SPIRITUALITÀ
Il segreto del Sacro Cuore
dal Numero 22 del 3 giugno 2018
di Padre Dominicus Re

I celebri passi del Vangelo di Giovanni che riportano la lanciata inferta al Sacro Cuore di Gesù crocifisso, possono considerarsi l’apice della rivelazione dell’amore divino per l’uomo: un amore totale che va persino oltre la morte perché infinito.

La devozione al Sacro Cuore è di una ricchezza immensa. Vorrei soltanto sottolinearne due aspetti, d’altronde ben noti: 1) il Sacro Cuore è il simbolo dell’amore infinito di Gesù per gli uomini; 2) questo amore è un amore misconosciuto che chiede da noi penitenza e riparazione, specialmente se siamo religiosi.
1) Se san Giovanni descrive con tanta insistenza l’episodio del colpo di lancia del soldato romano che trafigge il Cuore di Gesù, è perché questo episodio riveste per l’Evangelista un’importanza capitale: è, in un certo senso, l’apice, la quintessenza della Rivelazione divina. Nel Sacro Cuore di Gesù, trafitto dai nostri peccati, si rivela, secondo le parole di san Paolo nell’epistola, “l’adempimento del mistero nascosto da secoli nella mente di Dio”. In questo Cuore, ci è dato di comprendere «quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza». Dio, per la nostra salvezza, per la mia salvezza, si è fatto uomo, ha accettato liberamente di morire di una morte orribile ed ingiusta, in mezzo a sofferenze indicibili. Se «non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici», questa morte sulla croce sarebbe dovuta bastare per testimoniare l’amore di Dio per noi. Beh, non è bastata!
Nel Dialogo, santa Caterina da Siena chiede a Nostro Signore: «Dolce Agnello senza macchia, voi eravate già morto quando il vostro costato fu aperto; perché dunque avete voluto che il vostro cuore fosse così ferito e aperto?». Gesù risponde: «Per parecchie ragioni di cui ti dirò la principale. Il mio desiderio, riguardo all’umanità, era infinito, ma l’atto presente della sofferenza e dei tormenti era finito. Per mezzo di questa sofferenza io non potevo dunque manifestarvi quanto io vi amavo, poiché il mio amore era infinito. Ecco perché ho voluto rivelarvi il segreto del Cuore facendovelo vedere aperto, affinché voi comprendiate che vi amavo più di quanto avevo potuto provarvi per mezzo di un dolore finito...».
Il Cuore aperto di Gesù dal quale sgorgano le fonti della grazia (l’acqua e il sangue rappresentano ovviamente il Battesimo e l’Eucaristia) ci fa capire di che amore siamo stati amati da Dio.
«Il mio divin Cuore è tanto appassionato d’amore per gli uomini e per te in particolare – dirà Gesù a santa Margherita Maria – che, non potendo più contenere in se stesso le fiamme del suo ardente amore, sente il bisogno di diffonderle...». E Gesù le diffonde anzitutto nei Sacramenti, e particolarmente nell’Eucaristia, sacramento dell’amore dove Lui stesso si dà tutto intero.
Il Cuore di Gesù è il simbolo del suo Amore. Del suo amore per noi, ma anche del suo amore per suo Padre. Non dimentichiamo mai che se Gesù ha amato gli uomini, è perché amava anzitutto il Padre. Il Sacrificio della croce è offerto a Dio, di cui la santità offesa dal peccato chiede giustizia. Ma, con ciò, Gesù manifesta anche il suo amore per noi, poiché ci salva, ed espiando i nostri peccati, ci rende la vita della grazia.
2) Questa dimensione di espiazione ci introduce nel secondo aspetto che vorrei sottolineare: quello della riparazione e della consolazione dell’amore misconosciuto. «Obbrobrii e miserie si aspettava il mio Cuore; ed attesi chi si rattristasse con me: e non vi fu; cercai chi mi consolasse e non lo trovai» (cf. Sal 69,21) , si cantava nell’antifona dell’Offertorio.
La devozione al Sacro Cuore ci invita infatti a consolare il Cuore umano di Cristo per le ingratitudini degli uomini. Quel Cuore «ricolmato di oltraggi», «saturatum opprobriis», aspetta le nostre riparazioni.
Nell’enciclica Miserentissimus Redemptor (8 maggio 1928), il papa Pio XI ne dà il significato: si tratta di consolare il Sacro Cuore, non certo nel senso che possa ancora soffrire. Ma come Gesù ha sofferto nella sua agonia dei nostri peccati futuri, ma previsti, così ha anche provato qualche conforto per la previsione della nostra riparazione. Nella sua visione beatifica, nel Verbo, l’anima umana di Nostro Signore ha visto tutte le nostre penitenze, le nostre Confessioni, le nostre Comunioni riparatrici, le nostre ore sante di adorazione. E si può pensare che sia anche questo che l’angelo dell’agonia gli presentò, quando gli apparve dal cielo per consolare il suo Cuore oppresso dalla tristezza e dalle angosce. Gesù ha visto tutte le anime cristiane, da Lui salvate, aggiungere le loro personali espiazioni alla sua grande espiazione, per rendere giustizia all’Amore misconosciuto e oltraggiato dal peccato.
Sono ben note le famose parole di Nostro Signore a santa Margherita Maria: «Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo amore. In segno di riconoscenza, però, non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini per le loro tante irriverenze, i loro sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi che essi mi usano in questo Sacramento d’Amore [l’Eucaristia]». Purtroppo, però, spesso non si menziona la fine della citazione: «Ma ciò che più mi amareggia è che ci siano anche dei cuori a me consacrati che mi trattano così».
I peccati che fanno maggiormente soffrire il Cuore di Gesù sono quelli delle anime consacrate, dei religiosi e dei sacerdoti, perché rivestono una malizia peculiare. Assomigliano al sacrilegio, perché, a ragione della loro consacrazione, i sacerdoti e i religiosi dovrebbero essere, più che le altre anime, dedicati a consolare il Cuore di Gesù.
La vita religiosa, ce lo dice san Tommaso, è un olocausto. Un olocausto che si accende il giorno della prima professione e che deve bruciare fino all’ultimo giorno della vita. C’è tanto da bruciare! La vita religiosa è questo: un olocausto, il sacrificio di tutta una vita per consolare il Cuore di Gesù e il Cuore Immacolato di Maria.