FEDE E CULTURA
Solovki, il più santo monastero nel mondo intero
dal Numero 2 del 14 gennaio 2018
di Rosario Silesio

Nel celebre monastero delle isole Solovki, arcipelago della Russia nord-occidentale, il Regime bolscevico installò il primo gulag. Qui nel più assoluto silenzio, mentre la santità dei monaci si scontrava con la criminale arroganza dell’ideologia, si attuava la nascosta redenzione di migliaia di uomini.

Il patriarca Serafim

L’ultimo patriarca ortodosso dell’era pre-comunista, Serafim, consacrato vescovo segretamente e nominato suo successore dall’agonizzante patriarca Tichon, intransigente confessore della Fede cristiana contro la diavoleria comunista, diceva: «[Qui in Solovki] la morte era piuttosto un premio [...]. Qua nessuno la temeva. Non si parlava di essa. Per la nostra fraternità la morte non esisteva. L’abbiamo vinta. A mezzanotte si apriva la celeste iconostasi, che si vedeva lungo tutto l’orizzonte. I cieli si rimestavano e ritornavano i miracoli dei tempi antichi quando sorgevano le opere dei martiri. Il sangue dei giusti sulla terra scorreva come un fiume». Gli angeli del Golgota di Solovki visitavano ogni giorno i loro frati. La Madre Santissima fu sempre accanto ai martiri. «La sua bontà immensa fu talmente grande – diceva il patriarca Serafim – che davanti ad essa cessava ogni brutalità e bestialità, la gente che stava perdendo i sensi, immediatamente si trasfigurava, le loro rughe si distendevano e le loro facce risplendevano. Con una gioia inesprimibile guardavano ad Essa, dicendo: “Oh, quanto sei bella, Vergine Santissima! Le nostre sofferenze adesso sono un niente!”».

Solovki: il monastero della tragedia e della gloria

Avendo da poco ricordato il centenario della Rivoluzione comunista, non si può tacere di questi grandi uomini. Solovki era un antico monastero, trasformato lungo gli anni ’20 e ’30 del XX secolo dal Regime comunista in Gulag – campo di concentramento sovietico – per tutto il clero sia orientale, che latino. La memoria di questi martiri doveva essere dimenticata sulla terra. «Preziosa davanti gli occhi del Signore è la morte dei suoi santi»: la Santissima Trinità è adesso premio e godimento di questi uomini santi, ma anche noi, ancora in via, possiamo essere edificati dal loro esempio eroico. Le poche testimonianze della santa vita cristiana nel campo dello sterminio di Solovki sono state confermate da migliaia di corpi incorrotti ritrovati, dai quali, in centinaia di casi, fuoriusciva mirra. La terra di Solovki destinata dai nemici di Dio ad essere una terra maledetta, è diventata invece una nuova Terra Santa, un vero nuovo Golgota, un altare del sacrificio diretto al Padre, affinché possa mandare nel terzo millennio lo Spirito Consolatore che rinnoverà la terra intera, cominciando dall’amata Russia.

