abbia ripetuto la preghiera scritta sull’immaginetta della sua prima Messa: «Dio mio e mio tutto!». Solo pochi minuti: viene fatto stendere supino e la mannaia stacca con un solo colpo il capo dal corpo del sacerdote martire della carità. Le SS volevano con questo mettere in guardia tutto il clero: se fate come lui, farete la sua stessa fine.
Quando arrivò in famiglia la notizia della morte del loro caro Hanik, si può immaginare lo schianto dei genitori e dei fratelli. La prima cosa che fecero fu di chiedere il suo cadavere per potergli dare degna sepoltura, e fu loro negata anche quell’unica consolazione. Le SS, saputo che la famiglia voleva celebrare la Messa funebre anche senza la presenza del corpo, diedero ordine al parroco di celebrare la Santa Messa senza il catafalco, solo con due candele al centro della chiesa, senza organista (è da dire che il funerale nella tradizione polacca è una “solennità” religiosa in cui non manca mai il suono dell’organo e il canto) e senza che la chiesa fosse illuminata, nonostante fosse gremita di gente. Era l’ultima “punizione” che invece di essere inflitta a don Giovanni era riservata a tutta la sua famiglia e a coloro che l’avevano amato, che dovevano condividere la vergogna di essere parenti, conoscenti o amici del loro caro martire. Poi si seppe cosa era avvenuto del corpo decapitato di don Macha, come avveniva per tutti i ghigliottinati: venivano mandati ad Auschwitz e bruciati nei forni crematori.
Al cimitero di Chorzów è stata posta la lapide con questa scritta: «O tu che passi, il mio corpo non è qui, ma prega qui un Padre Nostro per il riposo della mia anima».
Tra il 1941 e il 1945 nella prigione di Katowice, le SS ghigliottinarono più di 500 persone.
Nel 2013 si è aperto il processo di beatificazione di don Giovanni Macha.