I FIORETTI
Una perla eucaristica degli scritti di san Pio
dal Numero 40 del 31 ottobre 2021

C’è una raccolta di lettere inviate da san Pio da Pietrelcina a Giuseppina Morgera, figlia spirituale di san Pio, che non è stata inclusa nell’epistolario, ma pubblicata a parte in un volume intitolato Dolcissimo Iddio. Tra queste lettere vi è una vera e propria “perla eucaristica” che il Santo ci dona in maniera direi esclusiva, perché in nessun altro scritto egli parla del mistero dell’Eucaristia come qui. Tutti i riferimenti eucaristici, infatti, sono legati alla sua esperienza mistica di tale mistero, dandone egli il resoconto al Padre  spirituale. Qui invece il Santo si ferma a contemplare e a scrivere dell’Eucaristia, e lo fa per esaudire una richiesta della stessa figlia spirituale che gli aveva chiesto di parlarle e di scriverle di Gesù. È significativa questa scelta del Santo che incentra il suo scritto su Gesù tutto sull’Eucaristia, a conferma della “passione eucaristica” che ha caratterizzato tutta la sua vita di sacerdote, vissuta tra l’altare, il tabernacolo e il confessionale. 

Riportiamo integralmente la parte finale della lettera del 5 maggio 1916, dedicata al suo “discorso sull’Eucaristia”, lasciandola intatta in tutta la sua bellezza.

«Vi promisi di parlarvi di Gesù nell’altra mia, e perciò tengo un debito da scontare con voi. Ma figlia mia, dove debbo incominciare? Gesù, in tutta la sua vita mortale, ci diede continue prove di amore, ma fra queste le più insigni sono il sacrificio del Calvario e l’istituzione della Santissima Eucaristia. Dell’uno e dell’altra poche parole io ne dirò, non perché io vi trovassi digiuna ovvero bisognevole d’istruzione in riguardo, ma il fo unicamente per corrispondere ad un vostro e mio sacrato bisogno. Il fo affin di procurare di sempre meglio conoscere noi stessi, che, per un tratto della divina misericordia, ne siamo in possesso di tutte queste finezze di amore. 

Gesù stesso aveva detto: “Non v’è prova maggiore di affetto che quella di dare la vita per gli amici”. Eppure, mia buona figliola, Gesù Cristo, a dir di san Bernardo, volle fare anche di più, perché diede la vita non per gli amici solo, ma per i suoi nemici medesimi, quali tutti erano in realtà gli uomini morti per la colpa alla vita soprannaturale della grazia.

Ma il divin Maestro prima di questa prova massima di carità, che ebbe compimento sulle vette del Calvario, volle darci nella sua infinita Bontà e Sapienza una incomparabile manifestazione di tenerezza, che fosse in pari tempo un perenne ricordo e come una continuazione della sua opera di redenzione.

Difatti in quella medesima notte memoranda in cui gli uomini si accingevano a preparargli tradimenti e morte, Gesù pensò a lasciar loro se stesso affinché intendessero che il suo amore era così grande che, invece di raffreddarsi di fronte a tante offese, vieppiù intenso si rendeva. Portiamoci col pensiero nel Cenacolo; miriamo Gesù seduto a mensa cogli Apostoli; ha gli occhi splendenti di una luce straordinariamente soave; quel suo volto divino è oltre il solito acceso. Egli è proprio in una estasi d’amore! Rivolto agli Apostoli, con voce commossa ed affettuosa dice loro: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima di patire...”. “Non si turbi però il cuor vostro e non tema, perché non vi lascerò orfani, ma sarò con voi sino alla consumazione dei secoli”. E finita la Cena pasquale prese il pane e benedettolo lo porge ai suoi: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo!”. E la sostanza del pane si cangiò nel suo adorabile corpo. Poi prese il calice, e reso le grazie, disse: “Prendete e bevete: questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza, che deve essere sparso per voi in remissione dei peccati”. E la sostanza del vino si mutò nel suo sangue preziosissimo. 

Ma la carità di questo divino Amante, figliuola mia, non è ancora al colmo. Egli volle che non solo i presenti fossero partecipi d’un dono così grande, ma ancora tutti i suoi seguaci nei secoli avvenire. Memore della dolcissima promessa fatta poco innanzi con quelle tenerissime parole: “Non si turbi il cuor vostro e non tema, perché non vi lascerò orfani, ma sarò con voi fino alla consumazione dei secoli”. Memore ancora di quelle altre memorabili parole: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed aggravati, ed io vi solleverò”. Memore, dico, quest’oggi delle sue promesse di amore ai suoi inviati conferisce, innanzi di uscire dal Cenacolo per recarsi nell’orto degli olivi, agli Apostoli la pienezza d’un sacerdozio che doveva, per mezzo della sacra ordinazione, conferirsi e trasmettersi ad altri sino alla consumazione dei secoli.

La sua parola: “Fate questo in memoria di me” assicurava l’universalità del dono attraverso tutti i luoghi e tutti i tempi. Egli ha dato compimento alle brame amorose del suo Cuore santissimo, che pure aveva detto di trovare le sue delizie nello stare coi figli degli uomini.

Figliuola mia, non consentiremo noi con l’Apostolo prediletto che, nel rapimento dell’ammirazione, proclama l’eccesso della carità di questo divin Redentore per gli uomini: “In finem dilexit eos”? Non è infatti la Santissima Eucaristia un compendio che in sé racchiude ogni sorte di grazia? Ma che dico? La Santissima Eucaristia non è solamente un compendio degli altri suoi doni, ma è un dono nuovo singolarissimo della sua immensa carità per noi perché Gesù, dandosi in cibo e bevanda all’uomo, con lui s’immedesima mediante l’unione la più perfetta che possa avverarsi fra la creatura ed il Creatore; insieme con la santissima umanità gli dà i meriti infiniti acquistati su questa terra; gli dà la sua divinità con i tesori immensi della sua Sapienza, della sua Onnipotenza, della sua Bontà.

E qui mi duole dover far punto perché le forze mi vengono meno e la mano mi trema, ma innanzi di finire non posso trattenermi dall’esclamare qui con Giovanni Crisostomo: “O uomo, considera attentamente l’amore che ricevi, la mensa a cui ti assidi. Noi facciamo cibo Colui nel vedere il quale tremano gli Angioli né ardiscono guardarlo per lo splendore onde brilla; noi diventiamo con Gesù una carne sola ed un solo corpo. Chi racconterà le meraviglie del Signore? Chi farà risuonare le sue lodi? Alcune madri affidano i loro figli alle nutrici, ma non fa così Gesù: Egli ci nutre del suo proprio sangue, ed in tutte le guise a noi si unisce”.

Giuseppina! La Santissima Eucaristia è il massimo dei miracoli; è il segno ultimo e più grande dell’amore di Gesù per noi ed Egli tutto questo l’ha operato per darci una vita piena, abbondante, perfetta: “Io venni – Egli dice – perché gli uomini abbiano la vita” – e questa infatti Egli ci diede mediante la sua Incarnazione –, “e l’abbiano in abbondanza”, e questo pure è ciò che ci va dando ogni giorno più ancora nella Santissima Comunione.

Finisco con l’animarci a vicenda di conservare in noi con maggior gelosia il prezioso deposito della vera fede in questo sacramento, di riconoscerne con sensi di gratitudine sempre maggiore della bontà di Dio l’immenso beneficio, di amare con maggior trasporto questo Dio di amore, di compierne con maggiore diligenza tutte le opere sante per piacere a questo Dio umanato per un dì goderne più copioso il frutto qui in terra ed ottenerne più ricco il guiderdone nei cieli».

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