La vita alle Solovki

I comunisti riconoscevano da lontano un uomo credente dal suo particolare comportamento. I prigionieri abitavano in baracche e potevano dormire seduti solo qualche ora al giorno. Nessuno aveva una retina per proteggersi dalle zanzare, che erano moltissime dentro i magazzini: solo questo bastava perché i nostri prigionieri diventassero gonfi e sanguinanti, tanto che parecchi perdevano i sensi a causa di questi insetti. Poteva sopravvivere solo chi riceveva una speciale assistenza da Dio. La silenziosa sofferenza, che doveva distruggere gli uomini, fu causa della speciale benedizione per cui i corpi dei più deboli furono custoditi dall’angelo silenzioso. Ogni prigioniero era abituato ad essere battuto, maltrattato senza motivo. Le paludi delle Solovki hanno sepolto parecchi corpi esausti dal dolore. I religiosi venivano derubati di qualsiasi croce o segno religioso, mentre si lasciava loro il vestito. La regola era questa: ognuno rimaneva col vestito con il quale era arrivato. Dopo la morte venivano denudati e così buttati nella fossa. I sacerdoti venivano mandati al lavoro di scavo: un custode speciale era incaricato di non permettere loro di pregare. I sacerdoti chiudevano gli occhi e chiedevano aiuto agli angeli perché salvaguardassero il loro raccoglimento. Ogni prigioniero ateo moriva invece in breve tempo. Da questo si riconoscevano gli uomini di fede, che avevano la forza morale di sopportare tutte le sofferenze, le torture, le umiliazioni. In questo “convento” non c’era spazio per la ricreazione, tanto che ogni comunicazione tra i prigionieri poteva essere punita con la morte. Nessuno contava i morti. Non c’era spazio per un’infermeria: gli ammalati non ricevano nessuna medicina ma riponevano le loro speranze in Dio. Nel complesso del monastero era stato costruito un nuovo edificio destinato solo per le torture, chiamato popolarmente “gastronomia”. Chiunque era destinato alla “gastronomia” era sicuro di non tornare più. Solo le grida che si udivano al di fuori potevano provocare la morte dallo spavento. Le torture venivano fatte affinché i prigionieri cessassero di usare la ragione: volevano tramutare tutti in bestie. Per questo le torture più orribili erano subite da coloro che ponevano maggior impegno a mantenere retta la loro coscienza, secondo Dio: i corpi di costoro sono stati premiati da Dio con l’incorruzione. Gli ufficiali di Solovki furono i primi e i più grandi specialisti nel campo della tortura, tanto che furono loro poi a insegnare ai nazisti come organizzare un campo di concentramento.

La conversione sulla croce

I delinquenti messi in prigione insieme ai preti e ai monaci chiedevano, come una volta il Disma dalla croce: «Noi sappiamo che soffriamo per i nostri peccati, ma voi perché siete qua?». Il patriarca Serafim racconta come diverse persone condannate ingiustamente si interrogassero: «Per quali peccati noi soffriamo? Chiedilo a Dio!», intendendo sottolineare la loro innocenza. I monaci pregarono Dio e immediatamente videro davanti a loro il suo Giudizio, i migliaia di peccati che lo offendevano. «Quanto è accecato l’uomo e quanto paziente e misericordioso Iddio!», dicevano allora quelli che prima si sentivano innocenti. «Il Suo giudizio è così giusto che perfino quelli che hanno commesso gravi peccati, quelli destinati al fuoco eterno, danno ragione a Lui. Non offendete Iddio. Santo è il Suo nome!». «Iddio mi ha convinto con la visione del suo giudizio misericordioso – racconta Serafim –. Non potevo piangere più. [...]. Alla confessione bisogna accostarsi come al giudizio di Dio e non ripetere mai più i peccati. Confessarsi veramente e fare penitenza, finché non verrà il cambiamento. Allora pure Iddio perdonerà. Quante belle confessioni ho ascoltato dai prigionieri. Quanto ferventi furono le loro penitenze! Iddio veniva presso di loro e gli donava il perdono».
Tra i prigionieri c’erano anime chiamate davvero alla vita più perfetta. Corrispondevano alla carità che veniva loro offerta e si convertivano. Le loro lacrime di penitenza possono essere paragonate alle lacrime degli antichi Padri del deserto. Parecchi chiedevano la tonsura, proprio lì! Il monastero che i comunisti volevano trasformare in inferno, diventò anticamera del Paradiso. I monaci sacerdoti di nascosto accettavano i nuovi novizi e gli imponevano nuovi nomi. Quelli, lungo le giornate interminabili, ripetevano in silenzio i loro nomi religiosi: si dilettavano con i loro suoni, cercando di capire il loro significato. Con questi nuovi nomi potevano in ogni momento essere chiamati da Cristo alla Gerusalemme Celeste.

