FEDE E CULTURA
La famiglia in Italia: 40 anni in discesa
dal Numero 3 del 18 gennaio 2015
di Fabrizio Cannone

Alcuni dei passi più salienti dell’intervista rilasciata recentemente da Roberto Volpi sul controverso andamento della famiglia in Europa. Discutibili politiche familiari, perdita del senso della paternità e maternità, divorzio e aborto, tutto a discapito della famiglia…

Tra i migliori sociologi, statistici e demografi italiani viventi spicca la figura di Roberto Volpi, autore negli ultimi anni di importanti saggi sull’andamento della società e della cultura, ma soprattutto sulla crisi della famiglia in Europa (cf. Liberiamo i bambini, 2004; La fine della famiglia, 2007; Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, 2012, ecc.). In questi saggi, il Sociologo toscano (e padre di 3 figli) critica fermamente e in modo documentato ed ineccepibile, le politiche familiari dei vari governi occidentali, di Destra, di Centro e di Sinistra, tutte in un certo senso anti-famiglia. Più ancora Volpi fa notare le gravissime conseguenze sociali e morali della perdita del senso di paternità (nell’uomo) e di maternità (nella donna). Si tratta di libri importanti, affiancati spesso da articoli di fondo pubblicati sul Foglio, in cui si fa luce sugli impatti negativi e destabilizzanti degli anticoncezionali e della banalizzazione dell’aborto.
Da ultimo il Nostro ha pubblicato il saggio: La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (Vita e Pensiero, Milano 2014). A proposito di questo Saggio è stato intervistato recentemente da Andrea Galli su Avvenire (21 dicembre 2014, p. 24) e da parte nostra desideriamo riferire i passaggi chiave dell’intervista per farne fruire i lettori del Settimanale.
Secondo il Sociologo l’annus terribilis della demografia italiana, più che il 1968 (inizio della rivoluzione nichilista in Europa), è il 1975, poiché «da quell’anno sia i matrimoni che le nascite cominciano a perdere terreno. Queste ultime in 5 anni arrivano a perdere il 25%, una caduta che poi rallenta ma non si arresta per altri vent’anni». Nel 1965 si era concluso il Vaticano II, che aveva pubblicato un documento, la Costituzione pastorale Gaudium et spes, dedicato ampiamente alla famiglia e al Matrimonio. Nel 1968 Paolo VI, con grande coraggio e sapienza, pubblicò l’enciclica Humanae vitae che condannava senza giri di parole la contraccezione, praticata in qualunque modo. Ma né il Concilio (letto da moltissimi teologi e pastori nel modo che sappiamo...), né l’Humanae vitae (apertamente sabotata da non pochi vescovi e prelati) riuscirono ad evitare l’introduzione del divorzio e dell’aborto, approvati in quasi tutti i Paesi di tradizione cristiana durante gli anni ’70 del ’900. In Italia nel 1970 fu introdotto il divorzio (approvato definitivamente con il referendum del 1974) e nel 1978 l’aborto. Gli effetti catastrofici di queste due pseudo-leggi non tardarono a farsi sentire, con la dissoluzione, prima soft poi hard della famiglia italiana, in passato considerata nel mondo intero come simbolo esemplare di fede, di forza, di unità compatta e indissolubile. Infatti, ricorda il Sociologo che in breve tempo si arriva alla quota di 1,2 figli per donna, «uno dei più bassi al mondo in quel momento [negli anni ’90], meno della metà di quello della fine degli anni Sessanta». In un trentennio, si ebbe una rivoluzione da cui ci vorranno decenni per riprendersi, rivoluzione definita dal Volpi come «una mutazione per così dire antropologica».
La legalizzazione del divorzio, anche per il suo impatto simbolico, ha rovesciato la mentalità che da sempre era diffusa in Italia con la famiglia al centro, e con la sicurezza per i figli di avere due genitori certi fino alla morte. «Fin allora in Italia sia i cattolici che i laici [comunisti inclusi...] avevano aderito a un tipo di matrimonio fortemente ispirato dalla Chiesa: sino alla fine degli anni ’60 su 100 matrimoni 98 erano religiosi». Ciò significa che il Paese che aveva i più grandi partiti comunisti e socialisti d’Occidente era comunque ancora legato alla tradizione cristiana, giudicata dal popolo come positiva e benefica.