La preghiera del cuore nel silenzio

Si racconta nella vita dei Padri del deserto di come una volta un candidato venne da un abba anziano e questi chiese: «Che cosa cerchi qua?». Il giovane rispose: «Cerco la salvezza». L’anziano disse: «Quello che tu cerchi, ormai non si trova tra i monaci...». Vediamo ora i nostri religiosi di Solovki. Che cosa cercavano i nuovi novizi? Forse una carriera ecclesiastica? La scienza teologica? Un modo semplice per sopravvivere? No, cercavano soltanto la salvezza. Solo questo i Padri martoriati nel Gulag di Solovki potevano offrire. Ma solo questo bastava. Possano i monaci di Solovki essere luce per la vita religiosa del Terzo Millennio, affinché i religiosi cerchino la salvezza e non si preoccupino delle cose effimere.
In questo grande “monastero di stretta clausura” nascevano parecchie vocazioni. Dopo un piccolo periodo di prova, i novizi di nascosto facevano i quattro voti: di povertà, castità, obbedienza e della preghiera incessante. Penso che ogni lettore possa comprendere come quest’ultimo voto fosse il più eroico. Nessuno poteva farsi vedere mentre pregava. Gli anziani insegnavano a ripetere incessantemente l’invocazione liturgica d’Oriente: “Gospodi pomyluy” (Signore abbi pietà di me!) oppure: “Signore, ascolta la mia voce ed abbi pietà di me peccatore!”. Dovevano custodire le menti durante la notte: da una parte non potevano smettere di pregare, dall’altra dovevano evitare che, per leggerezza, le parole della mente fossero per caso pronunciate con le labbra, per non farsi sentire dai custodi che castigavano ogni invocazione a Dio. Gli anziani insegnavano ai giovani la preghiera del cuore, come stare sempre alla presenza di Dio, come tenere la mente nella contemplazione delle realtà celesti. Il silenzio di Solovki non provocava disperazione, ma era la via per la più grande felicità.

Vita angelica in un carcere demoniaco

Dai tempi dei Padri del deserto non si vide un’osservanza religiosa più estrema di quella di Solovki. Lì, la povertà significava portare lungo tutta la vita lo stesso sporco e logoro abito. Il digiuno significava spesso una tazza di acqua calda e due cucchiai di farina per l’intera giornata. Gli anziani insegnavano la vita di obbedienza: saper soffrire e tacere, offrire tutto in conformità con il Volere divino. Vivendo immersi nella sporcizia, i monaci invocavano la Madonna, ed Essa proteggeva la purezza dei loro cuori. L’osservanza dei monaci di Solovki non fu un’allegoria o un simbolo. Ascolta, caro lettore, questa testimonianza della conversione di un soldato comunista ventenne: «Il ragazzo si turbò interiormente – racconta un anziano –. Era stato convinto dagli scritti di Trocki e Lenin e derideva qualsiasi anima devota. Batteva i prigionieri con il calcio del fucile, li terrorizzava con la baionetta, strappava i loro vestiti. Quando qualcuno veniva da noi per un consiglio, lui sorrideva, perché avrebbe potuto far vedere il suo potere. Quando una volta Iddio ci lasciò in un rapimento dopo la preghiera, lui si avvicinò a noi. Si prostrò davanti a noi con le lacrime, gridando: “Perdonatemi, padri... Che razza di uomo sono, se ho deriso dei santi viventi. È ancora possibile che Dio mi perdoni? Mia madre era credente, ma io sono un grande peccatore. Vivo già da vent’anni e non ho mai detto nemmeno una preghiera! Vi supplico, beneditemi!”. Dopo di che si tolse la giacca militare e chiese di essere vestito di una maglia sporca di sangue».
Nel monachesimo orientale, gli anziani monaci professavano la “grande schima”, la vita più perfetta di ritiro e solitudine: la loro vita doveva essere ormai assimilata alla vita degli angeli. Anche nelle Solovki ci furono questi “monaci angelici”. Alcuni di loro godevano di piena libertà, poiché i soldati comunisti temevano di toccarli. Quando qualche comunista minacciava di «uccidere questo cane», spesso veniva punito dall’Altissimo con una paralisi o si perdeva dentro le paludi. Così questi Padri potevano visitare gli uomini disperati offrendo loro parole di speranza, elevando i loro pensieri alle realtà celesti.

Vita di paradiso nell’inferno delle Solovki

«Nessuno mai sentirà parlare delle vostre sofferenze!», con voci diaboliche i carcerieri comunisti tentavano di scoraggiare i monaci. «Dio vi darà la sua gloria e i vostri nomi non saranno mai dimenticati nel suo Regno», rispondevano gli angeli. Ogni religioso, ogni credente veniva denominato “nemico della nazione”. Alle Solovki veniva offerta da bere solo acqua sporca di mare: gli ex prigionieri dicono che la sola vista di essa provocava la nausea, ma erano obbligati a berla per non morire di sete. I sacerdoti aggiungevano l’acqua santa a quest’acqua infangata e in un’apparizione videro venire l’arcangelo Raffaele che, portando uno scettro ardente, toccava l’acqua e questa veniva immediatamente purificata. Proprio come nel racconto evangelico della piscina di Bethesda: l’acqua con la quale si lavavano le pecore, veniva mossa dall’angelo e chiunque entrava in quest’acqua veniva guarito. Nel Rito Romano, nella festa di san Raffaele arcangelo si legge questo brano del Vangelo; Raffaele, che significa medicina di Dio, assiste in modo particolare gli uomini di Dio quando per necessità spirituali hanno bisogno della salute del corpo. Così l’acqua sporca di Solovki diventava dolce acqua prodigiosa, grazie all’intercessione di questo Arcangelo.
«Fu per noi un grande onore aver avuto accesso alla Liturgia celeste, la quale finora non è stata vista dagli abitanti della terra», così diceva Giovanni il Teologo. Un’antica prassi ascetica nella vita religiosa è quella di imparare a memoria i testi sacri: la Sacra Scrittura, i testi liturgici, che impressi nella memoria rivivono mossi dalla grazia. Nelle Solovki era difficile avere un testo scritto, i monaci pertanto meditavano su quello che ricordavano del Vangelo. Quando potevano radunarsi per celebrare la divina Liturgia di nascosto «la comprensione liturgica era del tutto diversa rispetto a prima. [...]. Gli angeli svelavano agli anziani i misteriosi significati e oggetti sconosciuti, mostrando la presenza dei santi e degli angeli. Si sentivano moltitudini di voci, misteriosi contatti con la musica celeste. Questa musica era talmente dolce che i monaci ne venivano travolti. Essa li trascinava e loro stessi ne divenivano parte. Sembrava loro che i propri corpi divenissero parti di un divino strumento musicale. Gli organi divini suonavano in armonia con la voce di Dio, e risuonavano in tutta la loro interiorità». Le “chiese” nelle Solovki erano molto modeste; i religiosi si radunavano in segreto in qualche grotta o nei boschi. Gli orientali, che molto più dei latini avevano sviluppato il senso della bellezza liturgica, soffrivano molto per la mancanza dell’iconostasi, degli oggetti sacri con i quali rendere un culto più degno alla Maestà divina. Una volta, racconta il patriarca Serafim, quando i monaci piangevano per la mancanza degli oggetti liturgici, gli angeli cominciarono ad apparire con le icone e prestare servizio alla divina Liturgia. A un certo momento i monaci videro l’arcangelo Michele che teneva in mano un misterioso calice, che risplendeva di raggi di luce; i monaci capirono che era l’ostensorio cattolico. Dicevano perciò che là, nelle Solovki, la Chiesa orientale si era unita alla Chiesa latina. «Nelle liturgie invocate incessantemente i cori angelici – esortava il patriarca Serafim –. Nei nostri cuori deve rimanere accesa la fiamma; se il calore non si diffonderà nel cuore, non conoscerete fino in fondo il mistero dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio. Senza fine, invocate incessantemente la Misericordiosa Imperatrice!».
San Giovanni della Croce insegna che qualsiasi atto compiuto per puro amore di Dio, con il desiderio che esso rimanga nascosto agli occhi degli uomini – e se fosse possibile perfino agli occhi di Dio stesso –, dà a Dio più gloria di tutte le grandi opere di apostolato, le prediche, i libri, ecc. Proprio di questo amore, amore purissimo, profumava il santo monastero di Solovki, fondato dai nemici di Dio.