Ma quali erano in estrema sintesi i principi della famiglia tradizionale in Italia? «Indissolubilità, fedeltà e obbedienza dei bambini all’autorità familiare, segnatamente del padre, ne erano i cardini». Vi rendete conto, cari lettori? C’era un senso “biblico” della famiglia molto di più nei partiti laici ancora negli anni ’60, di quanto ce ne sia in moltissimi cattolici oggi, che non praticano e non stimano né l’indissolubilità, né la fedeltà reciproca, né tanto meno l’autorità del paterfamilias. Ma quando vigeva il concetto di «autorità familiare», come lo chiama il Volpi, le famiglie erano unite, prolifiche e costituivano (salvo le sempre possibili e non rare eccezioni) dei porti sicuri per i figli e per i figli dei figli... Ma oggi? Se perfino teologi e pastori si accodano dietro le assurde rivendicazioni del femminismo e dell’ideologia del gender, da chi e in nome di cosa verrà esercitata l’indispensabile autorità? Ma senza autorità, può esistere la fedeltà e l’indissolubilità, l’educazione e la doverosa correzione dei figli? Risponda chi può!
In generale, ricorda lo Studioso, «ci si sposava giovani, le donne a una media di 24 anni. La battaglia sul divorzio mirava al cuore di quel modello: indissolubilità e fedeltà [...]. L’infedeltà del maschio era più tollerata, socialmente e moralmente, di quella della moglie, accompagnata da una sua maggiore autorità (almeno pubblica, di fronte alla società: perché sappiamo che all’interno della famiglia molto spesso non era così)». Il divorzio, unito alla retorica femminista dell’utero è mio e lo gestisco io (gestire, capite? gestire!!!), è stata l’arma propizia per la freudiana uccisione del padre e in esso della famiglia tradizionale: «All’inizio, due su tre domande di separazione legale vennero avviate da donne. Le donne [non tutte però...] hanno visto nel divorzio la possibilità di spostare un rapporto di forza sull’uomo». Il Matrimonio, da Sacramento dell’amore e vincolo di perfezionamento reciproco, a «rapporto di forza»... Anche questo è stato il femminismo, una guerra contro i sentimenti, una guerra contro l’amore.
Il giornalista Galli chiede al Sociologo se la situazione nel frattempo sia migliorata e se il meridione d’Italia, che al tempo votò in larga parte contro divorzio e aborto, abbia tenuto. Secondo il Demografo la situazione si è ancora aggravata e il Sud «è stato omologato» al resto del Paese. Per esempio, «oggi le regioni dove la fecondità è più bassa sono quelle del Sud, il Molise e la Basilicata, e va segnalato il caso della Sardegna, leader nella de-fecondità e de-nuzialità». Tra i fenomeni che sono in crescita ovunque, specie nelle grandi città del Nord, vi è quello delle «coppie di fatto e le coppie di fatto non conviventi». Mah! Gli italiani, di oltre 25 anni, che vivono da soli, per varie ragioni (per scelta o per abbandono), ammontano ora a «più di 5 milioni»! 
Ma quale differenza di fondo si denota tra la famiglia tradizionale e la famiglia contemporanea? Secondo Volpi, «il modello di famiglia tradizionale è fondato su una forte responsabilizzazione reciproca. Il nuovo modello è fondato invece sul sentimento: l’amore, il sentimento basta. Sembra una visione più avanzata, moderna, in realtà è un’idea più fragile e con ricadute sociali negative». E lo Studioso ne dà questa spiegazione: «Una società che si fonda su legami a più alto livello di responsabilità e a forte istituzionalizzazione è indiscutibilmente una società più solida, interrelata e solidale di una che si fonda su legami a più basso livello di responsabilità e a nullo livello di istituzionalizzazione». Parole da meditare che possiamo osservare ogni giorno intorno a noi... Faccio notare che la diffusione della violenza, anche domestica, è tipica delle società sfibrate e liquide come la nostra, e non delle società tradizionali all’antica, sotto l’autorità indiscussa del paterfamilias.
Purtroppo nulla di buono neppure sul fronte dei Matrimoni religiosi, oggi circa 110.000 l’anno, «mentre erano 420.000 nel 1964», con una popolazione di molto inferiore. Ed essi stanno calando con un ritmo di quasi 10.000 nozze all’anno. «Se la tendenza dovesse perdurare, i matrimoni in chiesa diventeranno un elemento residuale. Sulla famiglia la Chiesa ha perso la battaglia culturale nei confronti della società laica». E non solo sulla famiglia, purtroppo. Chi ama la famiglia tradizionale però sa che Cristo stesso la ama e che Lui, potendo risuscitare i morti, può anche risuscitare la famiglia, ridotta a cadavere dalla secolarizzazione e dal relativismo.

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